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Those Noisy 3 – Hard Edge

THoSE NOISY 3

HARD EDGE
Those Noisy 3 – Hard Edge, ci presentano un album diretto, pulito e potente che emerge dalle nostre casse e ci regala momenti di carica e di adrenalina vera
Ci sono momenti in cui sento il bisogno di sentire musica tirata, diretta, senza troppi giri di parole. Con mia grande fortuna, sono arrivati in mio soccorso i Those Noisy 3, con il loro nuovo lavoro dal titolo Hard Edge.

Luca Detto (chitarra) e Giorgio Cuccurugnani (basso), ragazzi con  trent’anni di esperienza alle spalle con altri progetti (con Pizza Coffee ‘n’ Smash TV, Magazzini della Comunicazione, Insil3nzio – per citare alcune delle band che li hanno visti protagonisti) incontrano il giovane talento Stefano Rutolini, batterista con un considerevole curriculum di tournée in Italia ed Europa ed altre collaborazioni occasionali con band dal calibro internazionalmente riconosciuto quali ad esempio Storm{o}, Baphomet’s Blood e Thomas Silver degli Hardcore Superstar.

Come suggerisce già il nome della band, stiamo parlando di un progetto pieno di energia.

“Quei rumorosi 3” se volessimo dirla all’italiana, quasi fossero i protagonisti di uno spaghetti western. Eppure questi ragazzi nascondono dietro ad un nome quasi giocoso una densità sonora degna di nota, che andiamo subito ad esplorare.

1 – The One. Apriamo le danze, e subito si sente l’esigenza di muoversi, di seguire il riff psichedelico di chitarra, a cui subito segue un denso ritmo di percussioni. Il brano è ipnotico, ammaliante, poi dopo 40 secondi si entra nel vivo del brano. Si sentono urla, sembra di assistere ad un live. L’energia è altissima. Il basso spicca, è un power trio e sanno sfruttare ogni sfaccettatura di questa formazione. La batteria è intensa, sincera, originale.

2 – Gold Finger. Il brano inizia con delle martellate, il suono sembra voler tirare giù lo stereo. Il gioco altalenante di Forte/Piano qui è la carta vincente, che ti fa gustare ancora di più il momento di esplosione sonora che segue, soprattutto sul finire, dove il gioco ritmico esprime il suo momento migliore.

3 – Bantu. Il gruppo non molla il pedale dell’acceleratore. C’è qualche secondo di preparazione, sentiamo crescere l’intensità, sentiamo che si stanno preparando. E infatti eccolo, il riffazzo potente che esplode ancora più potente.

Il basso qui si presenta a tratti sporco, un bellissimo suono che ci ricorda un pò le band Grunge/Hard Rock degli anni ’80/’90. Nel complesso un gran bel pezzo.

4 – Listen Repeat. Proprio come il titolo, questo brano non si vorrebbe mai smettere di ascoltarlo. Il nostro giovane batterista si lancia in una dimostrazione di quelle che sono solo alcune delle sue grandi capacità, come il cambio di dinamica, di intensità, le elaborate ricerche ritmiche, le esplosioni nei punti giusti. Tutto va nella direzione giusta, noi ascoltiamo e muoviamo la testa con convinzione.

5 – Blast. Un pezzo che rivela tutta la sua intensità in solo due minuti. Potente, psichedelico, quasi mantrico. La chitarra qui è importantissima, dirige gli altri due strumenti parlando, urlando, gemendo, tirando fuori tutto. Sembra voler vomitare note, una dopo l’altra.

Questi tre ragazzi proprio non ne vogliono sapere di stare in silenzio, e devono urlare tutto quello che hanno dentro. Questo brano ne è la prova. Davvero molto bello il cambio di tempo sul finire della canzone.

6 – Drop. I ragazzi si fermano, respirano, e ci dimostrano di saper spiccare anche nelle sonorità più riflessive. Il basso tiene alta la tensione, ma il suono morbido di chitarra ci fa sognare, rendendo il tutto più introspettivo. Ma è solo un momento, un battito di ciglia, e poi eccoli li, di nuovo sulla cresta dell’onda, sul muro sonoro, senza alcuna intenzione di scendere anche solo di 1 decibel.

7 – Holy. Un gioco interessante di effetti sonori applicati ad un brano che dimostra e riconferma ancora una volta la bravura e l’originalità di questi ragazzi che oltre a “spaccare” sanno fare lo cose in un certo modo. Le ritmiche anche qui non sono mai scontate, le armonie di chitarra si distinguono, i suoni sono grezzi, ma anche definiti, il basso riveste un’importanza fondamentale nella trasmissione del messaggio all’ascoltatore, e riempie l’aria di sonorità che scaldano l’aria e ci fanno venire un’immensa voglia di concerti dal vivo.

8 – Duke. Qui si cavalca. The 3 Horsemen li potremmo chiamare. Ce li immaginiamo a cavallo, come 3 cowboys, all’inseguimento dei pellerossa come nei film di Hollywood. Un’attimo di calma, forse un appostamento prima del combattimento, e infatti eccoli che si lanciano all’attacco, sfoderando le loro armi.

Un interessante dialogo di chitarra ci porta a metà brano, poi si ferma tutto… un’attimo di suspence. Ma è solo un’attimo, non fatevi fregare. Eccoli che tornano a cavalcare, verso la metà, verso la chiusura del brano.

9 – Vicious Circle. Torniamo a parlare di psichedelia, sentiamo dei suoni sperimentali, il basso si lancia in campi non ancora esplorati, dimostrando una grandezza e una bravura artistica non indifferenti. La maturità è notevole, e si fa sentire anche nei più piccoli accorgimenti. Il power trio sa essere diretto, sincero, ma anche attento ai particolari, creando qualcosa di potente ma al contempo originale.

10 – Itch. Siamo alla fine di questo lavoro, ma i ragazzi decidono di darci il colpo finale. Questo brano eccelle per complessità ritmica. La batteria è solo una parte di un gruppo fatto di Groove e interessanti giri armonici. In questo brano apprezziamo particolarmente la scelta di fondere la dinamica con l’armonia, la chitarra spesso porta avanti il brano quasi fosse uno strumento ritmico. Il basso frigge, è cattivo, è potente.

Nel complesso davvero un ottimo progetto, che ci auguriamo di sentire al più presto con un nuovo lavoro. Vi aspettiamo ancora ragazzi, sempre caldi e potenti!

VOTO: 7,5

 

BAND:

Luca Detto (chitarra)

Giorgio Cuccurugnani (basso)

Stefano Rutolini (batteria)

 

ETICHETTA:

Anger Music Ltd.

 

LINK:

https://www.facebook.com/thosenoisy3/

 

Paul – Postrock.it

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Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never wake up

Vibes Speak Volumes

Open your eyes Never wake up
Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

Il progetto Vibes Speak Volumes è un interessante duo strumentale, nato a Perugia nel 2018 formato da Tommaso Angelini e Gennaro Accardo. Durante il primo periodo di attività si concetrano sullo studio approfondito dei primi brani, che danno luce al primo Ep di debutto Open your eyes Never Wake Up un lavoro discografico eccellente, carico di emozioni infinite e vibrazioni notevoli. Il paradiso sperimentale e personale che viene fuori in questa piccola opera, lascia un segno indelebile per palati sopraffini e per un ascolto godibile che ti entra nel cuore. I due musicisti spaziano le loro sonorità oltre nuovi orizzonti, fino a toccare corde sensibili per un risultato ottimo e ben suonato.

L’artwork viene curato da due illustratori visionari David Ferracci e Manuel Negozio, mentre la produzione in fase di registrazione viene affidata a Marco Sensi, che collabora anche con il synth all’interno del disco.

Il tutto nel formidabile studio Piccio’s House di Assisi. Per rendere ancora più interessante il suono in fase di studio si inserisce una fase ritmica del basso diretto da Claudio Torroni.

Veniamo allo studio magnetico di questo lavoro con l’apertura di “Who Am I” dove arcobaleni colorati si incontrano con il loop temporale, per una magia incredibile da brividi. L’arpeggio delicato in perfetto stile post rock, si incastra alla batteria che esplode su un tappeto sonoro stupendo. Sembra di ascoltare un brano della band americana This Will Destroy You, soprattutto per lo studio attento del delay che aumenta il suo spessore. Segue il sensibile ingresso di “So Close So Far” che a piccoli passi prende vita su un paesaggio innevato, come un ricordo dolce e importante che arriva da molto lontano.

Il bridge centrale è un passaggio preciso che si chiude con distorsioni di spessore. Nel brano “Where Am I” invece si innalza uno stormo luccicante di sonorità, impreziosito dal synth che porta un tempo deciso, con la chitarra sognante la traccia prosegue il suo cammino nel tiro carico di bellezza e il pianoforte completa l’opera fino alla carica energica del finale.

“Rebellion” è una delle composizioni più belle, con il suo riff graffiante iniziale da pelle d’oca che culla dolcemente la sezione ritmica del basso su un vortice ipnotico e la qualità enorme del chitarrista, che qui si cimenta anche su passaggi vicini al post metal. Il brano ad ogni cambio cresce d’intensità per una suite stupenda. Chiudiamo questo piccolo lavoro con “Am I Living” dalla durata lunga che non annoia il suo ascolto, spingendo le sonorità in qualcosa di maturo che tocca nel profondo. La cavalcata ritmata si unisce alle melodie meticolose dell’ambiente caldo che si sveglia da un brutto incubo, fino a spegnersi nei rumori di fondo.

Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

VOTO 7

Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never Wake Up(2018)

– Autoprodotto –

Mixed and Recorded by Marco Sensi at Piccio’s House (2018)

Vibes Speak Volumes are:

Tommaso Angelini: guitars

Claudio Torroni: bassist

Gennaro Accardo: drums

Marco Sensi: Synth

Artwork by David Ferracci and Manuel Negozio.
Graphics by David Ferracci

LINK:

https://www.facebook.com/vibespeakvolumes

 

Simone – Postrock.it

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CERNICHOV – The Mold Legacy

CERNICHOV

The Mold Legacy
Un duo ambient/noise che ci catapulta in un mondo dominato dalla natura. Un mondo in cui le regole sono capovolte, e l’umanità e soltanto una piccola variabile in un universo fatto di energia e metamorfosi

Immaginate per un attimo di poter vivere le emozioni di un fungo.

No, davvero.

Se vi siete mai chiesto come ragionano gli organismi pluricellulari chiamati funghi (la cosiddetta Muffa) questo è un lavoro molto intricato che andrà probabilmente a fare luce sul vostro quesito. 

I Chernichoy sono un duo noise/ambient italo-belga che immediatamente ci catapultano in una Foresta nera, dove ogni piccolo rumore tra le sonorità oscure ci fa sobbalzare. Fin quando il rumore non diventa costante, inquietante ma allo stesso tempo chiaro e nitido, perfettamente in linea con la sua dimensione. 

Megaverse ci introduce in questa atmosfera sopra descritta che si conferma subito dopo con  The House of Ash Tree Lane. ll ronzio che prima era un rumore di sottofondo in una foresta, ora diventa una costante che prevale su ogni altro suono, attirando così la centralità della nostra attenzione. Solo verso il quinto minuto della seconda traccia, sentiamo come un battito d’ali che distoglie l’attenzione dalla centralità precedente, il suono diventa unico e prolungato fino all’esaurimento dello stesso. 

The Logic in Constructivism ha un qualcosa di vagamente ancestrale, antico, tribale all’interno delle sue sonorità. Sarà l’ombra latente di una lontana percussione, saranno i suoni dinamici che puntano ad un climax ascendente e discendente. 

Con Petris Fractals ci sembra per qualche secondo di essere in un nuovo mondo, forse un bosco invece che una foresta oscura, almeno all’inizio. Ci ritroviamo in questo habitat del tutto naturalistico e ci interroghiamo se noi esseri umani possiamo avere anche solo lontanamente merito di rimanere lì dove siamo. L’atmosfera più inquietante di prima sembra essere scomparsa, nonostante rimanga decisa l’impronta noise del duo. Tutto questo permane fino al graduale arrivo di un’oscurità incombente, intorno al terzo minuto del brano. Ritorna la pace con la pioggia solo nel finale, quando la tempesta è in procinto di finire. 

Un andamento molto simile lo ritroviamo anche nella successiva traccia, terminando poi sull’ultima fiabesca “Once Upon a Time in  Cybertron”. Le sonorità iniziali sono proprio il sussurro di un’entità superiore, forse come Madre Natura, pronta a lasciare spazio alle sue magie. Un racconto infinito che merita di iniziare con “c’era una volta” dallo stampo più macabro e dalla chiusura secca e inaspettata, se non ci fosse stato un eco di rinforzo alla fine. 

L’album è consigliato a tutti gli ascoltatori di noise, ambient, a tutti coloro che amano le sonorità scure più che altro evocative, emozionali. I sensi fanno da comandanti durante tutto il percorso sonoro. Spegnete la ragione.

VOTO: 8

Release Date: January 11, 2021

Recorded by Marco Mazzucchelli and David Gutman between December 2013 and April 2019.

Produced and Mixed by David Gutman.

Mastered by Anacleto Vitolo.

Photographies by Marco Mazzucchelli and David Gutman.

Artwork by Marco Mazzucchelli.

LINK:

https://dornwald-records.com/

https://www.facebook.com/Cernichov

J. – Postrock.it

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TIGER FLAMBÉ – TIGER FLAMBÉ

Tiger Flambé

Tiger Flambé
Tiger Flambé – Tiger Flambé. Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Il duo in questione si chiama TIGER FLAMBE’, costituito da Flavio Bevacqua e Carlo Zulianello che lo hanno prodotto con ben quattro etichette indipendenti italiane: Floppy Dischi, Marsiglia Records, Dischi Decenti e Brigante Records.

Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Eterea sensazione ci avvolge nell’ascolto di Kolumbo. Ci pare di percepire un fruscia, forse la natura, forse il mare lontano, ma dura pochissimi secondi. Le chitarre iniziano la loro rincorsa incessante, scollegate e lagate allo stesso tempo, le armonie si fondono tra loro e ad ogni giro sembrano aggiungere qualcosa, un pezzo di un puzzle gigante. Simpatico il riff maggiore che domina l’atmosfera chitarristica, mentre la batteria rincorre le sonorità, standogli dietro.

Un sound math rock decisamente sperimentale. La parola chiave di questo primo brano è una: imprevedibile, come l’eruzione di un vulcano.

Mata Hari non tradisce le intenzioni del brano precedente. Alcuni accostamenti di suoni ed intenzioni ricordano vagamente l’obiettivo dei videogiochi vintage. Le parti caotiche lasciano perdere l’ancora al terreno, al materiale. Si vaga alla ricerca di un’ancora, di un appiglio che non sembra arrivare. Ed in effetti, in Kolumbo non arriva. In Mata Hari invece sì, verso la seconda metà della canzone la linea melodica predomina sulla sperimentazione, fino al finale che ci porterà dritti al terzo brano.

Un finale che accontenta un orecchio bisognoso di certezze, ma una certezza che permane comunque nell’instabilità, nell’irrefrenabile voglia di tentare qualche altra cosa.

Questa dualità nel brano si sposa bene con l’intenzione di dedicare la canzone proprio a Mata Hari, spia per i francesi, inglesi e russi durante la Prima Guerra Mondiale.

Monko l’intreccio di linee armoniche all’accompagnamento ritmico più cadenzato, a tratti verso il finale sembra riprodurre una musicalità dance sperimentale con gli strumenti distorti. L’idea nasce dal video di una scimmia che pratica arti marziali, e questo tocco decisamente dadaista nella scelta delle esecuzioni ma soprattutto della loro natura… ci affascina molto.

Come diceva uno degli esponenti più importanti della corrente dadaista, Men Ray, solo il dadaismo poteva trovare l’arte nella casualità che, infondo, non era mai così casuale del tutto.

E’ in Zacatecas che ritroviamo il tocco di colui che ha registrato l’album, Tommaso Mantelli (leader dei Captain Mantell, bassista dei Sick Tamburo). Il brano rimane perfettamente coerente con la linea già descritta nei precedenti brani, con un tocco decisamente più “esotico”. Zacatecas è infatti una città del Messico dove più di un secolo fa sono stati fotografati degli oggetti non identificati in volo. Sicuramente un tema accattivante su cui fondare un brano.

L’EP è stato registrato in presa diretta e punta indubbiamente all’apice del divertimento dei due componenti che, già dal loro abbigliamento colorato e floreale, ci immergono completamente in un mondo di follia e sperimentazione.

VOTO: 7

Tiger Flambè EP (2021)

Floppy Dischi – Marsiglia Records – Dischi Decenti – Brigante Records and Productions – Doppio Clic Promotions

Mixed and Recorded by Tommaso Mantelli at Lesder Studio. (2020)

Tiger Flambé are

Flavio Bevacqua: Guitar

Carlo Zulianello: Drums

LINK:

https://www.facebook.com/tigerflambe

 

J. – Postrock.it

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TERMINAL SERIOUS – LOVE WAS LIES

TERMINAL SERIOUS

Love Was Lies
Terminal Serious – Love was lies. Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Avevamo già recensito il singolo “LAMB” dei Terminal Serious.

L’album, “Love Was Lies” non ci ha deluso per niente, consolidando le impressioni del singolo.

Ambientazione post rock che si mischia all’atmosfera dark-wave, voce calda ma sempre presente, incisiva in ogni parola articolata. Un solo project, costituito da Luigi Bonaiuto che, da Firenze, sforna questo album di 11 tracce. Quello che possiamo sentire è un insieme di tormento, amore, solitudine… e di nuovo amore.

Sentiamo i Depeche Mode in All my desire ed in Shit inside. La metrica segue in maniera esemplare gli accenti musicali, donando così l’intenzione di una poesia vera e propria, più che di una semplice canzone.

Vi rimandiamo alla nostra precedente recensione per sapere nei dettagli quello che pensiamo nello specifico del singolo, LAMB: https://www.postrock.it/terminal-serious-lamb/

Confermiamo l’impressione evocativa, la ritualità nella ripetizione delle scelte armoniche, semplici ma mai banali.

La sensualità della voce ci tormenta in Warporn, che inizia con un’effettistica darkwave vecchio stampo, dando poi spazio ad una chitarra che apparentemente fa un viaggio autonomo sulla scelta della notazione, ritornando sempre ad una base solida. Parte poi uno slancio strumentale che ci mostra quanto il genere dark sia contaminato da altro, l’oscurità ci appare nitida come la luce, con la voce timbrica del basso. Anche qui la poetica inglese ci appare come una lettura d’altri mondi, ci accompagna durante il percorso senza mai esplodere del tutto.

Più che altro, è una musica che implode.

Molto più melodico è invece il finale, che apre la strada a Love Was Lies, traccia che porta il nome dell’album, su cui concentriamo l’apice delle aspettative.

Ci accoglie con un inizio meno darkwave e più postrock, spiazzandoci nuovamente con la calma cadenzata della voce. Ci lascia come sempre appesi tra una dimensione onirica ed una dimensione estremamente terrena, così come è l’amore, la solitudine e tutto ciò che riguarda i nostri sensi ingannatori.

Dopo questa presa di coscienza e di consapevolezza sull’amore, una menzogna come tutti i sensi che ci mostrano spesso qualcosa che non è, parte Goodbye.

Un brano completamente strumentale. Attendiamo l’arrivo della calda voce che ci ha accompagnati fino ad ora, ma non veniamo mai, volontariamente, appagati. E questo crea maggiore aspettativa per la canzone successiva, Disorder. Un ritmica calzante e ripetitiva fa il suo ingresso prima dell’entrata della voce, un vero e proprio rituale di iniziazione che si prolunga fino a I’m already gone.

Un brano introspettivo, la musica rallenta e diminuisce di intensità nel dare importanza alla voce in alcuni punti strategici. L’attenzione è sempre focalizzata sullo strumenti che merita il focus in quel momento.

Il tormento dell’anima giunge con Soul Misery. Gli strumenti non ci lasciano respiro fino alla fine del brano, niente pause per la riflessione, niente calo della dinamica, incessante come una cavalcata.

Ci avviciniamo al termine dell’album con New Jail, il nostro percorso ci ha lasciato analizzare ogni singolo sentimento, per capirne la natura e l’essenza stessa. Un ciclo di emozioni che si conclude e ricomincia, perché siamo esseri umani ed Eyes of Child ci conferma questa impressione.

Un percorso, quello di Love was a Lie, difficile da comprendere analizzando ogni singola canzone. E’ più facile parlarne in generale, perché l’album va analizzato nel suo insieme. L’amore è opposto all’odio, due forze totalmente opposte dell’essere, che fanno entrambe parte dell’amore stesso. Un album che spinge alla riflessione filosofica più che ai sapori terreni.

 Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Una logica illogica che l’album esprime con chiarezza. Ascolto profondo e consigliato.

VOTO: 8

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J. – Postrock.it

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MOONOISES – CHASM

MOONOISES

CHASM
Moonoises – Chasm. Un singolo scuro, psichedelico, riflessivo, che si presenta fin da subito in tutta la sua originalità (con un demo in audiocassetta) e ci conquista per la sua validità. 
Dalla provincia di Brindisi un urlo squarcia la notte. Chasm è un singolo che non chiede il permesso ed esplode potente nelle casse dello stereo.

2019. James Lamarina (chitarra) e Marco Locorotondo (basso), dopo aver chiuso un capitolo con il loro ex progetto Fading Rain, si lanciano in questa nuovissima esperienza. Ecco quindi che entrano in scena Fabio De Iaco (batteria) e Tony Gianfreda (voce) per dare vita a qualcosa di nuovo e mai visto prima.

Moonoises è un progetto interessante. L’affiatamento tra i componenti della band è chiaro fin dal primo secondo, un fattore al giorno d’oggi sempre più trascurato ma essenziale per trasmettere qualcosa di unico al pubblico.

I ragazzi si presentano fin da subito dichiarando di essere una voce fuori dal coro: il loro singolo, infatti, è registrato su audiocassetta. Il fatto che siano controcorrente diventa palese nel momento in cui accendiamo lo stereo e iniziamo ad ascoltare.

I quattro ragazzi non cercano di stupire con capriole o petardi, ma si uniscono per creare una pasta sonora piena e corposa, che si forma e si autoalimenta. 

Due brani, uno per ciascun lato dell’audiocasetta. Ma questo è il classico caso in cui “etichettare” non è facile, anzi diventa quasi scomodo, e noi smettiamo di guardare ai nomi delle tracce, e ascoltiamo questo singolo come se fosse un unico grande brano. 

Il progetto ci convince, con le sue tonalità dark wave, con il suo sapore post punk, con le sue chitarre reverberate.

Ci piace la voce un pò Black Sabbath e un pò Pink Floyd, ci cattura fin da subito il basso martellante e sinuoso, e il tocco finale lo da la batteria, psichedelica e raffinata.

La loro proposta musicale comprende diverse influenze, accostabili soprattutto ai movimenti alter- nativi degli anni 80 e 90: dal post-rock allo shoegaze, passando per la new wave, il noise rock, sfuma- ture slowcore e certo blackgaze salito alla ribalta a metà degli anni 2000.

Se vi piacciono le tonalità originali, se siete stufi di ascoltare la solita musica, vi do un consiglio: immergetevi nelle sonorità dei Moonoises e ne uscirete completamente rigenerati.

VOTO: 8,5

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Paul – Postrock.it

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TERMINAL SERIOUS – LAMB

TERMINAL SERIOUS

Lamb
Lamb – Terminal Serious. Abbiamo il piacere di ascoltare in anteprima il singolo estratto dall’album Love was lies, in uscita il 13 Marzo.

Luigi Bonaiuto, in arte Terminal Serious, è un musicista poliedrico fiorentino con una grandissima passione per il post punk e la dark wave, e ci delizia con questo interessante singolo Lamb. Il singolo apre le file dell’album ufficiale, Love was lies, che debutterà ufficialmente sul web e nei digital stores il 13 Marzo

Lamb è un brano estremamente evocativo, profondo e rituale. 

Una chitarra ci accoglie con note arpeggiate brillanti, qualche secondo di attesa, e poi il sipario si apre, rivelandoci quel mondo sonoro al di là dello specchio.

E come un mondo parallelo, qui vediamo tutto muoversi diversamente, creature nella notte che camminano lentamente e si dileguano alla nostra vista, mezzi di trasporto futuristici sorvolano le nostre teste oscurando il cielo stellato, e i palazzi di cristallo si innalzano tutto intorno.

La voce, scura e sensuale, ci segue per tutto il brano, guidandoci, raccontandoci quello che vediamo, e noi lo seguiamo alla scoperta di questo mondo a noi sconosciuto.

Ogni canzone, ogni artista, ha qualcosa da raccontare. C’è chi ti colpisce per l’utilizzo di effetti straordinari e particolari, chi ti affascina per l’utilizzo di ritmiche alternative, chi si lancia in assoli complicati e difficilissimi.

Lamb ci colpisce per la sua qualità evocativa, per la sua capacità di tessere una trama sonora che va aldilà del semplice brano, e diventa quasi colonna sonora. Non ci sono saliscendi, non ci sono esplosioni, ma un suono caldo e languido che si propaga nel nostro cervello catturando tutta la nostra attenzione e regalandoci 3 minuti di piacevole ascolto.

Un brano che preannuncia un disco che sarà sicuramente interessante, e noi non vediamo l’ora di recensire l’intero lavoro di Luigi. Rimanete sintonizzati su Postrock.it, per sapere tutto su questo disco!

VOTO: 8

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Paul – Postrock.it

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SIS FELIX – FIGURES

SIS FELIX

Figures
Sis Felix – Figures. Un album Dark Wave, Post Punk con alcuni elementi psichedelici di assoluto interesse. Un gruppo che ne ha passate tante, e si sente!
Dal lontano 1987 i Sis Felix arrivano nel nostro Stereo con un EP interessante, innovativo, ma al tempo stesso maturo e denso di esperienze.

Il progetto che abbiamo davanti a noi oggi non è il classico progetto emergente italiano, e non è nemmeno post rock, ma non per questo è meno interessante.. anzi.

Parliamo di una band che fonda il suo groove e il suo spirito ribelle nel periodo più rivoluzionario della musica Rock psichedelica, cioè negli anni ’80. In quel periodo abbiamo assistito ad alcuni dei più grandi album della storia. Questo gruppo si fa subito notare, al punto da essere recensiti da Rockerilla in occasioni delle selezioni ad Arezzo Wave.

Passano gli anni, la band si scioglie, ma la voglia di suonare e di lasciare il segno rimane. Ed è così che arriviamo al 2012, anno in cui il progetto riprende vita, capitanato da Roberto (Voce) e Alessandro (Basso). Passa qualche anno, la band trova altri elementi, nascono i brani, si entra in sala registrazioni.. ed ecco che nasce Figures.

Un EP che sicuramente lascia subito trasparire una maturità musicale non indifferente.  Questo EP è dark, elettronico, psichedelico. 4 brani che lasciano subito un’impronta decisa e chiara di quello che il progetto vuole trasmettere.

Una voce che richiama uno stile d’altri tempi, un pò alla Depeche Mode, sensuale e calda, si unisce egregiamente a una trama sonora ricca di pattern scuri e intriganti. Il Basso rappresenta uno dei punti chiave dell’intero concetto dell’album, come un motore che spinge avanti il gigantesco macchinario.

1-FIGURES. Immaginate di poter congelare un momento, una band, e di poterla scongelare dopo anni per riascoltarla in tutto il suo splendore. È questa la sensazione che avvertiamo ascoltando il primo brano. Una scia che sembra arrivare direttamente dagli anni ’80 e ci fa sognare ad occhi aperti. Dark Wave pura e semplice, una drum incalzante e psichedelica, arpeggiatori, una voce con impronta un pò british, un pò alla the Cure. Questo brano ci fa dimenticare per un attimo di essere nel 2021, e ci fa sognare.

2-LONELY. Fin dal suo inizio questo brano si presenta subito chiaramente come un degno successore del primo brano. Un Basso ammaliante ci presenta un riff semplice ma che rimane in testa. Poi il brano prende il volo, con incredibili tappeti synth e riff di chitarra, con effetti morbidi e luccicanti.

I Sis Felix sono della vecchia scuola, sanno come fare musica elettronica, e arrivano con questo EP per dare qualche lezione di stile a tanti ragazzini che si approcciano al genere per la prima volta.

3-MY SUFFERING SOUL. Un brano forse più introverso dei primi due, ma sempre sognante e scorrevole, attraversato da questa onda sonora che sembra non fermarsi mai. La voce qui è quasi sofferente, sembra volerci raccontare molto di più di poche semplici parole contenute in un testo. Un’anima sofferente che si esprime in tutta la sua energia tra le onde soffuse di questo mare psichedelico.

4-SENSATIONS. L’ultimo brano lancia nell’etere qualcosa di nuovo, come se l’ultima canzone fosse un preambolo di qualcosa che deve ancora arrivare. Che sia la premessa per un nuovo album? Avvertiamo qualche sonorità Post-rock, ambientazioni più moderne rispetto ai brani precedenti. Siamo sicuri che la scelta di sistemare questo brano in fondo sia voluta, per lasciare la curiosità e il desiderio di sentire di più.

Un EP che lascia sicuramente il desiderio di ascoltare altro. Cosa verrà? Quale sarà la prossima mossa di questo interessante progetto musicale italiano? I Sis Felix ci promettono di tornare presto sulle nostre pagine, per una nuova recensione. E noi li aspettiamo con grande trepidazione. A presto ragazzi!

 

VOTO: 8

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Paul – Postrock.it

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OKTOPUS PROVANCE – UNDERNEATH THE SUN

Oktopus
Provance
Underneath the Sun
Oktopus Provance escono potenti dalle casse dello Stereo con un album Rock intenso e trasparente, con un inconfondibile sapore Post Rock.
Oggi allarghiamo un pò le nostre vedute, per parlare di un progetto che non si definisce Post Rock, ma dai sapori e dai contorni sperimentali. 

È sempre un piacere ascoltare band come gli Oktopus Provance. Quando la musica è fatta bene, è fatta bene. Questo quintetto ci convince subito, fin dal primo pezzo. Ci presentanto un range sonoro molto ampio, che spazia dal Rock, al Post Rock, lanciandosi in Riff potenti e dalle chiare influenze Stoner. Questi ragazzi non si precludono nessuna strada, anzi decidono di sentirsi liberi di esprimere tutta la loro arte in questo “Underneath the Sun”.

La voce chiara e cristallina del cantante tiene alti i riflettori fin dal primo brano, mentre riff di chitarre piacevolmente Ambient si accompagnano a momenti potenti e adrenalinici, seguiti fedelmente dalle percussioni, incisive al punto giusto, e da un basso che sa riempire le frequenze giuste, senza strafare, ma tenendo le giuste vibrazioni.

10 brani, 51 minuti di musica rigorosamente nostrana e originale. L’Italia da sempre ha fatto scuola nella musica sperimentale, e questi ragazzi tengono alta la nostra reputazione, con atmosfere psichedeliche e dense di immagini.

Tra i brani che mi hanno colpito di più c’è Eclipse, un momento strumentale degno di nota, con arpeggi di chitarra che si disperdono in una nebbia di pattern synth alla God Is An Astronaut. Un assoluto momento di piacere Post Rock.

Active Generator. Si apre con un super Riff dal sapore Stoner, per lanciarsi in un momento cantato quasi sognante. Questo brano è l’emblema della sperimentazione. Qui troviamo non soltanto cambi di intensità, ma anche cambi di tempo (che il batterista sa giocare con intelligenza, senza cadere nello scontato) e intenzione, creando un viaggio musicale che rende piacevole l’ascolto fino alla fine (non male per un brano di ben 7:17)

Oktopus Provance sanno quando colpire duro, ma sanno anche quando lasciarsi andare ai momenti più delicati e romantici.

Space Cowboy. Come suggerisce sapientemente il titolo, questo brano mischia un sound decisamente Country Folk con sonorità spaziali e di ambientazione, con un risultato davvero interessante.

Nel complesso ci ha impressionato positivamente il progetto, e siamo felici di aggiungere questa recensione al nostro portale. Ci piace ogni tanto uscire dalle righe per raccontarvi di cosa combinano i nostri ragazzi italiani al di fuori del Post Rock, e gli Oktopus Provance ci dimostrano che la sperimentazione si può mettere dappertutto, e in qualsiasi genere.

VOTO: 7

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Paul – Postrock.it

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DID A QUID – JOY DISMISSION

DID A QUID

Joy Dismission
Rock, Psichedelia e un pizzico di Post-Rock. Questo è Did a Quid. Questo è Joy Dismission.

Un percorso interessante quello dei Did a Quid, band campana che (come si intuisce dal nome dell’album) si pone l’obiettivo di rivisitare brani classici derivanti dal rock anni ’70 in chiave psichedelica (con un occhio di riguardo al postrock).

Un album ampio, che ci propone ben 20 brani per un totale di 1h e 32 minuti di psichedelia rock. Canzoni suonate egregiamente, che dimostrano al 100% la validità di questa band nostrana.

Non c’è che dire, fin dal primo brano la band si rivela interessante, degna di nota, con arrangiamenti curati e un suono originale. La chitarra ci ricorda un pò le sonorità Rock classiche dei primi anni ’70, un pò alla Doors, e la batteria ci conferma lo stile un pò retrò, con un suono panoramico e ritmiche serrate. Il basso si muove languido e sinuoso nelle sue scale e la voce ci accompagna lungo la strada.

La psichedelia c’è, il Rock pure, la voce non è niente male. Lo stile caldo e vintage dei brani ci avvolge e ci fa ripensare a uno dei periodi più belli della storia della musica contemporanea.

Recensire un album di tale vastità è sicuramente un compito arduo, quindi preferiamo dedicare qualche parola in più sugli elementi postrock presenti all’interno del disco.

Alcuni brani presentano scelte stilistiche sperimentali e originali, una fra tutte Heart and Soul, un brano che inizia con il suono di un cuore pulsante, che lentamente lascia spazio a pattern di Drum e suoni elettronici dal tipico sapore psychedelic Rock.

I Brani alternano parti classiche (per struttura e intenzione) a momenti strumentali, in cui la sperimentazione si fa sentire e gioca un ruolo chiave nel significato stesso di questo disco.

Ci piace l’idea del disco, ci piace la sonorità e l’ambiente caldo e ospitale in cui l’ascoltatore si può immergere.

Chiudiamo gli occhi per un momento, e ci immaginiamo un Giradischi, pochi amici intimi, un bicchiere di vino e un cielo stellato.

Nel complesso un lavoro interessante. Forse i Did a Quid hanno preso una direzione, ma a tratti questo percorso è incerto: Band Psichedelica Rock o Progetto innovativo Post Rock? Il confine e labile e noi pensiamo che la band possa maturare molto nei prossimi anni per arrivare a prendere una decisione e una direzione. Potrebbero giocare un ruolo importante nello scenario sperimentale italiano, e speriamo che la loro direzione sia questa.

Una piccola critica sul numero dei brani: 20 tracce sono davvero tante, e questa scelta rischia di far disperdere l’impressione che l’ascoltatore si potrebbe fare del progetto. Come si dice spesso in questi casi… Less is more. Consigliamo ai Did a Quid di concentrarsi più sulla sperimentazione e sull’impronta del progetto che sul numero di brani.

Nel complesso: Bravi!

Voto: 6.5

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DEEZER

Paul – Postrock.it