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Leonardo Serasini – Splendida Ricompensa

LEONARDO
SERASINI
SPLENDIDA RICOMPENSA
Leonardo Serasini ci conduce su strade tortuose con i suoi assoli da capogiro, in un sapiente racconto di se stesso e della sua musica, fatta con anima e tanta passione.
Splendida Ricompensa. Questo il titolo di un album concepito, portato avanti e terminato in un periodo storico che di certo non è dei migliori. Un album di impronta sicuramente molto cantautorale, molto progressive, ma con un retrogusto postrock.

Un intricato e vertiginoso gioco di scale, assoli e virtuosismi accende i riflettori su quello che è il primo di una serie di pezzi studiati molto attentamente. È lo stesso Leonardo Serasini a raccontarci qualcosa sul concepimento di questo lavoro.

Momenti di solitudine e silenzio dedicati alla scrittura dei testi e poi lunghe ore di registrazione selezionate sempre con cura per ottenere solo il meglio. La ricerca ostinata del suono giusto, la scelta meticolosa dello strumento più adatto.

È questo quello che troverete dentro a questo album, ed è subito chiaro fin dal primo brano come la scelta dei suoni e dello strumento sia incredibilmente giusta in ogni momento di questo lavoro.

Suoni acustici e digitali si inseguono uno dopo l’altro, alternando momenti estremamente riflessivi a sequenze adrenaliniche e ritmate, che ci fanno scuotere il capo avanti e indietro.

Leonardo è sicuramente un virtuoso della chitarra, ma in qualche modo riesce a dosare con pazienza la propria bravura, e si lascia scoprire a poco a poco, nota dopo nota.

Si odono suoni fuori campo, voci, suoni, come nel brano n°3 – Gli Amanti part 1 dove a fine brano ci sentiamo improvvisamente immersi in un pub durante un concerto Jazz, o come nel brano n°5 – Oltre Me (Aticirtele) dove veniamo accolti da un rumore di pioggia e vento.

Ed ecco che ritroviamo gli elementi postrock, la sperimentazione, che Leonardo decide di accostare in modo sapiente a sequenze estremamente tecniche e poste su binari ben precisi.

Il brano che mi colpisce di più è il brano n°6 – La Direzione Che Non Vedi feat. Gio Cancemi, dove possiamo ascoltare perle storiche e frasi di immensa profondità, come uno dei più bei monologhi della storia del cinema, del grande Benigni!

9. Lo Sguardo feat. OR – una poesia delicata, il battito di un cuore, parole di un bambino, delicate armonie acustiche, il leggero gracchiare come quello della puntina che scorre sul vinile..questa canzone ci fa sognare, ma non illudetevi, perché all’improvviso il brano cambia totalmente e diventa un susseguirsi di synth e percussioni elettroniche. Il cambio stride, non ce lo aspettiamo, ma questa è sicuramente sperimentazione.

Uno degli Assoli più impegnativi registrato con la febbre alta e tempi di lavorazione spesso ritagliati dai ritagli dei ritagli di tempo.

11. Qui Con Me (Notte Di Natale) – ascoltiamo note e parole dolci, una chitarra acustica arpeggiata ci fa pensare a una canzone suonata e vissuta davanti al camino acceso, nella notte di Natale. La famiglia riunita ad ascoltare, i pacchetti regalo vicino all’albero, e quasi si ha la sensazione di tornare indietro nel tempo, a quando si era piccoli, e quando si viveva tutto senza pensieri.

Questo è Leonardo Serasini. Un folle della musica, un visionario. Testi forti, sonorità a volte dolci, a volte pressanti, altre volte aggressive, poi nuovamente delicate. Questo album non gira mai in tondo, ma prosegue lungo una linea retta, senza inizio e senza fine, e lascia spazio e mille altri lavori che attendiamo al più presto.

Voto: 7

CREDITS

1. Riordinando La Sabbia Di Un Deserto (Insomnia)
2. La Maledizione feat. LSQ
3. Gli Amanti Part 1 feat. LSQ
4. Freddo
5. Oltre Me (Aticirtele)
* Voice Sample dal Film “Fuoco Cammina Con Me”, David Lynch
6. La Direzione Che Non Vedi feat. Gio Cancemi (Tastiere)
*Audio Sample dal Film “Alexander”, Oliver Stone
*Voice Sample dal Film “La Tigre E La Neve”, Roberto Benigni
7. Gli Amanti Part 2 feat. LSQ
8. Luci Della Civiltà
9. Lo Sguardo feat. OR
10. Amor Che Ne La Mente Mi Ragiona
*Voice Sample dal Film “Basta Che Funzioni”, Woody Allen
11. Qui Con Me (Notte Di Natale)
12. In Conclusione

Testi e Musiche: Leonardo Serasini (2020)
Suonato da Leonardo Serasini
Registrato, Mixato e Masterizzato da Leonardo Serasini presso “LeTerreDiOrStudio” eccetto “La Maledizione” (Rec+Mix by Alberto Pepoli – RIO STUDIO)

Gli LSQ sono: Alberto Pepoli (Batteria, Tastiere), Giacomo Rocchi (Percussioni), Rodolfo Valdifiori (Basso Elettrico)

Prodotto da Leonardo Serasini, Lennon Serasini, Pelopida De Lellis + OR

Progetto Grafico : Leonardo Serasini
Realizzazione Video: Leonardo Serasini

Facebook:https://www.facebook.com/leonardosera…
YouTube:https://www.youtube.com/user/Leonardo…
SoundCloud:https://soundcloud.com/leonardo-serasini
Amazon:https://music.amazon.it/albums/B085WLWVMF?ref=dm_sh_C7yw0cwgndtJLMdJdo8z52NaH

 

Paul – Postrock.it

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NORTHWAY – THE HOVERING

NORTHWAY

THE HOVERING
Una copertina che non poteva essere più azzeccata per una traversata oceanica sonora densa di emozioni e di contrasti, di armonie e di dissonanze. Ecco a voi il secondo album dei Northway – The Hovering.

Sarà il freddo di questo Dicembre, sarà il periodo, sarà il momento storico, ma non potevo trovare una band migliore da recensire in questo periodo pre-natalizio.

Loro sono i Northway, band attiva dal 2014, e ci deliziano con questo secondo album davvero degno di nota. 

Ci addentriamo subito, senza troppi giri di parole, nel percorso musicale di questo interessante disco, uscito il 25 Settembre 2020.

Il disco richiama fin da subito un’atmosfera particolare, guardando la copertina ci sembra quasi di sfogliare le prime pagine di un romanzo inglese di fine ‘800, quelle storie a metà tra mito e scienza, tra tecnologia e mitologia, e i titoli confermano la nostra sensazione iniziale. 

Point Nemo, partiamo subito con un basso sporco, diretto, che senza troppi giri di parole ci introduce al primo brano, incalzando la batteria che segue poco dopo e aprendo un capolavoro di trame armoniche di chitarra che ci regalano un’immagine davvero intensa, davvero sognante.

Scaturiscono immagini in sequenza nella mente dell’ascoltatore, che influenzato dalla copertina e dal titolo del brano si ritrova subito nella ciurma del Nautilus, viaggiando a profondità incredibili, osservando cose fino ad ora nascoste ad occhio umano.

La batteria è sommessa, tranquilla, ci accompagna nel viaggio senza troppe parole. Ma ecco che sul finire un mostro marino passa in tutta la sua enorme imponenza davanti ai nostri occhi, e assistiamo ad un esplosione di suoni e di colori

Kraken. un urlo sorge dalle profondità. Una lingua a noi sconosciuta. Nella notte dell’oceano, a bordo del nostro veliero, tra fulmini e pioggia, vediamo all’improvviso emergere un gigantesco tentacolo. La chitarra si erge in tutta la sua grandezza, con suoni scuri e pesanti, spinta in avanti da un basso che dipinge perfettamente l’imponenza del grande mostro marino.

La batteria scandisce gli attimi di terrore come se procedessero quasi a rallentatore, con quella sorta di adrenalina che ci pervade alla vista della mitologica creatura.

La chitarra si lancia in suoni che sembrano quasi urla, poi un arpeggiato a metà del brano, una riflessione quasi, che ci riporta alla ricerca di un qualcosa, un miraggio, una leggenda. Il rullante riprende la sua marcia, i fucili sono in posizione sul ponte, il mozzo ha avvistato qualcosa, ci apprestiamo alla battaglia. Ed ecco che la chitarra riemerge, ancora più cattiva, per il secondo mitico confronto tra uomo e leggenda. 

Hope in the Storm. Un bellissimo gioco tra arpeggiati di basso elettrico, chitarra synth e accordi di immensa delicatezza.

Siamo in sottocoperta, fuori imperversa la tempesta. Sentiamo il legno del Veliero scricchiolare sotto le sferzate del gelido vento, i lampi irrompono con il loro boato, ma tutto rimane quasi lontano da noi.

Mentre la nave oscilla, noi siamo alla nostra scrivania, e con penna d’oca e inchiostro scriviamo una lettera alla nostra amata, rischiarati dalla luce di una debole e oscillante lanterna. La nostra mente è lontana da tutto questo, siamo nei ricordi. L’intensità del brano aumenta e noi ci immergiamo nei pensieri di speranza. La nostra avventura non può terminare qui, abbiamo qualcuno che ci aspetta a casa. Dobbiamo tornare.

Interlude. Così come il nome del brano, questo potrebbe essere un tramite verso ciò che ci aspetta. Nella mia mente vedo un momento di stasi durante il viaggio. Interessanti effetti sonori si succedono uno dopo l’altro, riempiendo l’aria. Forse stiamo cercando qualcosa che ancora non abbiamo trovato. Tra le onde senza fine, buttiamo in mare i corpi dei marinai. Loro non ce l’hanno fatta, ma noi si.

Edinburgh of the Seven Seas. Una calda armonia, accompagnata da un basso e una batteria suonati con ritmo e grazia, ci accompagnano lungo questo quinto brano. Siamo arrivato al porto, vediamo la città con i suoi comignoli sbuffanti, e i carri trainati dai cavalli carichi di spezie e merci che attendono di essere trasportate lungo il vasto mare.

Ci immergiamo nella città, nei sobborghi, ascoltiamo i vecchi marinai mentre narrano di epiche battaglie, mentre ricordano a tutti di quella volta che la grande balena bianca distrusse la nave e uccise tutti.

Anche qui assistiamo ad un giustissimo aumento di intensità, con un assolo di chitarra che prende parola per raccontarci qualcosa di cui nessuno più ha ricordo, un suono che pare voce, un pianto. Note di piano accentuano la malinconia di questo brano, portandolo verso la sua fine.

Deep Blue. Dopo una vita passata solcando i sette mari, ci pare di aver percorso soltanto un’infinitesima parte di questo sconfinato mare. La chitarra, proseguendo la malinconia del precedente brano, ci introduce all’ultimo brano di quest’album.

E partiamo, immergiamoci ancora una volta in questa trama sonora così piacevole e ben fatta.

Ci lasciamo trasportare dalle ritmiche di basso e batteria, mentre solchiamo le onde di un mare languido, dolce e calmo seppure inquietante. e misterioso. Cosa c’è laggiù nell’oscurità? I nostri antenati ci hanno lasciato in eredità leggende e miti, parole e canti che non hanno più un volto ormai…ma se in qualche modo fosse vero? Se quelle leggende avessero un’origine, se in questo momento qualche gigantesca creatura stesse ancora animando i fondali sconfinati dell’oceano sotto di noi?

È questo il quesito con cui i Northway decidono di chiudere il loro capolavoro, narrandoci storie, leggende, canti e poemi con un epilogo degno di questo viaggio leggendario.

Chitarre sognanti viaggiano a ritmo di batteria, mentre il basso vola alto dando la vibrazione adatta per un momento cosi solenne.

E così si chiude quest’album, che. ci ha regalato emozioni che vanno aldilà delle parole. Bravi Northway, cosa ci racconterete nel prossimo album? aspettiamo con ansia e curiosità il vostro prossimo lavoro.

Voto: 9

Line-up:

Antonio Tolomeo (chitarra)

Luca Laboccetta (chitarra)

Matteo Locatelli (basso)

Andrea Rodari (batteria)

LINK:

https://www.facebook.com/northwaytheband

 

Paul – Postrock.it

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IL SILENZIO DELLE VERGINI – FIORI RECISI

IL SILENZIO
DELLE VERGINI
FIORI RECISI
“Il Silenzio delle vergini” sono una meravigliosa scoperta. Con loro ho rivisto memorie, ricordi, gioie e dolori. Tutte quelle emozioni che fanno parte di un viaggio obbligato per tutti noi, la vita. Può lunga o più corta, non ha importanza, conta come viene vissuta.

“Non ho più paura” apre con un arpeggio ed un dialogo. Ci figuriamoci già un campo – contro campo davanti agli occhi, come se fossimo al cinema. La voce acconsente ad un ipotetico rapporto di non fedeltà da parte della donna, e lì il ritmo prende vita nell’arpeggio iniziale, una voce femminile, angelica, appoggia il tema melodioso, venature pop che rendono il tutto estremamente orecchiabile. La voce over rientra in campo, una dichiarazione d’amore che lascia in qualche modo presagire un finale tragico, come un melodramma amoroso degli anni 30 sugli schermi di Hollywood.

“Cuore di farfalla” entra in gioco con una chitarra distorta, si sente il passaggio delle dita sul manico. Questo è un altro film, un altro dialogo. La vena romantica si percepisce già dalla seconda canzone. Un arpeggiatore evidenzia il ritmo, le voci lontane, come degli eco dall’aldilà, lasciano spazio ad un mormorio di sottofondo, un vociare caotico che ci fa tendere le orecchie con insistenza. 

Questo brano ci riporta nel passato, nelle antiche memorie di un’infanzia. Il ricordo, la memoria, la fuga… ricorrenti temi nel settore avanguardistico. 

Siamo pronti a farci trasportare da ogni emozione, da ogni singola nota.
“Mental Code” sembra spezzare lo stile romantico dei primi due brani. Dopo il ricordo, dopo le memorie, il tema ricorrente in ogni film d’avanguardia che si rispetti è quello della fuga. E l’impatto sonoro è proprio quello, una corsa inesorabile, echi e cori si mescolano in un assaggio caotico ma anche conflittuale. 

Ancoraggio alla tradizione, alle memorie, ed allo stesso tempo la voglia di esplorare. Sonorità più scure, non propriamente espressioniste ma di sapore comunque nordeuropeo.

“Radici di Paradiso” utilizza nel titolo un altro termine che sostituisce la “tradizione”, ossia le radici. “Amore o morte”. “Voglio amare o morte”. La voce di Mathilda del film Leòn ci dona la conferma che pensare ad un film non è probabilmente così soggettivo. Nuovamente le coralità femminili portano la mente in un vero e proprio aldilà, Paradiso o Inferno non ci è dato saperlo finchè siamo in vita. Il tratto nostalgico dei synth ed arpeggiatori sono un ritorno alla vena romantica del principio. Un amore folle, forse distorto, forse destinato a finire male. Del resto, nel realismo poetico nella Francia degli anni 30, ci si dedicava ad amori idealizzati. 

Non importa cosa o chi, basta amare, mettendoci tutta l’anima.

“Necessità” riprende un po’ le ritmiche sensoriali di “Mental Code”, genera la forte incertezza in un ambiente romantico, rimanendo comunque molto orecchiabili, perfetti per accompagnare un video, una ripresa, un film. Ritorna, a sensazione, il tema della fuga, aggravato dai cori lontani, fuori campo, tratto oramai distintivo dell’album. Ripetitivo, incalzante, il ritmo ed il riff principale rimangono nella mente portando alla paranoia.

Cupo l’inizio di “Cenere”, suoni elettronici integrati con abilità indiscussa. Ashes to ashes and dust to dust, direbbero i Candlemass. La drammatica poesia di Edgar Lee Masters viene recitata come unico testo che possiamo riconoscere come tale in tutto l’album, fuori dai dialoghi iniziali. Non c’è risposta, è un soliloquio, sentito. Emozionante, una dote attoriale che enfatizza il messaggio, arrivato dritto al cuore.

“Gambino” mantiene per tutto il brano una certa sensazione di velata inquietudine, anche questa può far parte di un panorama romantico. La scelta dei suoni, l’accostamento ritmico, ricorda vagamente una citazione dubstep/elettronica, una sperimentazione elettronica che trasmette una sensazione ansiogena.

“Fiori recisi” è il monologo di una notizia di cronaca nei panni della vittima, la musica accompagna lo sfogo di lei, bullizzata dopo essere stata ripresa con un cellulare mentre dei ragazzi fingono di avere un rapporto sessuale con lei. “Come si può essere così cattivi” dice la sua voce, se lo domanda diverse volte, poi la musica parte incalzante. Sì, si può essere così cattivi, si può essere anche più cattivi. Purtroppo.

E la sua voce si confonde con suoni e rumori, interferenze… poi il silenzio. Si può essere così cattivi.

Ultimo brano dell’album è “Il treno dei desideri”. Il pianoforte che fa il suo ingresso ad inizio brano ci lascia subito con l’amaro in bocca: sensazione di nostalgia, di malinconia, di ritorno a casa dopo la fuga, forse? Il treno non è forse l’immagine tipica del fuggire?

Il treno trasporta sogni, speranze. Giovinezza, voglia di scoprire… un nuovo viaggio sta arrivando. 

E noi siamo pronti per partire, senza dimenticare quelle che sono le nostre tradizioni, le nostre radici, le nostre memorie…?

“Il Silenzio delle vergini” sono una meravigliosa scoperta. Con loro ho rivisto memorie, ricordi, gioie e dolori. Tutte quelle emozioni che fanno parte di un viaggio obbligato per tutti noi, la vita. Può lunga o più corta, non ha importanza, conta come viene vissuta.

E sono ancora su questo treno, adesso. E non ho nessuna voglia di scendere.

 

J. – Postrock

 

VOTO: 9,5

CONTATTI:
https://www.facebook.com/ilsilenziodellevergini/

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Nova sui prati notturni – Nova sui prati notturni

Nova sui prati
notturni
Nova sui prati notturni
Nova sui prati notturni – questo il titolo dell’album, un viaggio attraverso suoni, parole ed emozioni, in quello che sicuramente è uno dei più bei dischi postrock italiani di questo 2020.

Siamo in dirittura d’arrivo, verso la fine di quest’anno tremendo che molti di noi sperano di dimenticare presto. Ci sono state ben poche cose positive di quest’anno che voglio ricordare, e sicuramente una di queste è l’album Nova sui prati notturni.

Giulio Pastorello: chitarre, voce, testi (ma anche registrazione e missaggio). Gianfranco Trappolin: percussioni (ma anche realizzazione copertina e blog). Massimo Fontana: chitarra elettrica, voce, testi. Federica Gonzato (basso, pianoforte, testi, voce). 

Questa la formazione dei nostri Argonauti che si adoperano in questo viaggio sonoro, denso di immagini, ricordi e vibrazioni.

Quest’album mi ha colpito subito per la maturità sonora che questa band ha saputo racchiudere in sole dieci canzoni.

Una Notte. L’album inizia placidamente, e subito veniamo accolti da un basso caldo e morbido che ci avvolge con la sua placida malinconia. La chitarra batte leggera dei piccoli rintocchi che scandiscono e accompagnano le percussioni. In questa canzone non ci sono protagonisti, o forse lo sono tutti. Questi sono i paradossi che i Nova sui prati notturni riescono a creare con la loro musica magica.

Parole scandite con ordine, chiare seppur così nebulose, si perdono in immagini di attrazione e tradimento… noi seguiamo il susseguirsi di queste diapositive, di questi ricordi senza nome.

Dal deserto. Si respira una psichedelia quasi Doorsiana, La batteria dirige fin da subito la direzione della canzone, scandendone le parole e regalandoci una dolce atmosfera psichedelica. La chitarra leggermente distorta si disperde nell’oceano delle immagini che questa canzone suscita nell’ascoltatore.

Mi lascio travolgere, mi sento inerme, ascolto e chiudo gli occhi, respiro le parole di questa canzone, immagino di sdraiarmi in riva al mare, mi lascio accarezzare dalle onde.

Studio e Famiglia. Un sussurato gioco di strumenti che si accompagnano a vicenda, producendo un tessuto che si autoalimenta. Inizio e fine corrono sulla stessa sottile linea.

Nervi e sangue. Una favola nordica raccontata in calde parole di poesia, in un’atmosfera a dir poco sognante. Chitarre morbide e quasi luccicanti, effetti ambient interessanti. A coronare questa canzone, delle percussioni suonate magistralmente rendono questa piccola traccia qualcosa di più di una semplice canzone.

A casa. Il tono cambia radicalmente, al suono caldo e decisamente coeso dell’album si aggiunge un dialogo più dinamico, un passo più ritmato. Parole se vogliamo più forti queste, che invitano a riflettere.

Chiudo gli occhi e vedo un padre che tenta di salvare una figlia dalla depressione, o un marito che con cura trasmette parole alla propria moglie per alleviare le sue sofferenze e le sue malinconie.

La chitarra emerge durante il pezzo con un suono leggermente distorto, ad intesificare un testo che già di per sè lascia il suo segno.

Oggi 2020. Un sogno o realtà? La voce narrante ci descrive immagini che sembrano avere contorni sfumati, lampi di luce che si trasformano in colori e suoni. Un rullante cavalcante scandisce il susseguirsi di queste immagini così vive da sembrare un sogno lucido. Gente, fiori, dialoghi e simbolismo.

Stella. Il titolo fa parte del significato intrinseco di questo brano, da assaporare nei suoni e nelle parole. Cos’è una stella, se non un punto luminoso unico seppur unito nella volta celeste? E così ci sono molte persone che non capiscono la propria unicità e quella degli altri, e proviamo dolore. Ecco che in questo brano fa capolino una chitarra acustica, e ci sembra quasi di ascoltare questo brano in riva al mare, in una notte qualunque di questo inverno senza tempo.

Guardiamo il cielo, limpido e stellato, e comprendiamo, sentiamo che molte persone non hanno occhi per vedere.

Nokinà. Straziante e potente brano che segna una profonda cicatrice nella storia umana. Un termine coniato a ricordo della tragedia degli ebrei e dei campi di concentramento. Le mamme camminano verso le camere a gas, con i propri bambini in braccio, sussurrando “ninàa, ninàa”. Non si può rimanere impassibili di fronte a questo brano, non si può fare a meno di vedersi proiettati in questa orribile scena, con tutta la sua malvagia intensità.

Vedo queste madri, con passo lento e inesorabile, che camminano verso la morte, raccogliendo ogni piccola parte del proprio coraggio per dare sicurezza, con un piccolo canto, ai propri figli, e preservare la loro ingenuità.

Voci che si susseguono, si disperdono, un bambino che muore sentendo la voce della propria madre cantare verso l’infinito, respirando il gas micidiale, chiudendo gli occhi per l’ultima volta.

AmT. Siamo agli albori della tecnologia. Questa storia ci racconta un sogno, il sogno dell’uomo che vuol farsi macchina, e si lancia così nel viaggio alla scoperta delle proprie potenzialità. Invenzioni, composti chimici, microcompuetr, transistor, algoritmi matematici, numeri, note, tutto si forma come su una lavagna di un’aula universitaria. Un misterioso professore, con barba e capelli bianchi, traccia con il proprio gesso delle linee e ci preannuncia il futuro dell’umanità. E noi assistiamo, eccitati alla visione di quello che ci aspetta. Vediamo tutto da un punto di vista più ampio. Capiamo come ogni cosa ha il suo senso. i suoni dei piatti si dispersono a formare un danzante rumore di fondo che ci ricorda quasi il rumore bianco della radio, e chiudendo gli occhi ancora una volta, rivediamo immagini e volti di uomini alla spericolata scoperta della tecnologia, con coraggio e una piccola dose di follia.

Il Mantello. Conosco questo racconto di Buzzati e ne sono molto affezionato, e quindi non posso che rimanere estasiato dalla splendida messa in musica di questo racconto, tra i più belli forse di tutta la carriera del grande scrittore esistenzialista italiano. Un uomo torna a casa dopo la guerra. Rimane a casa per poco, non toglie mai il mantello, ci lascia capire che quello non è altro che il fantasma dell’uomo, giunto per dare un ultimo saluto ai propri cari.

I Nova sui Prati Notturni sono un passo obbligato per tutti gli amanti della musica Post Rock. Aspetto con molta curiosità i loro prossimi lavori, e spero di vederli presto live, una volta che tutta questa dannata Pandemia sarà passata.

VOTO: 9

LINK:

https://novasuipratinottur.wixsite.com/nspn

FACEBOOK:

https://www.facebook.com/novasuipratinotturni

Etichetta: Dischi Obliqui

 

 

 

Paul – Postrock.it

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ANDREA PELLICONE VAN GOGH PROJECT – “SOMETHING YOU SHOULD KNOW”

ANDREA PELLICONE VAN
GOGH PROJECT
“SOMETHING YOU SHOULD KNOW”
Andrea Pellicone Van Gogh Project – Something You Should Know – Le emozioni, le sensazioni, l’arte uditiva si unisce all’arte pittorica. E’ il messaggio quello che conta, quello che ci è arrivato dritto al cuore, un puro gesto d’amore.

“My sea is screaming” inizia con sensazioni, rumori, ritmi in una mescolanza di suoni dal sapore d’avanguardia. L’autore dedica queste forti emozioni al crollo del ponte Morandi di Genova, 14 agosto 2018, ma potrebbe tranquillamente essere riferito a situazioni analoghe. Ci sentiamo come se un pensiero stesse per invadere completamente la nostra mente fin quasi a farla esplodere. 

Una musicalità che potrebbe tranquillamente accompagnare una pittura in movimento.

Dobbiamo attendere quasi il secondo minuto per sentire un dialogo di chitarre, un dialogo frenetico e sperimentale, quasi come se lo strumento fosse stato suonato in maniera diversa dal modo consueto che tutti conosciamo. Una cavalcata, una batteria impazzita, un suono che non trova pace, che corre, scappa frenetico, alla ricerca della sua dimensione. D’improvviso una voce over ci riporta con i piedi per terra, quella corsa probabilmente è reale, è un urlo. Sta succedendo qualcosa e sta succedendo per davvero…

Le nostre prime impressioni ci portano quindi tormentati all’ascolto di “A summer joke”. Siamo in preda ad un forte temporale. 

Il tocco psichedelico si sente nell’esecuzione delle chitarre, nel modo in cui la batteria tenta di rincorrerla affannosamente.

Lo scherzo del destino, già, così crudo e amaro, che fa le cose quando non ce lo aspettiamo. Come in una semplice giornata estiva seppur piovosa. Nell’ultimo minuto gli strumenti sono completamente dislocati tra di loro, come se non si seguissero più. Come se ognuno avesse trovato una propria dimensione ma non la stessa degli altri.

Passiamo così a “Romantic Dream”, un piano introduce qualcosa di estremamente toccante, un’aspettativa corretta se si pensa al rifacimento di una grande opera come l’Ave Maria di Shubert. 

Il tema portante è eseguito dalla chitarra elettrica, grattato, forse impreciso, ma il messaggio arriva dritto al cuore. 

Un saluto alle vittime che si è infilato in noi come una lama appuntita. La canzone, che dura per 15 minuti, è divisa in quattro parti ed oltre all’ispirazione Shubertiana ritroviamo anche il tema di Danse Macabre di Camille Saint Seans. Sicuramente il tema dell’occulto è apprezzato e non fuori luogo in questo concept album.

“Dirty Money” lancia un messaggio neanche troppo subliminale su quello che i soldi significano in ogni situazione. Il loro macabro ed oscuro potere che avvolge tutti sempre e comunque, anche nella disgrazia. Lo stile cadenzato dell’inizio del brano lasciano quasi un’idea di rassegnazione a di fronte a questo concetto. Lo stampo cantautorale un po’ “country” anche nel testo, rafforzano questa idea.

“Rising to light” è dedicata alle anime che, ancora spaesate dall’accaduto, fluttuano in cielo. Il suono iniziale ci dona l’idea del tormento, forse del non voler lasciare una vita che gli è stata strappata così presto. 

Schizzi di musicalità agguerrita lasciano tregua ad una voce che sovrasta il leggero accompagnamento, proprio per dare priorità all’ascolto del testo, anche questa volta in inglese.

Inizia subito dopo “Song for Caterina”, il rumore del vento e del mare ci accompagnano in tutto il concept e lo rendono davvero tale. Nuovamente ritroviamo un pianoforte che fa un semplice accompagnamento. Il testo ci avvolge in quella che comprendiamo essere subito una canzone d’amore e come tale ci mostra i suoi problemi, le sue angosce, magari anche delle paranoie, reali o meno, che fanno comunque parte della vita. Un po’ come nei temi preferiti dalla pittura d’avanguardia, quando si affronta una qualsiasi relazione passando dal suono, al rumore, all’immagine. Il tutto, comunque, sempre derivato dall’inconscio, dal profondo o dall’infanzia.

“L’Infinito” parte con un accenno all’inno di Mameli, e subito dopo un decadimento sonoro… inizia la recita dell’Infinito di Leopardi. La parte vocale è una sorta di urlo, più che un canto, non si schioda da due note, ma sicuramente rende l’idea centrale di un messaggio di rinascita, un urlo ma questa volta di speranza, forse. 

Il fatto che in qualche modo riusciremo sempre a rialzarci.

“Dancing on the Clouds” regala un ultimo saluto alle vittime, questa volta non c’è segno di angoscia, di irrequietezza. Quasi si percepisce una sensazione di pace dalla musicalità, probabilmente anche per l’arpeggio che ricorda ancora vagamente Shubert, ci lascia questa malinconia però distante dalla tristezza. Un ultimo ciao e un bacio al cielo.

Seguono “Ballando sulla Luna” e “Caterina”, semplicemente la versione in lingua italiana di “Dancing on the Clouds” e “Caterina”. Sentire un tema come questo in lingua italiana, sapendo anche il messaggio generale del concept, non fa che potenziare ancora di più le impressioni descritte in questa recensione.

Le scelte di Andrea Pellicone sull’aspetto editing sono chiare: non ci sono state modifiche, il suono sembra spesso impreciso rispetto agli audio perfetti che siamo sempre abituati a sentire, tutto perfettamente a tempo, tutto perfettamente in sincrono. Qui invece ci sono alcune sbavature, alcune imprecisioni… ma cosa importa?

Le emozioni, le sensazioni, l’arte uditiva si unisce all’arte pittorica. E’ il messaggio quello che conta, quello che ci è arrivato dritto al cuore, un puro gesto d’amore.
VOTO: 7

LINK:

https://www.facebook.com/andreapelliconevangoghofficial

 

J. Postock

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BJ JAZZ GAG – SOMESTRING ELSE!

BJ JAZZ GAG

SOMESTRING ELSE!
Somestring Else! dei BJ Jazz Gag è un album d’avanguardia, un album concepito da pionieri del suono, che si lanciano alla ricerca dei confini della musica.
18-19 Maggio 2019. Il mondo vive tranquillo e ignaro di quello che da lì poco li sarebbe successo.

Non c’era pandemia, COVID era una parola ancora semi-sconosciuta ai più. Da qualche parte in Italia, 3 ragazzi entravano in sala registrazioni per dare vita a un esperimento unico nel proprio genere. Cercare i confini della musica.

All’epoca dei terrapiattisti, dei negazionisti, dei complottisti, pensavo di averne sentite davvero di tutti i colori. Ma oggi sono certo di aver scoperto un’altro genere di pazzia.

Questi 3 ragazzi sostengono che la musica non abbia limite. La musica quindi sarebbe infinita? Loro sostengono di si. È così che Biagio Marino, Luca Bernard e Massimiliano Furia decidono di provarlo in prima persona, perché non ci bastano le teorie. 

Sanno che sarà un viaggio suicida. Sanno che potrebbero non tornare. Ed è così che indossano le loro tute spaziali, inseriscono i jack negli amplificatori e si lanciano nel vuoto cosmico sonoro per scoprire con le loro stesse orecchie se questa è verità o pazzia.

Somestring Else! Si lancia in un viaggio epico alla scoperta di nuovi suoni, nuove accordature, temi fuori da ogni schema, calde melodie e intricati passaggi, alla ricerca di una risposta ad una sola domanda: la musica può avere limite? 

La loro risposta è no. Ce lo dimostrano con un album denso di tessuti sonori e dal sapore Jazz. Non fatevi ingannare dal Nome della Band, perchè qui troverete molto più che del “semplice” Jazz.

Solitamente mi piace recensire parlando delle canzoni, descrivendone i passaggi, ma in questo caso voglio uscire anch’io dagli schemi e descrivere quello che questa band mi ha trasmesso.

Ho assaporato il gusto per la melodia, in un contesto in cui la melodia non è protagonista. Le chitarre suonate divinamente da Biagio Marino ci disegnano una trama sonora che è qualcosa di più di un semplice album. Il Double Bass di Luca Bernard ci scalda l’anima, creando quel tappeto su cui si arrampica maestralmente Massimiliano Furia con le sue vertiginose percussioni.

È uno scenario, un film, una sceneggiatura, un qualcosa che prende forma davanti a noi e si muove con noi.

Sono 5 canzoni, ma vorrei che fossero di più. Questi tre ragazzi hanno un incredibile Feeling e ce lo raccontano nota per nota, mischiando sapientemente ed in modo quasi alchemico percussioni, tonalità calde e accordi per regalarci un mondo di suoni.

Qualcuno potrebbe storcere il naso, potrebbero dire “Hey, questo non è postrock” ma io me ne infischio dei puristi. D’altronde, come si fa ad essere puristi di un genere nato per uscire fuori da ogni schema, come il postrock?

Voto: 8,5

Line-up:

Biagio Marino – Guitar

Luca Bernard – Double Bass

Massimiliano Furia – Drums

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niafunken

Paul – Postrock.it

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Post Rock Recensioni Singoli

Australasia – Mercurio • Argento

Australasia

Mercurio/Argento
Mercurio/Argento è un singolo che ci immerge in un recondito scenario dark senza uscita. 
I suoni volutamente gracchianti, a tratti sporchi, rendono percettibile la pesantezza di un losco ignoto. I suoni vintage si sposano alla perfezione con lo stile, le cupe atmosfere.

“Mercurio” è ambient tetro, distorto. Evoca temi impalpabili, misteriosi. A tratti alieni nell’ultimo minuto.

Sei minuti di attesa costante che non raggiunge un apice e ci lascia volutamente ansiosi di ascoltare in seguito.

Ci invita “Argento” ad entrare in un regno di attrazioni visive dove, con timore, facciamo il nostro ingresso in punta di piedi. Architetture vertiginose, incombono specchi su di noi, percepiamo mille e più sfaccettature nel campo uditivo e visivo. Non arriva l’apice dell’esplosione sonora, ma è un bene. Non è richiesta, avrebbe rovinato l’atmosfera, avrebbe rovinato lo stridio alieno ed allo stesso tempo primordiale che ci accompagna durante tutto l’ascolto.

La realtà diventa solo una mera percezione illusoria per l’ascoltatore. Gli Australasia prendono questa illusione, la deformano e la rielaborano attraverso un’interiorità fatta musica.

LINK:

https://www.facebook.com/australasiamusic

 

J. Postrock

 

 

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Post Rock Recensioni

ALTARE THOTEMICO – “SELFIE ERGO SUM”

Altare
Thotemico
SELFIE ERGO SUM
Gli “Altare Thotemico” sono una musica di arte e di prova, di sperimentazione e avanguardia. D’elitè, di nicchia ma dalla voce popolare. Una voce che però va ascoltata con attenzione.
“Non il mio nome” inizia con un arpeggio estremamente pulito che lascia immaginare una possibile melodia impregnata di dolcezza.

Ma questo non accade, la voce over del narratore ci trasporta immediatamente in un presagio di Guerra, antico quanto attuale. La voce corale femminile si unisce al basso, susseguono intercettazioni radio, mentre l’assolo virtuoso di chitarra lascia presagire un fittizio caos di ciò che sta succedendo, oltre questo schermo che ci immaginiamo di guardare, come fosse un film.

L’imbonitore esalta un preciso pensiero di pace contro ogni interesse. I soldati sono identici, qualsiasi sia la loro fazione. Uomini che rischiano la morte. Sperando, in cuor loro, che non sia il loro momento.

Succede “Game Over”. La voce narrante lascia spazio ad un botta e risposta maschile e femminile, il timbro baritonale si sposa con la voce sopranile, un voluto contrasto degno della musicalità presentata. Si percepisce un’accurata ricerca della sperimentazione, un’avanguardia artistica che punta alla libertà d’espressione oltre il conformismo, oltre le aspettative di massa, verso un ascoltatore di nicchia… Eppure Il canto/racconto in italiano da un lato ci dona l’idea di un racconto popolare. Un forte dualismo regna in noi durante l’ascolto.

“Shopenauer” rinforza, già dal titolo, oltre che dall’intro filosofico, l’idea di una musica che vuole raccontare ma anche spiegare.

Spingere l’ascoltatore verso un uso intellettuale della musica. Nel cinema, potremmo definirlo “di genere”. Questo concetto lo ritroviamo anche qui, una musica “di genere”. Voci dall’imprinting psichedelico, un tocco jazzistico, decisamente progressivo nelle intenzioni. L’eterea immobilità che ci tiene sospesi in questo brano è quello che chiamerei il “tempo di visione”, il tempo che ci occorre per comprendere quello che abbiamo ascoltato e che ascolteremo. Non a caso, a mio parere, il brano dura 9 minuti e solo a metà arriva un testo dallo stampo cantautorale più lungo. Una raccolta di aforismi non citati a caso… del resto “la felicità è in noi e non nelle cose” è una frase apparentemente banale quanto estremamente complicata da comprendere, da fare nostra. Da seguire. Una lettura superficiale di questo brano, non è consentita.

L’idea che “Madre Terra” potesse essere un brano a cappella mi sarebbe sicuramente piaciuta.

Si evolve comunque entro le mie aspettative, l’insieme di voci femminili fa sicuramente la differenza in un brano dove questa impronta ha dato un tocco di sensibilità artistica degna di nota.

Passiamo ad “Ologramma vivo” dove il sound jazzistico si sente più nitido. Non è prevedibile, per questo mi piace etichettarla come musica d’avanguardia vera e propria. Quando ti aspetti un’esplosione non avviene. Quando ti aspetti la voce narrante, non arriva. E questo ci ostina ad andare fino alla fine della canzone, nonostante 7 minuti e 14 secondi di durata, per sentire e vedere con la mente che cosa succederà più avanti.

“Luce Bianca” mi stupisce, con l’inizio di una voce femminile di petto, più calda rispetto alle tonalità acute di prima. E anche questo mostra la capacità dei musicisti, che non fanno niente per puro caso.

“Selfie Ergo Sum” ci porta in un’atmosfera dall’inizio espressionista. Una sensazione di ambiguità. Le voci si mischiano, si anticipano, su superano. Una narrazione ipnotica. Si percepisce qualcosa di falsamente ironico. “La felicità virtuale è assicurata”, una frase a cui succede l’inizio vero e proprio del brano. Un incipit con qualcosa di vagamente dadaista, un rifiuto per la logica eppure che accetta l’umorismo. Niente logica sì, ma derisione, forse per una società che corre troppo in fretta, lasciando alcuni di noi inesorabilmente indietro. Una vera e propria denuncia sociale.

“Bianco Orso” inizia sulle note minimali di un pianoforte. Le due voci lo raggiungono, prima separate, poi si uniscono armonizzate.

Il testo impegnato e di spessore si mimetizza in una melodia estremamente orecchiabile. Fa riflettere, fa pensare, apre la mente a nuove interpretazioni.

Con “Poesia Crepuscolare” giungiamo a termine di questo album. Il brano saluta l’ascoltatore confermando tutto ciò che questo lungo percorso musicale ci ha fatto comprendere, mano mano.

Gli “Altare Thotemico” sono una musica di arte e di prova, di sperimentazione e avanguardia. D’elitè, di nicchia ma dalla voce popolare. Una voce che però va ascoltata con attenzione. Si rivolgono ad un pubblico evidentemente colto, o con voglia di acculturarsi, non solo musicalmente ma anche per i contenuti che esprimono. Una musica di “qualità”… una musica fatta per riflettere.

VOTO: 8 e mezzo

CONTATTI:

FACEBOOK:

https://www.facebook.com/altarethotemico

SITO:

https://www.altarethotemico.it

LABEL:

Ma.Ra.Cash Records

http://www.maracash.store/

 

J. – Postrock.it

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Nàresh Ran – Re Dei Re Minore

Nàresh Ran

Re Dei Re Minore
Nàresh Ran Abbatte le pareti e i limiti delle sale registrazioni e porta la musica on the road. Un gioco danzante di Drone e Postrock.
Solitamente non guardo la biografia di un artista prima di ascoltare un album per una recensione. Mi piace chiudere gli occhi e lasciarmi attrarre dalle semplici vibrazioni e dall’intenzione dell’artista. Dopodiché riverso in parole ciò che ha suscitato in me durante l’ascolto.

Questa volta ho fatto un’eccezione. Dopo pochi minuti di ascolto ho provato la tremenda curiosità di saperne di più di questo artista. Un sound maturo, un esperimento accurato e rifinito. 

Ed è così che mi inoltro nell’ascolto di quest’album leggendo la splendida storia di Nàresh Ran, un artista che è riuscito ad abbattere il “muro” del suono, nel vero senso della parola.

Nàresh Ran, 40 anni, diversi lavori all’attivo, una label molto importante in ambino Drone (Dio Drone) fondata nel 2013.

Un artista di strada, così lo potremmo chiamare. Ma lui non si limita a “suonare” per strada… lui la vive, fino in fondo. Portando con sé tutti gli strumenti per la registrazione. Un esperimento molto coraggioso affrontato da un artista coraggioso, che ha saputo regalarci un lavoro davvero interessante.

Non posso non rimanere affascinato dall’idea del viaggio. Chi non ha sognato la vita On The Road, alla Kerouac, con un Sacco in spalle e il pollice alzato. In un certo senso Questo lavoro ci proietta in un tappeto sonoro che ci fa respirare questa esatta ambientazione. 

Ci ritroviamo a bordo strada, di notte, qualche goccia di pioggia, una radio malandata a tenerci compagnia. Gente che si muove nell’ombra, alberi, auto… respiriamo l’odore dell’asfalto. 

Voci nell’ombra…ci sentiamo un pò voyeurs, come se spiassimo attraverso una finestrino, e vediamo questi personaggi muoversi, interagire, nascere ed esaurirsi. Vibrazioni che si diffondono, a volte morbide, a tratti quasi soffocanti, come un sogno che si trasforma improvvisamente in incubo, e poi di nuovo in sogno.

Questo album è come un prisma, rilascia raggi diversi e colori differenti a seconda del punto di vista. Ogni ascoltatore ci può mettere il suo, ma il risultato è ugualmente valido.

L’alternarsi di suoni e di rumori, di interferenze e di armonie ci porta sul finire dell’album, dove una sequenza di voci, urla e parole ansimanti ci fa entrare in un tunnel sonoro. Sadismo e redenzione tra le pieghe di questo album. Una frase eccheggia dentro di me..

“Possiamo commettere un omicidio, o fondare una religione” (cit.)

Strumenti portatili. un anno di lavoro. Un’accurato lavoro che sicuramente ha molto da dire in ambito Drone, ma che ci sentiamo di includere nella nostra recensione Postrock, essendo un lavoro che esula completamente da ogni griglia sonora e di genere.

Questo album non si può suddividere, così come è impossibile suddividere un viaggio. Un consiglio: mettete questo cd nello stereo, chiudete gli occhi e iniziate il viaggio.

VOTO: 8

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Paul – Postrock.it

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OAK: Forests precede people Desert follow them

OAK

Forests precede people Desert follow them
Un album dai sapori ancestrali. Sonorità che si perdono nella notte dei tempi. Sciamani e sonorità spaziali: questo sono gli OAK
È con molta curiosità che mi appresto ad intraprendere questo nuovo viaggio. 

Questa volta nel mio stereo sta suonando il CD degli Oak. Già il nome mi fa pensare a un qualcosa di leggendario, di antico. Una leggenda di cui si è perso ogni ricordo. Cosa ci vogliono raccontare gli Oak? non resta che ascoltare.

Andrea Melosi  (Lead Guitar), Damiano Borri (Bass Guitar, Synth Programming) e Matteo Sereni (Drums) ci conducono lungo questo viaggio nel tempo, alla ricerca delle nostre origini.

L’inizio è scintillante, morbido. Vedo foglie cadere tutto intorno a me. Si avverte una sorta di rito propiziatorio per quello che sarà il resto del CD.  Un brano molto importante, tanto da dare nome a parte dell’album. Ci sembra di partecipare ad una danza, vediamo gente intorno al fuoco danzare e spargere fiori sul cammino. Noi li seguiamo fedelmente.

Cullati da questa danza, vediamo improvvisamente comparire davanti a noi lo sciamano del villaggio. Il brano cambia forma, siamo al cospetto di qualcosa di importante, di solenne. Ci inchiniamo rispettando il rito magico, le chitarre aprono il rito, le percussioni introducono una batteria psichedelica che ci porta a seguirla in questo rito magico.

Desert Follow Them. l’altra parte del titolo, già.. così come la sonorità. ora più grave, più solenne. Un grido quasi quello delle chitarre di Andrea, che vengono incalzate dalla batteria incisiva e pulita di Matteo. Gli effetti di synth sono ovunque, e aiutano a tessere una trama di album sicuramente ben riuscito già dalle prime onde sonore. Il pezzo chiude con un interessante assolo di chitarra, per niente scontato, poi improvvisamente il silenzio.

Nemerosa. Il synth ci apre le porte di quello che sembra essere un altro pezzo molto interessante. Un maestrale utilizzo di delay ed effetti digitali crea un ritmo incalzante, che richiama suoni della natura, come gocce che risuonano all’interno di una caverna. Lo sciamano ci ha portato fin qui.

Simboli lungo le pareti di questa caverna. Tracce di uomini primitivi. Essi ci raccontano qualcosa. Lo sciamano ci invita a guardare mentre intona una preghiera misteriosa.

Le chitarre titaniche si susseguono e il basso riempie tutto lo spazio della grotta. Ed ecco che il brano cambia, a 4:30, repentinamente. È chiaro ormai che questi non sono semplici brani, ma racconti, preghiere, e così vanno interpretati.

Un simbolo all’interno della grotta ha atttirato il nostro sguardo, lassù, sopra tutti gli altri. Un essere soprannaturale forse? una divinità, o semplicemente Madre Natura? non lo sappiamo, ma ci lasciamo cullare da questa storia magica.

Il simbolo diventa più luminoso, si apre un vortice, noi veniamo attirati al suo interno. Tutto diventa buio.

Siamo giunti così a metà del nostro viaggio. Siamo fose all’interno, nel cuore del Album. Un pianoforte ci accoglie malinconico, quasi materno, abbracciandoci e invitandoci ad alzarci. Quando sentiamo di aver ripreso conoscenza, ecco che una chitarra squarcia il cielo e la batteria irrompe monolitica, come un lampo, un fulmine, a disegnare tracce indelebili. Il basso non ci lascia tregua, sostiene e scalda l’ambiente.

Ed ecco che gli OAK si presentano a noi come ambasciatori di una musica che vuole trasmettere tutta la potenza e la maestosità della natura.

Una forza elastica, versatile, come l’acqua che può accarezzarci ma al tempo stesso spazzarci via in un attimo.

Black autumn. Le stagioni si susseguono, il sole compie il suo giro molte volte nella volta celeste, e questo brano ci fa vivere tutto il suo frenetico susseguirsi. Gli effetti digitali utilizzati in modo magistrale guidano la danza incessante degli altri strumenti.

Athelas. Il viaggio della natura assume forme a tratti scavate, a tratti senza contorni, quasi informi. Uno stupendo assolo di synth ci accoglie a metà del brano quasi come una fenice, un animale leggendario, che solca il cielo di questo mondo primitivo. Basso, chitarra e batteria marciano imponenti. Un suono caldo e luminoso ci riporta in superficie, sul finire del brano. Dove siamo? dove ci troviamo? È stato tutto un sogno? Lo sciamano è scomparso, la grotta non c’è più.

Questo viaggio onirico si conclude con Enchèlados. Non sapiamo se il nostro sia stato un viaggio o un sogno, ma ora abbiamo maggiore consapevolezza di ciò che ci circonda. Ed è così che ci guardiamo intorno, assaporiamo la pioggia che accarezza il nostro volto, Guardiamo gli alberi delle foreste che ci parlano silenziosamente, immersi nella nebbia di Novembre.

L’aria sembra avere un nome proprio, gli animali, le foglie, il vento , tutto fa parte di un mondo più grande, di cui noi non ci sentiamo più protagonisti, ma spettatori.

Un complimento agli Oak, per averci regalato questo lavoro davvero molto interessante. Un album che di sicuro non può rimanere solo, e che richiama un suo seguito, un secondo capitolo di questa storia che noi attendiamo con sincera curiosità e con la voglia di immergerci ancora in questi suoni così particolari.

VOTO: 9

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