loader image
Categorie
Post Rock Recensioni

OAK: Forests precede people Desert follow them

OAK

Forests precede people Desert follow them
Un album dai sapori ancestrali. Sonorità che si perdono nella notte dei tempi. Sciamani e sonorità spaziali: questo sono gli OAK
È con molta curiosità che mi appresto ad intraprendere questo nuovo viaggio. 

Questa volta nel mio stereo sta suonando il CD degli Oak. Già il nome mi fa pensare a un qualcosa di leggendario, di antico. Una leggenda di cui si è perso ogni ricordo. Cosa ci vogliono raccontare gli Oak? non resta che ascoltare.

Andrea Melosi  (Lead Guitar), Damiano Borri (Bass Guitar, Synth Programming) e Matteo Sereni (Drums) ci conducono lungo questo viaggio nel tempo, alla ricerca delle nostre origini.

L’inizio è scintillante, morbido. Vedo foglie cadere tutto intorno a me. Si avverte una sorta di rito propiziatorio per quello che sarà il resto del CD.  Un brano molto importante, tanto da dare nome a parte dell’album. Ci sembra di partecipare ad una danza, vediamo gente intorno al fuoco danzare e spargere fiori sul cammino. Noi li seguiamo fedelmente.

Cullati da questa danza, vediamo improvvisamente comparire davanti a noi lo sciamano del villaggio. Il brano cambia forma, siamo al cospetto di qualcosa di importante, di solenne. Ci inchiniamo rispettando il rito magico, le chitarre aprono il rito, le percussioni introducono una batteria psichedelica che ci porta a seguirla in questo rito magico.

Desert Follow Them. l’altra parte del titolo, già.. così come la sonorità. ora più grave, più solenne. Un grido quasi quello delle chitarre di Andrea, che vengono incalzate dalla batteria incisiva e pulita di Matteo. Gli effetti di synth sono ovunque, e aiutano a tessere una trama di album sicuramente ben riuscito già dalle prime onde sonore. Il pezzo chiude con un interessante assolo di chitarra, per niente scontato, poi improvvisamente il silenzio.

Nemerosa. Il synth ci apre le porte di quello che sembra essere un altro pezzo molto interessante. Un maestrale utilizzo di delay ed effetti digitali crea un ritmo incalzante, che richiama suoni della natura, come gocce che risuonano all’interno di una caverna. Lo sciamano ci ha portato fin qui.

Simboli lungo le pareti di questa caverna. Tracce di uomini primitivi. Essi ci raccontano qualcosa. Lo sciamano ci invita a guardare mentre intona una preghiera misteriosa.

Le chitarre titaniche si susseguono e il basso riempie tutto lo spazio della grotta. Ed ecco che il brano cambia, a 4:30, repentinamente. È chiaro ormai che questi non sono semplici brani, ma racconti, preghiere, e così vanno interpretati.

Un simbolo all’interno della grotta ha atttirato il nostro sguardo, lassù, sopra tutti gli altri. Un essere soprannaturale forse? una divinità, o semplicemente Madre Natura? non lo sappiamo, ma ci lasciamo cullare da questa storia magica.

Il simbolo diventa più luminoso, si apre un vortice, noi veniamo attirati al suo interno. Tutto diventa buio.

Siamo giunti così a metà del nostro viaggio. Siamo fose all’interno, nel cuore del Album. Un pianoforte ci accoglie malinconico, quasi materno, abbracciandoci e invitandoci ad alzarci. Quando sentiamo di aver ripreso conoscenza, ecco che una chitarra squarcia il cielo e la batteria irrompe monolitica, come un lampo, un fulmine, a disegnare tracce indelebili. Il basso non ci lascia tregua, sostiene e scalda l’ambiente.

Ed ecco che gli OAK si presentano a noi come ambasciatori di una musica che vuole trasmettere tutta la potenza e la maestosità della natura.

Una forza elastica, versatile, come l’acqua che può accarezzarci ma al tempo stesso spazzarci via in un attimo.

Black autumn. Le stagioni si susseguono, il sole compie il suo giro molte volte nella volta celeste, e questo brano ci fa vivere tutto il suo frenetico susseguirsi. Gli effetti digitali utilizzati in modo magistrale guidano la danza incessante degli altri strumenti.

Athelas. Il viaggio della natura assume forme a tratti scavate, a tratti senza contorni, quasi informi. Uno stupendo assolo di synth ci accoglie a metà del brano quasi come una fenice, un animale leggendario, che solca il cielo di questo mondo primitivo. Basso, chitarra e batteria marciano imponenti. Un suono caldo e luminoso ci riporta in superficie, sul finire del brano. Dove siamo? dove ci troviamo? È stato tutto un sogno? Lo sciamano è scomparso, la grotta non c’è più.

Questo viaggio onirico si conclude con Enchèlados. Non sapiamo se il nostro sia stato un viaggio o un sogno, ma ora abbiamo maggiore consapevolezza di ciò che ci circonda. Ed è così che ci guardiamo intorno, assaporiamo la pioggia che accarezza il nostro volto, Guardiamo gli alberi delle foreste che ci parlano silenziosamente, immersi nella nebbia di Novembre.

L’aria sembra avere un nome proprio, gli animali, le foglie, il vento , tutto fa parte di un mondo più grande, di cui noi non ci sentiamo più protagonisti, ma spettatori.

Un complimento agli Oak, per averci regalato questo lavoro davvero molto interessante. Un album che di sicuro non può rimanere solo, e che richiama un suo seguito, un secondo capitolo di questa storia che noi attendiamo con sincera curiosità e con la voglia di immergerci ancora in questi suoni così particolari.

VOTO: 9

CONTATTI:

Facebook:

https://www.facebook.com/watch/oakbanditaly/

Instagram:

https://www.instagram.com/oakbanditaly/

Video:

Paul – Postrock.it

Categorie
Post Rock Recensioni

The Journey of Eric Taylor: Reroute

REROUTE

The Journey of Eric Taylor
La forma artistica di Reroute è molto intensa, un grido anarchico che rompe gli schemi della tradizione, immergendoci in un mondo a tratti onirico, a tratti pittorico.
The Journey of Eric Taylor.

I toni cupi si sentono già dalla prima traccia, “Prolog”. Un prologo ci introduce in un mondo lento e cadenzato per poi assumere una forma impulsiva, di piena forza che si scioglie solo nell’intro del primo vero brano, “In Distance”.

Ritorna il ritmo volutamente ripetitivo e che si fonde con una melodia dall’atmosfera avanguardistica.

La sensazione di qualcosa che sta per esplodere ci avvolge costantemente ma non arriva prima del minuto 2:41, dove ci invade completamente con una cavalcata graduale fino alle armonizzazioni delle chitarre che scompaiono di colpo in un finale nuovamente tetro, dalle luminescenze oscure, espressioniste.

Luci e ombre si alternano nuovamente in “Hysteria”, arpeggi che lasciano presagire, anche qui, un qualcosa di ultra terreno.

L’attesa ritorna straziante, ricrea un habitat volutamente pittoresco, una città onirica in cui è facile perdersi. Le melodie si intrecciano, non si percepisce la realtà dalla finzione, il sogno dal reale. Un cenno di realtà lo abbiamo dal minuto 2:32, dove ci si sveglia dall’incubo, si cercano spiegazioni che culminano in una vera e propria isteria di suoni che ci accompagnerà fino al finale. Un finale che ci dice “voglio svegliarmi”.

Il mondo onirico ci cattura nuovamente in “Memo”, un suono nuovamente ripetitivo, la lancetta di un orologio, una campana che tenta di svegliarci, un metronomo, un pendolo che ci ipnotizza.

E quello dell’ipnosi non è un mondo onirico, ma ci assomiglia. Un mondo interiore, iniziamo a graffiare cercando l’uscita, dal minuto 4:02 iniziamo ad urlare, vogliamo andarcene anche da qui.

“912” ci convince per qualche secondo che forse, abbiamo trovato l’uscita. E allora iniziamo a correre. Corriamo, saliamo delle lunghissime scale. Continuiamo a correre come la donna che sale le scale, nella celebre opera di Legèr. Allora aumentiamo il passo, ma non vediamo mai l’arrivo, le scale non finiscono. E allora al minuto 3:45 ci arrendiamo, passiamo dalla corsa al cammino, per poi riprovarci più avanti. Ma l’arrivo non si vede.

“Decay of Dream” ci accoglie con degli archi malinconici, l’arpeggio suggessivo ci riporta nella tetra ambientazione di un film dal tratto pittorico, dal sapore nuovamente espressionista. Toni cupi, tetri, ombre che si fondono con fioche luci. Un brano di ben 11:14 che lascia trasparire la pesantezza del tema ma non dell’ascolto. Martellante il finale che manifesta e sottolinea la presenza di un’arte nuova, urlando la sua esistenza in un mondo dissacrante.

Più triste che malinconico è l’inizio di “Shutter”, come una presa di coscienza. L’intera traccia è un evolversi in maniera equilibrata, si aggiunge sempre un pezzettino nuovo che completa l’opera. Perde un po’ il suo ambiente pittorico, ma esce dal coro con intelligenza, dando una ventata di cambiamento però mai fuori luogo, mantenendo una linea anti convenzionale, anti naturalistica.

“Awakening” ci sussurra che siamo alla fine di questo viaggio e ci riporta con i piedi per terra.

La forma artistica di Reroute è molto intensa, un grido anarchico che rompe gli schemi della tradizione, immergendoci in un mondo a tratti onirico, a tratti pittorico. Consigliato.

VOTO: 9

CONTATTI:

Facebook:

https://www.facebook.com/TheJourneyOfEricTaylor/

Instagram:

https://www.instagram.com/thejourneyoferictaylor/

Website:

http://www.the-journey-of-eric-taylor.com/

Bandcamp:

https://thejourneyoferictaylor.bandcamp.com/

Youtube:

https://www.youtube.com/channel/UC6PblpeaRz3X8U_fIv-rCFA

Empfohlenes Video:

 

Soundcloud:

https://soundcloud.com/user-582263497

Twitter:

https://twitter.com/tjoet_band

 

J. – Postrock.it

Categorie
Post Rock Recensioni

Artura: Drone – Il mondo visto dall’alto

Artura: Drone

Il mondo visto dall’alto
Avete mai immaginato di volare?

No, dico sul serio. Pensate di trovarvi di fronte ad una scogliera, in una notte gelida d’inverno. Immaginate le onde gigantesche di fronte a voi, la brezza marina che sferza il vostro viso, i capelli al vento. Immaginate di aprire le braccia, di chiudere gli occhi…e ora, lanciatevi.

Ecco quello che suscita fin da subitto l’ascolto di questo album profondo e intenso degli Artura. Un album che mischia suoni artificiali e analogici con grande abilità, e ci proietta in un mondo in cui la tecnologia diventa parte di noi.

Artura, è la nuova creatura musicale creata da Matteo Dainese aka Il Cane, in collaborazione con Tommaso Casasola e Cristiano Deison.

In quest’epoca in cui la tecnologia si fonde con la realtà, e il nostro punto di vista diventa inevitabilmente quello delle macchine che noi stesso abbiamo creato, ci sentiamo di fonderci ulteriormente nell’ascolto di Drone, e grazie alla fusione di immagini e sensazioni, sorvoliamo le onde sonore immersi in questo oceano di Realtà aumentata.

Artura, la mitica gatta de La Cuccia Studio, Drone, il titolo ma anche lo strumento utilizzato perregistrare i video che accompagneranno diversi brani del disco, ed infine lo Space Echo, l’ effetto,attraverso il quale sono stati processati tutti gli strumenti del primo album. Questi sono i tre elementi che creano l’alchimia, sentiamo le fusa risuonare, osserviamo il mondo dall’alto con le bellissime immagini regalateci da questi tre ragazzi, ascoltiamo interessati l’evolversi di quest’album.

Un primo lavoro che ha dell’interessante. A tratti ci ricorda qualcosa di già sentito, saranno le sonorità un pò anni ’70, questo basso imperante un pò Pink Floyd, a tratti ci regala qualcosa di inaspettato, e capiamo che la band non si volta indietro, ma guarda al futuro. Se gli anni ’70 sono sicuramente un punto di partenza, qui c’è molto, molto altro, e sicuramente c’è una volontà di sperimentare aldilà del semplice album.


Sorvoliamo questo album, iniziamo da Estranei: Sonorità misteriose, suoni spaziali, aperti, onde sonore, un cielo inesplorato. Fusa: Un ambiente che ha del magico, un basso corposo, suoni digitali ammalianti. Un suono che nel complesso ci fa pensare a forme eleganti che si muovono nel buio della notte, come quelle di un gatto. Sarà per suggestione, sarà per la gatta de La Cuccia Studio, e poi troviamo la conferma nelle ipnotiche fusa che si diffondono durante la traccia. Mona, questa volta si respira qualcosa che ha dell’esotico, forse le percussioni sono le magiche responsabili di questa sensazione.

La Chitarra canta e voci metalliche suonano un motivo che è a dir poco psichedelico.

Tutto scompare e ci troviamo alle porte dell’ignoto con Ostica: qui ci troviamo catapultati in un film di Kubrick, viaggiamo dispersi in un vuoto cosmico che lentamente ci soffoca. Segnali radio ci attraversano da parte a parte, qualcosa si muove nell’oscurità, qualcosa viveva e respirava molto prima di noi, ma non ci è dato sapere. Artengo è un simpatico gioco di suoni analogici e digitali, qui siamo sulla terra, molto piu’ di quanto non ci fossimo già prima. Ci lasciamo ipnotizzare da suoni apparentemente banali, come quello di una pallina da ping pong che rimbalza ripetutamente e si trasforma in ritmo sonoro per nulla scontato. Zeno è la svolta: ora corriamo a bordo di una moto futuristica per le strade di una Tokyo cyberpunk.

Siamo immersi in un anime dal carattere decisamente orientale, qui le pagine le leggiamo al contrario e ci sentiamo sottosopra, qui a grande velocità corriamo.


Rojo, diventiamo riflessivi, i circuiti rallentano, gli occhi robotici ci fissano con inespressività, e noi restituiamo lo sguardo chiedendoci se c’è coscienza dall’altra parte, l’eterno dilemma, l’eterna ossessione della civiltà del ritorno al futuro. Gurken prosegue con un gioco di colori, ci manda su e giu’ come su un altalena. Suoni allegri, ci sentiamo quasi bambini, e giochiamo con il ritmo e con le nostre scarpette da doposcuola. Massive, lo dice il nome stesso, è un pezzo importante, massivo, e ci ipnotizza subito con l’alternanza dei suoni digitali e le melodie un pò lounge da film anni ’80. Chiudiamo in sospensione con Hostess, che ci lascia con un interrogativo importante: dove ci porterà tutto questo progresso? dove ci porterà la sperimentazione, dove siamo diretti, la società, le regole, i suoni, i rumori, i robot, le orchestre classiche, è finito tutto dentro un gigantesco frullatore, e ci ritroviamo shackerati, tanto che non sappiamo, non pensiamo, ma allo stesso tempo siamo e sappiamo.

Se il Post Rock, come abbiamo già raccontato in un nostro precedente articolo, è l’assenza di regole,  gli Artura seguono alla lettera la nostra descrizione.

Non li possiamo ingabbiare, non li possiamo ingrigliare, sono sfuggenti, svolazzanti, ma allo stesso tempo pulsa un cuore elettronico. Gli effetti digitali ci raccontano qualcosa di importante, lo sguardo al passato è importante se vogliamo dedicarci al futuro. Complimenti agli Artura, rimaniamo in attesa del vostro prossimo lavoro, un “In bocca al lupo” da tutti noi della redazione di Postrock.it

Matteo Dainese aka Il Cane: Drums, drum machine, percussioni, space echo, voce, basso,chitarre, piano.

Tommaso Casasola: Basso.

Cristiano Deison: Processing, sounds.

Paul – Postrock.it

Categorie
Recensioni

I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!

Windbreak

Define Us
I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!


I Windbreak sono una band portoghese che abbracci diversi generi, proprio come è di mio gradimento. Si definiscono post rock/post Metal, ma mi azzardo ad aggiungere che la loro musica esclusivamente strumentale ha diverse influenze anche progressive, come è di mio gradimento.

L’album che sto ascoltando in questo momento, il loro primo e unico attualmente, si intitola “Define Us”. Il modo migliore per recensire un album, a mio parere, è farlo proprio mentre lo si ascolta. Perché ti lasci cullare dal suono nella sua essenza, fin dalla prima nota, senza lasciarsi influenzare da pensieri o paragoni. Semplicemente musica.

Si intuisce fin dalla prima traccia, Native Soil, che non è una semplice canzone scritta e pubblicata, ma è il punto di partenza di una storia. E man mano che continuo ad ascoltare, mi accorgo di quanto la loro musica sia un viaggio tra mille luoghi, forse concreti, forse personalizzabili per ogni ascoltatore. “Hidden Cross”, la continuazione, più ambiente, più melodiosa, i synth sembrano la carezza delle onde del mare, tra venti e rumori di sottofondi affatto casuali. La chitarra parte morbida, pulita, in quello che sarà la continuazione di questo viaggio, fino a raggiungere “Magnolia”, terza traccia dalla partenza più ritmata, dalle note taglienti e dall’atmosfera combattiva. Ecco che la parte post rock inizia lentamente a lasciare spazio a qualcosa di più progressivo. Si intuisce da questo incipit, fin quando la canzone non raggiunge un finale più aggressivo, che continuerà di fatti con “Klameth”, dove la chitarra distorta dona il suo primo avviso di quanto possa essere aggressiva la musica nella sua progressione. E di fatti questo brano evidenzia la loro influenza Post Metal più di ogni altro, probabilmente, di tutto l’album. Si distaccano dagli altri generi sopra citati, in questi ultimi due minuti di canzone, sia per l’assolo di chitarra, sia per la cavalcata finale che, chi ama la sperimentazione comunque, non dovrebbe disprezzare. “From The Ashes” ha una partenza aggressiva, con l’inserimento di una voce e di una linea vocale. Un urlo che lascia comunque trasparire, seppur celata, una linea melodica facilmente tracciabile.





Personalmente preferisco la musica strumentale, ma le sperimentazioni sono sempre ben accette, soprattutto da band che amano osare, come i Windbreak. Ritorniamo però intorno al quarto minuto di ascolto nel paradiso dell’influenza post rock che fortunatamente non ci ha abbandonato del tutto, con le chitarre più lente, melodiche, cadenzate ma mai noiose, così come la batteria, fino all’esaurimento dell’energia iniziale, con un finale lento e riassestante, che ho apprezzato davvero molto. Arriviamo così all’ultima traccia “Stargazing”, l’apertura con un arpeggio accompagnato da un giro di basso che ha questa volta maggiore valore rispetto al resto dell’album, è un punto a favore, così come la scelta di aggiungere il suono di un sax, tornando così sulla scena prog.

https://www.youtube.com/watch?v=cpGts0sXB6c


Tutto sommato è un genere che mi piace, vedo nei Windbreak del potenziale e attendo con ansia altri loro lavori.

Voto: 7 e mezzo

Tracklist:

  1. Native Soil
  2. Hidden Cross
  3. Magnolia
  4. Klameth
  5. From the Ashes
  6. Stargazing

Membri:

Sérgio Pinho – Chitarra, voce
Hugo Amorim – Batteria
Eduardo Pinho – Basso
João Almeida – Chitarra

Label:

https://www.facebook.com/OutroRecordsLabel/

Contatti:

Bandcamp: https://windbreak.bandcamp.com/releases
Spotify: https://open.spotify.com/album/0feTOnKvfndh3FlHZfXETO
Instagram: https://www.instagram.com/windbreakband/
Twitter: https://twitter.com/windbreakband
Facebook: https://www.facebook.com/windbreakofficial/

J. Postrock.it


Categorie
Recensioni

Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo

Harmonices Mundi

Norma Cluster
Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo


Un EP che merita davvero di essere ascoltato.

Sto parlando dei Norma Cluster.

Ottima presentazione di partenza con il loro “Harmonices mundi”, e già il titolo devo dire che mi attirava, prima ancora di cominciare a sentire i tre brani.

Partiamo dal primo, 1572 Supernova, con cui la band di Vercelli decide di aprire la triade. E non solo, in quanto è stato il vero e proprio singolo d’esordio un paio di anni fa. GIà, perché dopo ben due anni, i Norma Cluster hanno dato vita ad Harmonices Mundi, precisamente il 15 febbraio del 2017.

Chitarra pulita, nitida, un sottofondo di immancabili synth che rendono atmosferico tutto l’ambiente sonoro in cui ci troviamo in questo momento. E da cui faccio, personalmente, fatica ad uscire. Soprattutto quando a pochi secondi dal terzo minuto, arriva la tanto attesa apertura del brano, che si completa qualche secondo più avanti con la scelta di un synth ulteriore che diventa protagonista, con una melodia predominante. La chitarra in tutto questo accompagna, senza mai risultare noiosa, fino al termine del brano, degno di una colonna sonora. Non ci delude neanche la seconda scelta, Tychonian, nonostante i suoi sette minuti. Già, perché cari lettori, se siete tra quelli convinti che la musica debba durare non oltre i tre minuti di ascolto, avete proprio sbagliato genere musicale da seguire. La musica non durata, la musica è musica e scorre nei nostri animi e nei nostri strumenti, nelle nostre orecchie, nel nostro corpo. E i Norma Cluster ci sono riusciti, con un sound sconvolgente, molto simile ai God Is an Astronaut, soprattutto durante l’apertura sonora dei brani, come avviene al minuto due di Tychonian, dove synth melodiosi si intrecciano come un docile disturbo alle chitarre, mentre la batteria in tutto questo non fa altro che donare una ritmica semplice ma cadenzata, fondamentale per il genere che non occorre di virtuosismi quanto invece di sentimento.

E niente parole per l’ultimo brano, “Primum movens”, in assoluto il mio preferito. La descrizione ed il sentimento che ha evocato in me è stato molto forte, come tutte le band che hanno la capacità di trasmettermi qualcosa di profondo. Attualmente i Norma Cluster sono a lavoro per del nuovo materiale e personalmente non vedo l’ora di poter ascoltare le loro nuove uscite.

I tre brani si collegano perfettamente tra di loro, i suoni sono stati accuratamente scelti e si sente, così come la qualità di registrazione. Forse avrei preferito sentire una maggiore dinamicità all’interno dei brani, più cambi e maggiori evoluzioni sonore. Ma non è detto che non si riesca a sentire questo piccolo tassello mancante nelle nuove registrazioni in arrivo.

Buon lavoro quindi ai Norma Cluster, attendiamo tutti le nuove uscite!

Voto 8

Membri:

Eugenio Nicolella: Chitarra
Emanuele Peluffo: Basso
Marco Massa: Batteria
Nicolò Zappariello: Basso
Giacomo Pirovano: Chitarra 
 

Contatti:

Facebook: https://normacluster.bandcamp.com
Bandcamp: https://normacluster.bandcamp.com

Tracklist:

  1. 1572, Supernova
  2. Tychonian
  3. Primum movens
 

J. Postrock.it

Categorie
Post Rock

Postrock: istruzioni per l’uso

Postrock

Istruzioni per l’uso
Postrock.
Un mistero per molti. In Italia, ancora oggi una parola che genera confusione. Molti preferiscono non parlarne. Altri usano semplicemente altri nomi. Ma la realtà è che il Postrock è un genere ibrido, che si è formato insieme al significato stesso del nome, e che ancora oggi si plasma intorno ad una musica che alcuni semplicemente non riescono a descrivere.

Molti sono i generi da cui il post rock attinge le proprie radici. A partire dagli anni ’80, ci si trovò di fronte al problema di non riuscire semplicemente a dare una definizione a tutta quella serie di band sperimentali e psichedeliche che si andavano formando. Dopo la fusione tra elettronica, musica blues e tradizioni folkloristiche, nel mondo si è andata via via formando una lista infinita di generi musicali: dall’hard rock al heavy metal, dal punk al trash metal, dalla psichedelia alla musica elettronica.

Nonostante agli inizi degli anni ’80 ci fosse già un range molto ampio di generi musicali sotto il quale etichettare tutte le varie band di fama internazionale, improvvisamente ci si trovò di fronte a qualcosa che non si era mai sentito prima. Alcune band, infatti, cominciarono a mischiare tra loro i generi musicali a tal punto che era impossibile definire quale fosse la radice del suono. Fra i gruppi “fondatori” del genere (ovvero fra i primi gruppi ai quali l’espressione post-rock fu riferita in modo sistematico, fino a identificarla con il loro stile) ci sono i Slint e i Tortoise (fra gli album di quest’ultimo gruppo fu molto influente, in particolare, Millions Now Living Will Never Die), ma anche gruppi come i Talk Talk che sul finire degli anni ’80 rivoluzionarono la loro musica (in precedenza erano synth-pop). sono accreditati come tra i fondatori del post-rock.

Ed ecco che naque la parola magica: Postrock.

L’espressione fu coniata da Simon Reynolds in un articolo sul numero 123 della rivista musicale The Wire (maggio 1994) e si riferiva originariamente a gruppi come Stereolab, Disco Inferno, Seefeel, Bark Psychosis e Pram;

Molti sono tentati di snobbare questo nome in quanto apparentemente troppo generico. Eppure Postrock è un nome che nasconde un significato ben più grande, e non basta un primo sguardo per capirlo.

Insomma, eccoci arrivati alla fatidica domanda: che cos’è il post rock?

Il post rock è la musica Non conforme. non conforme ai canoni della società, della politica, delle etichette discografiche e delle emittenti radiofoniche e televisive. Il post rock è la musica non etichettabile.

Molto spesso il post rock viene associato alla musica strumentale, ma la verità è che la musica sperimentale è aperta a 360° e non si limita a niente.

La musica non conforme è quella musica che sperimenta sonorità in modo insolito, che riesce ad accostare elementi e suggestioni completamente differenti e non usuali nella musica attuale, formando quello che possiamo definire un Ibrido.

Che cos’è un ibrido?

In senso colloquiale, senza alcuna connotazione scientifica, per ibrido si intende un organismo, reale o di fantasia, spesso con caratteristiche mostruose, che coniuga le caratteristiche di due esseri anche completamente differenti, e per estensione si proietta metaforicamente per similitudini, il concetto anche al di fuori dei viventi come ad esempio in veicolo ibrido, in letteratura riferito a parole composte in modo eterogeneo, eccetera.

In senso scientifico, un Ibrido è un individuo generato dall’incrocio di due organismi che differiscono per più caratteri, che nell’ambito delle scienze biologiche ha differenti significati.

Ed ecco che la musica post rock diventa finalmente il tassello mancante del mosaico, quel mosaico della musica che, dopo un estremo processo di cristallizzazione, aveva intrapreso un processo di cristallizzazione destinato a entrare in conflitto con la realtà attuale.

La verità è che catalogare la musica non è più semplice come lo poteva essere cinquanta o sessant’anni fa. Il progresso culturale, economico e soprattutto tecnologico ha creato non pochi problemi nella nomenclatura musicale.

Improvvisamente le persone si trovano di fronte al problema di non saper più distinguere realmente un genere dall’altro: chi suona cosa? Il dj è un musicista? Le basi sono da considerarsi una musica live? Cosa fa di una persona un musicista?

Il post rock è questo. È un genere che non teme confronti, che non ha bisogno di definizioni rigide, ma che si plasma seguendo la morbidezza con cui si forma e si adatta la società moderna. È un genere disposto ad accogliere tutto, ma che facilmente si definisce seguendo questa pista che si è andata formando con esso: una musica fuori dagli schemi, una musica traportante, avvincente, indefinibile. Una musica ribelle se vogliamo, che non accetta di sottostare sotto un unico genere.

Il post rock è una musica quantica, dove un valore non è più assoluto, dove posizione ed energia sono un tutt’uno e non è più possibile stabilire entrambe nello stesso momento.

Alcuni di voi sicuramente ricorderranno il celebre paradosso del gatto di Schrödinger, con cui il fisico austriaco descrisse come la meccanica quantistica diventasse assurda se applicata ad un sistema macroscopico. Il gatto è vivo o è morto?

La risposta è che il gatto è sia vivo che morto.

Allo stesso modo, vi invito ad ascoltare band come Alcest, God is an astronaut, Sigur Ros e a rispondere: che genere è?



Alcuni si aggrapperanno ad alcune sonorità piuttosto che ad altre, e finiranno con una generalizzazione estremamente limitativa e incapace di contenere un contenuto musicale così ampio. I generi sono ormai contenitori troppo piccoli e non possono più contenere la grandezza di certe sonorità.

Il post rock è un genere in grado di adattarsi al proprio contenuto, a plasmarmi su di esso, e di crescere ed evolversi con esso. È un genere che non teme l’evoluzione umana o il progresso tecnologico, perchè parte dal presupposto che tutto è in evoluzione ed è destinato ad unirsi. Le popolazioni sono destinate ad unire le proprie culture, a dare vita a movimenti di pensiero nuovi, e tutto questo è un richiamo a liberare finalmente la musica dalle briglie in cui ci ostiniamo a intrappolarla ormai da troppi anni.

Il post rock è la musica. Senza limiti.

Benvenuto nel portale dedicato alla musica Postrock. Cosa aspetti? immergiti nelle nostre recensioni.

Paul – Postrock.it