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Leonardo Serasini – Il Mondo Contro #1

Leonardo Serasini

Il Mondo Contro

Musica e Poesia, Immagini e Colori. Un lavoro interessante che ci catapulta in un universo parallelo, dominato da sensazioni intense ma anche da grande dolcezza. Ecco a voi Leonardo Serasini.
Si vive. Si può vivere solo in un modo. Rifugiandosi in qualcosa, in qualsiasi cosa, che sia diversa dalla realtà

Con questa enigmatica frase si apre il sipario sul nuovo, interessante lavoro di Leonardo Serasini. Stiamo parlando di un artista a tutto tondo: Chitarrista, Cantautore, Arrangiatore e Polistrumentista ha suonato con Band e Solisti partecipando a progetti di livello nazionale.

Questo lavoro viene presentato con una modalità davvero particolare, che ci incuriosisce da subito.

“Il Mondo Contro” non uscirà tutto in una volta… verrà pubblicato in vari episodi ricalcando la modalità con cui, un tempo, i romanzi venivano pubblicati a puntate sulle riviste letterarie.

Ma entriamo un po’ di più nel mondo di questo nuovo progetto.

“Il Mondo Contro” parla della realtà che ci circonda e della nostra vita interiore, del modo in cui il visibile e l’invisibile comunicano, si toccano, si feriscono e interagiscono tra loro allo scopo di creare, modellare, distruggere e ricostruire eternamente gli individui, la società e il contesto storico a cui appartengono.

Il primo “Capitolo” di questa saga di compone di due tracce, “Pieno di Rabbia (Contro Tutte Le Guerre)” e “Lasciami Andare”.

Due tracce interessanti, che ascoltiamo con piacere dall’inizio alla fine, e che ci regalano un insieme incredibile di emozioni. Il titolo della prima traccia esprime perfettamente il forte sentimento presente lungo tutta la durata del brano. Un impeto di rabbia che ci colpisce, ci attraversa, e ci arricchisce di nuove incredibili sonorità.

Le parole che sentiamo ci lasciano un segno, sono perfette nel punto in cui si trovano. Poesia e musica si uniscono per formare un’opera più grande

La seconda, “Lasciami andare” forse è più riflessiva. In versione Unplugged, anche qui ritroviamo un misto di poesia e musica, che ci piace molto e ci lascia con la voglia di continuare ad ascoltare.

Crediamo che questo sia un grande preludio per qualcosa di meraviglioso che ancora ci aspetta. Facciamo quindi i nostro complimenti a Leonardo Serasini e non vediamo di ascoltare le prossime pubblicazioni!

Voto: 8


Testo e Musica:

Leonardo Serasini (2022) Voce, Cori, Chitarre, Tastiere, Stilofono, Basso, Batteria

Campionamenti:

Leonardo Serasini

Registrato, Mixato e Masterizzato da:

Leonardo Serasini presso”LeTerreDiOrStudios”

Prodotto da:

Leonardo Serasini

Progetto Grafico:

Leonardo Serasini

Foto:

Leonardo Serasini

Realizzazione Video:

Leonardo Serasini

Disponibile nei Social e in tutte le Piattaforme Musicali dal 6 Aprile 2022. 

Facebook: https://www.facebook.com/leonardoserasiniguitarman

YouTube: https://www.youtube.com/user/LeonardoSerasiniPage

SoundCloud: https://soundcloud.com/leonardo-serasini 

Rockit: https://www.rockit.it/leonardoserasini

Paul – Postrock.it

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Non è Nulla – Giove

NON È NULLA

GIOVE

Non è Nulla – Giove. A dispetto del nome del progetto, per noi è un grande lavoro che merita il vostro ascolto. Postrockers, immergetevi con noi in questo nuovo album!
Oggi ci buttiamo nell’ascolto di un artista emergente con tutte le carte in regola per farsi una strada nel panorama Postrock. Il suo nome è Marco Corradi, il suo progetto si chiama Non è nulla, il suo nuovo album è Giove. Non fatevi ingannare dal nome.. qui c’è molto da sentire.

Un artista alle prime armi, un lavoro dal sapore casalingo, ma con grandissime potenzialità. Questo il primo impatto che abbiamo ascoltando il nuovo lavoro di Marco Corradi, artista romano emergente nel campo della musica sperimentale.

Mentre stiamo ascoltando, piacevolmente colpiti dal sound e dalle scelte stilistiche, leggiamo qualcosa in più su questo artista:

“l’album è nato dopo una pausa di due anni dalla musica in cui non toccavo quasi mai gli strumenti. Un giorno, per l’infondata paura di non poter più suonare, ho ripreso in mano la chitarra, l’ho collegata al computer e ho iniziato a registrare suoni un po’ casuali per tre settimane. Alla fine ho messo tutto insieme ed è uscito Giove.”

Scegliamo di iniziare così la nostra recensione, con le stesse parole di Marco Corradi, che così racconta il suo lavoro su Bandcamp.com.

Ci lanciamo quindi senza ulteriore indugio nell’ascolto di questo lavoro, e lasciamo che sia la musica a parlare.

Amaltea, una overture degna di nota. Ci piace il sound iniziale, il tappeto elettronico nella quale tutto nasce e prende vita. La chitarra è ammaliante, morbida, e si mischia molto bene con l’insieme degli effetti synth che accompagnano il brano.

Nel complesso, questo brano ci fa subito pensare ai primi GIAA. Un lavoro grezzo, sincero e intenso. Drizziamo subito le orecchie, ascoltiamo, la testa segue il ritmo. Ci piace, ci piace molto.

Io, forse il brano ha un’intenzione autobiografica in qualche modo, e in questo senso ci sembra di tracciare un pò l’identikit di questo artista.

Europa, C’è della malinconia, c’è la voglia di tornare a sperare, a sentire sensazioni intense.

Ganimede, questo brano colpisce, così come il primo, per la forza e la trasparenza con cui viene messo in campo.

Metis, un altro interessante capitolo di questo lavoro, che ci porta verso nuove rotte.

Tebe, qui entra in gioco un rimbalzo interessante, fatto di arpeggiatori, suoni più aspri, elettrici, che si alternano con un ritmo incalzante di ritmica digitale e basso elettrico.

Elara, sono onde di un mare fatto di note, in quale la chitarra nuota, esce e si tuffa nuovamente.

Callisto, nel complesso, anche qui siamo in presenza di ottime scelte stilistiche e un grande potenziale.

Imalia, Le idee sono buone, c’è molto da ascoltare. Molto interessante il gioco tra chitarra e basso iniziale. Ottimo il tappeto ritmico.

Passiamo quindi al verdetto finale: Interessanti scelte compositive fanno da supporto ad un lavoro che non ha nulla di meno rispetto a lavori molto importanti nel campo sperimentale. La qualità di registrazione non è eccelsa, soprattutto nella chitarra che denota la mancanza di una qualità di registrazione studio, ma ciò che ci rimane di questo brano è un senso positivo.

Le caratteristiche ci sono tutte. Un importante inizio per un artista di cui aspetiamo il salto con un lavoro professionale e in studio.

Voto: 7

Paul – Postrock.it

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Creatures from the Black Lagoon – The Crooked Tree Cult

Creatures from the Black Lagoon

The Crooked Tree Cult

Il Blues non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Questo ci dimostrano i campani “Creatures from the Black Lagoon” con il loro nuovo lavoro, denso di sapori retrò, ma con un occhio al futuro della musica. Ecco a voi “The Crooked Tree Cult”
Vi siete mai chiesti “Chissà come sarebbero i grandi classici del passato, se venissero registrati oggi?”. Credo che questo sia il principale spunto per analizzare questo percorso musicale, denso di sapore vintage, ma con sonorità moderne e a volte anche sperimentali.

Partiamo dal primo brano. L’impatto è subito positivo, e ci troviamo subito a navigare su un traghetto a vapore sulle rive deserte del Mississipi. Potremmo essere agli inizi del secolo scorso, su per giù. Il suono caldo della chitarra ci accoglie, con quel graffiato che sa di Whiskey invecchiato.

La batteria sostiene il ritmo, con quell’andamento che ci ricorda un pò i treni a vapore, oppure i minatori che con i loro colpi affondavano le radici i quel paese sperduto, l’America, dove tutto è iniziato tanti anni fa.

Il basso è semplice, nudo, trasparente, ma tocca le corde giuste e ci fa socchiudere gli occhi per non perdere il ritmo delle immagini che si susseguono nella nostra mente.

Dal secondo brano in poi ci rendiamo conto che il primo in realtà è solo un’overture: infatti è l’unico brano originale di questo lavoro, mentre gli altri sono tutte rivisitazioni di grandi classici del blues.

Canzoni eseguite ad arte da un gruppo che sa il fatto suo. La chitarra va su e giù senza sosta con ritmiche conosciute e indimenticabili, mentre la voce ci accompagna lungo il grande tragitto con il suo mood graffiante, tipico degli anni 50/60.

E ci ritroviamo così ad ascoltare capolavori senza età, ma registrati con grande qualità, e sonorità moderne, che ci fanno pensare in continuazione “Questa canzone sembra scritta ieri!”.

I ragazzi sono stati bravi a sintetizzare un’epoca in pochi brani. Una grande cultura musicale che traspare ad ogni nota, ad ogni passaggio. I Creatures from the Black Lagoon sanno il fatto loro, e ce lo rivelano poco per volta, senza fretta, dimostrandoci che la musica di qualità è intramontabile.

Quello che ho apprezzato più di tutto in questo lavoro è stata la loro capacità di rivisitare brani di una certa età, rendendoli in qualche modo “attuali”. Un lavoro sicuramente non facile, e in questo devo complimentarmi davvero con tutti.

Avete dimostrato una grande cultura musicale, una capacità di esecuzione non indifferente, e soprattutto la percezione di trovarci a riascoltare questi brani nel 2022, con il bisogno di sentirli nostri, attuali, come se fossero nati sotto i nostri occhi.

Siete riusciti a regalarci una splendida macchina del tempo, bravi ragazzi!

VOTO: 8

Creatures from the Black Lagoon are:

Roberto Frattini – chitarra, piano, armonica, voce
Francesca Filippi – basso
Luca Bravaccino – batteria

Link:

Bandpage Facebook:

https://www.facebook.com/CreatureFTBlackLagoon

Spotify:

Paul – Postrock.it

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Earthset – L’uomo meccanico

Earthset

L’uomo meccanico
Gli Earhset sono un progetto italiano molto interessante, nato a Bologna. Il loro sound affonda le radici in percorsi psichedelici a tinte post rock, con un timbro alternative rock classico.

La miscela personale che si crea, tocca ambienti e paesaggi culturali importanti, infatti sin dal 2013, la band ha un evoluzione musicale enorme, fino alla maturità definitiva, che li conferma a pieno in questa nuova opera.

L’Uomo Meccanico è un album live registrato al Teatro Comunale di Bologna, ed è uno spettacolo incredibile, che il collettivo ha portato già nel suo tour, nel periodo (2019 – 2020) prima della pandemia.

Di questo concept album, troviamo anche una colonna sonora uscita poco dopo e distribuita, per due etichette notevoli Dischi Bervisti e Koe Records. In questo lavoro si narra in chiave teatrale il film muto del 1921, diretto dal comico Andrè Deed, dove si narra un racconto sensibile e struggente. Ampliato nel confronto tra un robot buono e uno cattivo, su un mondo fantascientifico e di grande gusto sofisticato. Il concerto viene suddiviso in otto capitoli silenziosi e sussurrati, che si aprono leggeri durante il cammino, dove la band con un carisma visionario, porta a termine le composizioni in modo eccellente.

Con lo studio attento analizziamo l’apertura del primo capitolo, con il Preludio che annuncia una vibrazione oscura e misteriosa.

Nel sottofondo i feedback ovattati, si incastrano al riverbero cosmico e nel silenzio un arpeggio stupendo prende vita. Una batteria leggera poi, si collega al rumore corposo, della seguente “Cap II – Il Fuoco”.

Una traccia preziosa che a piccoli passi, accelera d’intensità, per poi rallentare sul tempo irregolare del bridge centrale.

Il loop temporale che si crea sopra il basso e la ritmica, lascia brividi unici sulla pelle, fino ad esplodere con una rabbia distorta, chiudendo la traccia. Il delay meticoloso della chitarra, apre gli occhi sull’arpeggio dolce di “Cap III – L’Inganno”, cullandoci a dovere su un luogo dormiente, i passaggi oscuri tornano nel finale lasciando un punto in sospeso.

“Cap IV – La Festa” invece si lascia andare a una giornata spensierata, alla ricerca di ricordi felici. Qui ci sono i primi accenni di post rock, dove un chiaro riferimento ci porta ai Mogwai, le chitarre contagiose si addentrano in una struttura leggera, di un tempo godibile. Nei seguenti due capitoli “Cap V – L’Uomo Meccanico” e “Cap VI – La Fuga”, troviamo il collegamento principale di quest’opera, il punto più alto, dove prende vita la figura di questa macchina, avvolta da un sentimento represso, che porta alla fuga.

Il basso magnetico, danza in modo preciso su una batteria graffiante. I continui rumori spaziali, si agitano lungo tutta la durata molto lunga, con un’emozione magica, che si infrange su un delirio estremo.

Questo tiro energico continua anche sul “Cap VII – Il Ballo” all’interno di un vortice caldo e ben strutturato, qui la ritmica fa un lavoro incredibile, lasciando un segnale forte alla melodia. L’opera infine si chiude sulle note dell’ultimo capitolo “Cap VIII – Lo Scontro” per affrontare questa lunga battaglia, che prende il sopravvento in chiave elettronica, il giro di batteria ruvido si sposa alla perfezione, con il noise disturbante e unisce tutti gli elementi aggiuntivi, a una scrittura contemporanea d’altri tempi.

Gli Earthset mettono su una sinfonia unica e sensazionale, portando alla luce un racconto drammatico a tinte aggressive, per lasciare un significato grandioso e di nicchia.

VOTO: 7,5

Earthset – L’Uomo Meccanico(2020)

Dischi Bervisti / Koe Records

Live recorded, mixed and mastered by Claudio Adamo.

Earthset are:

Costantino Mazzoccoli: guitars

Luigi Varanese: bass

Ezio Romano: guitars

Emanuele Orsini: drums

Link:

Bandpage Facebook: https://www.facebook.com/Earthset

Bandcamp: https://earthset.bandcamp.com/music

Spotify: https://open.spotify.com/artist/27FihPbgJOaSdAyq9kgb9t

Simone – Postrock.it

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DID A QUID – Hawkwaves

DID A QUID

Hawkwaves
Tornano su Postrock.it i nostri amici DID A QUID. Ci immergiamo nelle sonorità psichedeliche degli anni ’70. Ecco a voi Hawkwaves

Eccoci tornati con la nostra ormai nota rubrica dedicata alle band nostrane. Oggi torniamo sui passi di un progetto passato sul nostro portale qualche tempo fa: loro si chiamano DID A QUID e arrivano con il loro nuovo prodotto chiamato Hawkwaves. I ragazzi ci regalano emozioni come sempre e già dal titolo creano curiosità. Immergiamoci subito!

Per chi si fosse perso la loro prima recensione, vi consiglio davfero di dare un ascolto e un’occhiata qui.

I DID A QUID sono una band campana che si pone l’obiettivo di rivisitare brani classici derivanti dal rock anni ’70 in chiave psichedelica. Il loro primo album, dal nome JOY DISMISSION, si poneva l’obiettivo di esplorare le sonorita della dark wave anni ’80, per raggiungere nuovi traguardi nella psichedelia e nella sperimentazione sonora.

Hawkwaves prosegue il percorso, catapultandoci questa volta nelle sonorità degli anni ’70. Si respira odore di Napalm, Nixon sta tenendo un discorso sul vecchio televisore in sala, e noi ci prepariamo a combattere in Vietnam.

La band campana non si smentisce, e dimostra grande talento anche stavolta, regalandoci una serie ampia di brani, attraversando una delle decadi più importanti nella storia della musica psichedelica. Parliamo di un periodo fondamentale sotto molti punti di vista: assistiamo alla nascita dei sintetizzatori, nascono i primi grandi progetti sperimentali. Possiamo tranquillamente dire che le basi del genere postrock nascono proprio in questi anni.

La psichedelia fa da padrona in questo nuovo lavoro dei DID A QUID. Partiamo subito con un grande nome, STEPPENWOLF, e subito sentiamo sonorità familiari. Ci sentiamo subito On The Road.

La voce si sposa perfettamente con le sonorità ampie e profonde del brano, permeato da un certo sapore agrodolce, come d’altronde era la stessa band omaggiata dai nostri amici campani. Nel complesso un grande brano che ci fa subito drizzare le orecchie per i brani successivi.

I passaggi all’interno di questo lavoro sono molti, e non basterebbero due recensioni per analizzarli tutti singolarmente, quindi preferiamo fare una panoramica generale su questo lavoro molto interessante quanto valido.

I DID A QUID si riconfermano per la loro originalità, dimostrano di aver fatto un passo avanti in fatto di sperimentazione. Il loro obiettivo di reinventare i brani e gli artisti della storia della musica Rock funziona e convince.

Ci piace il gioco tra strumenti ed elettronica, ci piace il dialogo tra ritmica e armonia, ci convince la voce particolare e profonda.

Tra i brani che ci colpiscono di più segnaliamo sicuramente D-rider, che rimane stampata nella nostra mente per il bellissimo riff di chitarra iniziale, e Motorhead – Lemmy, che rievoca in noi sonorità aggressive e indimenticabili.

Anche questa volta noi della redazione di postrock.it ci sentiamo di fare solo una piccola critica, che già si era presentata nel caso della prima recensione: 20 brani sono a nostro parere troppi per una sola pubblicazione, e rischiano di far perdere valore a tanti brani che finiscono in sordina nella quantità. Perchè non dividere la pubblicazione in due volumi?

Nel complesso: Bravi! Aspettiamo nuovo materiale da recensire!

Voto: 7

LINK:

Spotify

Paul – Postrock.it

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Super Fat Ginger Cat – MAW

Super Fat Ginger Cat

MAW

MAW è un album suonato a volumi esagerati, ben studiato e con una passione incredibile al suo interno. Il trio mette in mostra una grande qualità musicale, che si culla dolcemente sui diversi generi musicali, lasciando una forte ispirazione e un barlume di speranza al nostro futuro.

I Super Fat Ginger Cat sono un trio molto interessante nato a Bologna, il loro sound energico inizia a muovere i suoi primi passi con jam session infinite e cariche di distorsioni. Nel loro primo album d’esordio Maw per l’etichetta italiana Grandine Records, il mondo distopico e allucinato della band, prende vita sopra ambienti caldi ricchi di psichedelia, creando un percorso introspettivo su atmosfere oscure e delicate. Infine le diverse influenze di ogni musicista si incastrano, su una realtà cosmica dal grande gusto personale, lasciando il segno in queste sette tracce, che toccano diversi stili musicali in modo eccellente.

“Uncle A” apre questo disco su un’atmosfera dormiente, per poi accendersi subito con una distorsione acida, che avvolge la linea vocale carismatica di Caterina Celano, che oltre alle doti vocali, si cimenta anche come chitarrista notevole, dal timbro aggressivo.

Il brano si sviluppa su un approccio sonoro vicino allo stoner, quello roccioso e formidabile, avvicinando l’ascoltatore a progetti storici del panorama underground, come Windhand e Royal Thunder. Da notare infine la lunga durata della traccia, che alterna paesaggi melodici a sfuriate ruvide, che tolgono il sonno. Un buon inizio che si arresta, nel finale carico di rabbia. Segue “Another Stoned Sunday” su un tiro noise rock e una ritmica spaziale, grazie al basso di Andrea Iacobucci e la batteria martellante di Marco Priori.

Sul cambio centrale delirante, si sposa alla perfezione un sussulto infinito che avvolge lo stile desert rock.

Stesso discorso vale per la seguente “Planet Fish” dove una carica incredibile si manifesta nel giro corposo del basso, fino alla dolcezza finale che rallenta la composizione.

“Efferalgun” invece accelera d’intensità il suo cammino, cambiando mood al disco con sonorità più spedite simil punk, mentre “Strangers” apre il paradiso sognante del trio su parabole cosmiche, avvolte da una desolazione arida e un’esplosione struggente nel finale. Verso la chiusura poi ci soffermiamo sulle bordate pesanti di “Eta Carinae” che con le sue chitarre leggere, agita la struttura a dovere sopra il rullante caotico e la distorsione graffiante. La linea vocale qui appare matura, come a voler narrare una storia personale.

Uno dei brani migliori del disco, che stordisce al suo ascolto e immerge il sound dentro un viaggio apocalittico.

Chiudiamo quest’opera suggestiva con lo stoner classico di “While True”, che a piccoli passi sofisticati, completa con precisione il disco.

Maw è un album suonato a volumi esagerati, ben studiato e con una passione incredibile al suo interno. Il trio mette in mostra una grande qualità musicale, che si culla dolcemente sui diversi generi musicali, lasciando una forte ispirazione e un barlume di speranza al nostro futuro.

VOTO: 7,5

Super Fat Ginger Cat – Maw(2021)

Grandine Records

Mixed and Recorded at Cabot Cove studio by Diego Castioni

Super Fat Ginger Cat are:

Caterina Celano: vocals and guitars

Andrea Iacobucci: bass

Marco Priori: drums

Link:

Bandpage Facebook: https://www.facebook.com/superfatgingercat

Spotify: https://open.spotify.com/artist/3KcFG0eH5vwSUCJUKwqU8s

 

Simone – Postrock.it

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Australasia – perdere

Australasia

Perdere

Il progetto Australasia è l’universo cosmico carico di effetti visivi del polistrumentista italiano Gian Spalluto.

La sua lunga carriera nasce nel 2012 con il primo full lenght Sin4tr4, il suo percorso come musicista, si impreziosce con la collaborazione preziosa di diversi artisti sulla scena underground post rock e mette in mostra storie vissute, pensieri ed esperienze personali che raccontano una fiaba meticolosa, sotto un cielo stellato da brividi.

Le sue composizioni narrano il mondo interiore dell’artista, che con l’insieme pazzesco di emozioni splende di luce incandescente in ogni sua opera, dal timbro quasi completamente strumentale.

L’influenza maggiore per artisti monumentali come Angelo Badalamenti e John Carpenter, rende il suo viaggio artistico una vera e propria colonna sonora, fino ad arrivare a tematiche più spinte e aggressive verso il blackened  post rock a tinte shoegaze, avvicinando le sonorità a band del calibro enorme stile Russian Circles e Slowdive.

Le melodie principali si spalmano, su un’infinità di passaggi distorti, avvolti da delay magnetici che portano alla scoperta di nuovi orizzonti più cupi e malinconici, narrando storie drammatiche o visioni nuove suggestive, cercando un buon compromesso orecchiabile e godibile.

Infine nei suoi brani   Gian si immerge in luoghi immaginari e boschi misteriosi, per un risultato notevole da lasciare con il fiato sospeso.

Dopo il periodo complicato per la musica inedita, soprattutto per i generi di nicchia più suggestivi. L’artista non perde lo spirito e lavora su un nuovo singolo “Perdere” prodotto per l’etichetta Goden Morning Sounds, che sarà l’apripista di diversi sogni struggenti da affrontare con la giusta speranza. Come un puzzle che prenderà forma nell’arco dei prossimi mesi, lasciando un gusto unico e delicato. Le diverse composizioni sono basate sul tema personale “Perdere e Ritrovare”, dove i problemi della vita e gli eventi negativi e positivi, trovano il punto d’incontro definitivo, che nonostante il periodo incerto, cercano di creare una nuova luce.

La struttura del brano è incentrata sullo studio attento della chitarra, che si alterna in cambi puliti e sensibili, a momenti più pesanti dove la distorsione spazza via qualsiasi cosa. Dentro questo nucleo caotico, troviamo anche una voce vintage con l’effetto RAT, che lancia segnali corposi e una batteria graffiante.

Le vibrazioni infinite portano l’ascoltatore in un ambiente dormiente, fino all’esplosione finale del caos stupendo.

L’artwork è curato dall’illustratrice Sara Fasolin e ritrae una gazza ladra, come simbolo d’innocenza e gratitudine, marchio presente anche nei diversi lavori dell’artista. Concludendo questo primo singolo ci lascia spiazzati, per tutta la sua durata e trasmette un incantevole bellezza ricercata.

VOTO 7

Australasia – Perdere

– Golden Morning Sounds –

Produced by Gian Spalluto

Recorded, mixed and mastered by Francesco Barletta at Last Floor Studio

Australasia are:

Gian Spalluto: Guitar,bass and synths

Giovanni Cilio: drums

 

Link Utili:

Bandcamp: https://australasia.bandcamp.com/

Facebook: https://www.facebook.com/australasiamusic

Simone – Postrock.it

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IQONDE – KIBEHO

IQONDE

KIBEHO

La prima traccia di “Kibeho” ci lascia subito a bocca aperta, con la citazione tratta dal film del 75 di Pasolini: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

Dopo quel “Su, imbecilli, fateci vedere che siete felici! Avanti, ridete!” un agguerrito strumentale ci porta a comprendere il titolo della prima traccia, Ma’Nene, il rituale indonesiano che riesuma i morti.

Le sonorità sposano perfettamente l’ideologia del progetto, fondere frastuono, dissonanze, Caos, in un noise dall’aspetto primordiale unito al tocco mitico dell’Africa Nera.

Le ritmiche tribali sono stata in qualche modo inglobate in sonorità caotiche molto lontane da quello che è un approccio folkloristico.

Il secondo brano si intitola “Marabù”, probabilmente il nome di un uccello coloniale che abita appunto l’Africa subsahariana.

“Kibeho” è un album di suggestioni. Un album di musica strumentale che tenta di pilotarci verso un ambiente, un habitat… molto lontano da quello che siamo abituati a percepire come nostro.

Edith Piaf è sicuramente un omaggio alla grande cantautrice francese. Dopo l’annuncio in lingua francese che ci permette di ricondurre il brano al titolo, inizia forse la più “melodica” tra le canzoni proposte.

Ed anche qui, un ennesimo gioco di suggestioni, di assaggi, di sapori, di emozioni che ci permettono di comprendere vagamente il messaggio, volutamente mai troppo chiaro.

“Leblansho” è la più lunga tra le tracce, ed anche la più misteriosa. Inizia con un’aura dark, anche qui giocano le sensazioni più che una mera etichetta che non renderebbe fede al percorso emozionale di questo disco. Il brano è un’evoluzione degli strumenti base che compongono il disco, ma è proprio la dimostrazione che a volte non occorrono mille suoni, mille effetti. Conta l’intenzione.

Gross Ventre  e 22:22 (con l’ennesima citazione dal film di Pasolini) ci accompagnano verso la fine di questo percorso, decisamente breve, che ci lascia con quel senso di vuoto di quando non vuoi che giunga la fine… ma la sentiamo arrivare dal finale dell’ultimo brano, che non ci lascia dubbio:

prima o poi inizierà un nuovo capitolo, di certo molto diverso dal primo.

Album e band consigliatissimi a tutti gli amanti della sperimentazione.

Voto: 7

Link:

Bandcamp: https://iqonde.bandcamp.com/album/kibeho

Facebook: https://www.facebook.com/iqonde/

J. – Postrock.it

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GENTLE SOFA DIVER – OFF THE FISH TANK

GENTLE SOFA DIVER

Off The Fish Tank

 

Il progetto Gentle Sofa Diver, vede il polistrumentista Nicolò Baiocchi creare un vortice intenso di emozioni ricercate, con un grande gusto musicale che arriva dalle radici alternative rock anni 90.

Questo percorso si forma a Pesaro, su un aura delicata e nel suo insieme vengono inserite le diverse sonorità del musicista, che nel suo lungo viaggio sperimenta delle composizioni eccellenti e originali. Nel suo disco d’esordio Off the Fish Tank prodotto per l’etichetta milanese Non ti Seguo Records, il sound si spalma alla perfezione su un ambiente caldo e incredibile.

Il richiamo deciso a band monumentali come Smashing Pumpkins e Sonic Youth, impreziosiscono tutto questo primo lavoro, sfiorando anche percorsi nascosti, come il post rock e il noise.

Come primo singolo viene rilasciato “Self Sabotage”, dove le chitarre sognanti si aprono su un mondo sensibile, avvolti da un riff magnetico prezioso e dopo la carica energica sulla parte iniziale, dal nulla fa capolino la linea vocale ruvida e melodica. Un brano stupendo e godibile, che si chiude sul silenzio armonico.

Seguendo il giusto ordine, andiamo ad analizzare in modo impeccabile questa prima fatica. L’apertura amplificata di “That Dream I Made” prende vita su una chitarrina stile filastrocca, per poi esplodere su un tiro spedito e violento, la distorsione si abbatte su un muro sonoro notevole fino ad incontrare una voce narrante, che si culla dolcemente fino alla chiusura. “Rain” invece è una composizione morbida, dove l’arpeggio di chitarra delizioso si incastra al tempo macchinoso, della fase ritmica e la voce dormiente accende la luce su un luogo sensibile.

Procediamo il nostro cammino con la dolcezza strumentale di “Seaside Winter Postcard”, una suite piena di sussulti e richiami al noise d’avanguardia.

Mentre il paradiso delicato, continua il suo viaggio sull’opera “A World I Used to Know”qui il lavoro profondo viene messo in luce dalle qualità canore di Nicolò, che si lascia andare su un prezioso testo e una struttura incantevole. Nella parte finale la traccia accelera la sua corsa, fino al groove portante del basso e il feedback sonoro nel sottofondo, uno dei brani migliori di questo disco, per tutta la cura e l’emozione che trasmette.

Con “Control” la freschezza struggente, spinge il vortice graffiante su uno stile martellante, che lascia un’atmosfera vissuta su un passaggio ipnotico. Invece sulla seconda take strumentale “In the Fish Tank” il timbro della ritmica, subisce un cambiamento tecnico seguendo il tempo post rock, che avvicina l’ascolto agli scozzesi Mogwai.

Qui il riverbero unico delle chitarre, si lascia trasportare a dovere, all’interno di un passato dolce. Verso la chiusura ci soffermiamo su “Embrace” una piccola ballata, che brilla di luce incandescente e la nostalgia prende corpo nelle nostre vite, cercando di ritrovare quella sicurezza perduta da tempo.

Chiudiamo con il brano più lungo “Home” e i suoi paesaggi suggestivi, con una buona dose di voci bianche e fragili nell’aria, che portano la composizione a un livello superiore, per la sua conclusione incredibile.

Nicolò Baiocchi crea un mosaico geniale e orchestrale, dove le emozioni prendono il sopravvento su tematiche personali e storie vissute in silenzio. Lasciando libero sfogo a un percorso leggero, che al punto giusto lascia un segnale indelebile e infinito.

VOTO 7

Gentle Sofa Diver – Off the Fish Tank(2021)

– Non ti Seguo Records –

Mixed and Recorded by Nicolò Baiocchi

Link:

https://www.facebook.com/GentleSofaDiver

FACEBOOK: https://www.facebook.com/GentleSofaDiver
INSTAGRAM: https://www.instagram.com/gentle_sofa_diver/

Simone – Postrock.it

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Artichokes – Flashbulbs

Artichokes

Flashbulbs

 

Gli Artichokes giocano con il sound aggressivo e rabbioso, lasciando però il giusto timbro alle sonorità più orecchiabili, per un genere che brilla di luce immensa e racconta storie cosmiche.

Il trio imperiese post rock Artichokes, torna sulle scene con il secondo album in studio Flashbulbs per l’etichetta Re-Verb. Il mondo psichedelico e delicato che si crea al suo interno collega momenti di riflessione, per qualcosa di grande ispirazione da stravolgere le proprie vite. Il termine che la band descrive con questo nuovo lavoro, avvicina l’ascoltatore all’insieme di ricordi vissuti, su una memoria carica di esperienze personali e di incantevole fattura.

Se nel primo disco A Wish Is del 2015 si dava un senso di inizio a un viaggio sperimentale e elaborato, con questa nuova fatica le tinte strumentali ricercate aumentano di spessore, con distorsioni graffianti e varie sfumature avvolgenti.

Il risultato è un’opera incendiaria con ambientazioni eleganti e incisive.

L’apertura danzante di “Toska”, apre il suo percorso su un tiro energico e d’impatto. Il riff portante delle chitarre acide, si scaglia con violenza sulla ritmica da brividi e dopo la prima sfuriata iniziale, il riverbero stupendo del delay, si incastra al groove magnetico del basso e alla furia ruvida della batteria. Segue “Neurone(balla da solo e si diverte)” incentrato sul feedback di fondo cosmico, che ci proietta su un’atmosfera spaziale.

Il brano viene impreziosito nella parte centrale, con l’aggiunta di una tromba surreale e interessante.

Invece su “Lorda Orda di Androidi” il timbro ipnotico del basso, si cimenta su un tempo veloce e diretto. Nel vortice ripetitivo si percepisce una linea vocale amplificata, che narra qualcosa di misterioso e elettrificato. Poi nel finale tornano alla ribalta, le chitarre sporche e devastanti che chiudono un percorso sognante.

Sull’arpeggio delicato di “Possibile”,si avvolge la melodia particolare della voce preziosa di Anthony D’Aguì, su un testo maturo che narra un sogno ad occhi aperti. La composizione infine, si chiude con il cambio finale esplosivo.

Prima di arrivare all’atto conclusivo, ci soffermiamo sulla title track “Flashbulbs”, che racchiude a dovere tutto il paradiso meticoloso del trio, lo stile post rock prende il suo spazio sensibile sopra paesaggi stupendi, per una suite incredibile ricca di distorsioni importanti.

Chiudiamo questo viaggio sulle note dolci di “Alle Stelle” uno degli ultimi singoli rilasciati, anche qui la voce si libera leggera su una tematica struggente e corposa. Per una giusta chiusura a un disco roccioso.

Gli Artichokes giocano con il sound aggressivo e rabbioso, lasciando però il giusto timbro alle sonorità più orecchiabili, per un genere che brilla di luce immensa e racconta storie cosmiche.

VOTO: 7

Artichokes – Flashbulbs

– RE-verb –

Produced by Artichokes and Marcello Venditti

Recorded by Francesco Genduso at “Onda Studio”, Imperia, Italy
Mixed by David Rosati from “ACME Recording Studio”,Raiano(AQ). Italy

Artichokes are:

Anthony D’Aguì(Guitar-Vocals)
Andrea De Thomatis(Bass-Synth)
Lorenzo Lanteri(Drums)

LINK:

https://www.facebook.com/artichokesbandimperia

https://artichokesband.bandcamp.com/