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Artichokes – Flashbulbs

Artichokes

Flashbulbs

 

Gli Artichokes giocano con il sound aggressivo e rabbioso, lasciando però il giusto timbro alle sonorità più orecchiabili, per un genere che brilla di luce immensa e racconta storie cosmiche.

Il trio imperiese post rock Artichokes, torna sulle scene con il secondo album in studio Flashbulbs per l’etichetta Re-Verb. Il mondo psichedelico e delicato che si crea al suo interno collega momenti di riflessione, per qualcosa di grande ispirazione da stravolgere le proprie vite. Il termine che la band descrive con questo nuovo lavoro, avvicina l’ascoltatore all’insieme di ricordi vissuti, su una memoria carica di esperienze personali e di incantevole fattura.

Se nel primo disco A Wish Is del 2015 si dava un senso di inizio a un viaggio sperimentale e elaborato, con questa nuova fatica le tinte strumentali ricercate aumentano di spessore, con distorsioni graffianti e varie sfumature avvolgenti.

Il risultato è un’opera incendiaria con ambientazioni eleganti e incisive.

L’apertura danzante di “Toska”, apre il suo percorso su un tiro energico e d’impatto. Il riff portante delle chitarre acide, si scaglia con violenza sulla ritmica da brividi e dopo la prima sfuriata iniziale, il riverbero stupendo del delay, si incastra al groove magnetico del basso e alla furia ruvida della batteria. Segue “Neurone(balla da solo e si diverte)” incentrato sul feedback di fondo cosmico, che ci proietta su un’atmosfera spaziale.

Il brano viene impreziosito nella parte centrale, con l’aggiunta di una tromba surreale e interessante.

Invece su “Lorda Orda di Androidi” il timbro ipnotico del basso, si cimenta su un tempo veloce e diretto. Nel vortice ripetitivo si percepisce una linea vocale amplificata, che narra qualcosa di misterioso e elettrificato. Poi nel finale tornano alla ribalta, le chitarre sporche e devastanti che chiudono un percorso sognante.

Sull’arpeggio delicato di “Possibile”,si avvolge la melodia particolare della voce preziosa di Anthony D’Aguì, su un testo maturo che narra un sogno ad occhi aperti. La composizione infine, si chiude con il cambio finale esplosivo.

Prima di arrivare all’atto conclusivo, ci soffermiamo sulla title track “Flashbulbs”, che racchiude a dovere tutto il paradiso meticoloso del trio, lo stile post rock prende il suo spazio sensibile sopra paesaggi stupendi, per una suite incredibile ricca di distorsioni importanti.

Chiudiamo questo viaggio sulle note dolci di “Alle Stelle” uno degli ultimi singoli rilasciati, anche qui la voce si libera leggera su una tematica struggente e corposa. Per una giusta chiusura a un disco roccioso.

Gli Artichokes giocano con il sound aggressivo e rabbioso, lasciando però il giusto timbro alle sonorità più orecchiabili, per un genere che brilla di luce immensa e racconta storie cosmiche.

VOTO: 7

Artichokes – Flashbulbs

– RE-verb –

Produced by Artichokes and Marcello Venditti

Recorded by Francesco Genduso at “Onda Studio”, Imperia, Italy
Mixed by David Rosati from “ACME Recording Studio”,Raiano(AQ). Italy

Artichokes are:

Anthony D’Aguì(Guitar-Vocals)
Andrea De Thomatis(Bass-Synth)
Lorenzo Lanteri(Drums)

 

LINK:

https://www.facebook.com/artichokesbandimperia

https://artichokesband.bandcamp.com/

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LongBlond – Lento is Dead

Longblond

Lento Is Dead

Lento is Dead è l’EP d’esordio dei Longblond, un 6 tracce di electro-rock e sperimentazione da assaporare tutto d’un fiato.

Questo assurdo duo padovano, che si nasconde dietro occhialoni giganti da snowboard, è formato da Max Doink (chitarra e seconda voce) e R.D. (batteria, voce ed elettronica) e si immette nel canalone nel panorama alternative con un EP potentissimo e poliedrico, arricchito da contaminazioni che vanno dal rock all’elettronica, dal funky all’ hip-hop.

Il loro sound, dal sapore estremamente internazionale, non è l’unica cosa che colpisce nell’immediato; l’attenzione ricade subito sulla tracklist e sull’uso di una sorta di “spanglish” nella stesura dei loro testi, ovvero un mix linguistico di spagnolo e inglese, che rende tutto così speciale.

Per rendere il loro esordio più dinamico e vario, la band ci regala quattro tracce cantate e una quinta totalmente strumentale. Il brano di chiusura invece fa da bonus track (o outro) e raccoglie frasi dal resto delle canzoni, mantenendole in sottofondo.

Analizziamo quindi “Lento is Dead” traccia per traccia.

DARK CITIES, brano che fa da apripista, ci dichiara immediatamente l’intenzione di questo EP. La chitarra possente e la ritmica incessante creano un’atmosfera al limite del dark, spingendo il brano verso un rock dalle tinte new-wave. L’immagine che si materializza nella nostra mente è quella delle grandi città, tetre e oscure, ritratte vuote, grigie e spente, prive di fascino e attrattive, come delle inutili TV. Dopo aver ascoltato Dark Cities è impossibile non aver voglia di andare avanti.

UNDERSTAND NADA è il primo titolo “spanglish”; è un brano dedicato agli ignavi, a tutte quelle persone che non hanno opinioni proprie e che non prendono mai posizione.

La voce è la colonna portante di tutto il pezzo, forse il più bello di tutto l’EP. Un potente mantra che rimane impresso nella mente.


ROCK’N’ROLL SERVICE è una scarica di adrenalina. Questo brano è una spassionata dichiarazione d’amore alla musica, alla sua capacità d’espressione, al bisogno di alzare il volume al massimo. Non a caso è la traccia più Rock’n’Roll di tutto l’EP.

LENTO IS DEAD, la title track, è un pezzo praticamente metal. Dopo la boccata d’aria di Rock’n’Roll Service, il duo ritorna ad un’ambientazione più oscura e musicalmente massiccia, per poi sconvolgere l’ascoltatore con una sorta di hip-hop, con parti rappate e scratchate. Il ‘Lento’ a cui fanno riferimento è definibile come uno stile di vita vecchio, andato, ormai superato dalla contemporaneità, dalla velocità dei tempi moderni. ‘Lento’ è usato anche per intendere le classiche “ballad”, eterne forse una volta, ma anch’esse ormai superate e passate di moda. Detto in parole povere: SPAZIO AL NUOVO!

BAD FIESTOS è un brano strumentale, nato appositamente per creare un taglio netto con tutte le tracce precedenti.

La parte “sperimentale” del duo si concretizza attraverso atmosfere eterogenee: da una parte c’è il romanticismo, delineato dai fiati, dall’altra l’aggressività data dalla distorsione.

RIO FANTASMA è la traccia che chiude questo EP. Ci immergiamo in un brano completamente elettronico, che presenta un giro di chitarra in loop e parti di batteria elettronica che cambiano durante tutta la durata del pezzo. Suoni particolari ed effetti aggiuntivi arricchiscono questo brano, facendo da cornice ad un tappeto vocale in cui vengono inserite frasi estratte dai brani precedenti.

La parola d’ordine per definire Lento is Dead (per quanto si possano dare delle definizioni in questo caso) non può che essere “eclettico”.

I Longblond suonano un rock pesante e frenetico, a tratti aggressivo, fatto di chitarre e synth che si sposano perfettamente e conducono l’ascoltatore in questa sorta di viaggio distopico. Ritmi accelerati, muri di fuzz, loop elettronici, scratch improvvisi, sono tutte caratteristiche che regalano spessore e particolarità ad un progetto che quasi quasi ci fa dimenticare che ci troviamo di fronte ad un duo.

Voto 7


Longblond – Lento is Dead / 2020 [Autoprodotto]
Registrato e mixato @Lignum Lab Recording di Villa del Conte (PD) da Massimo Berti (Ceo Mass)
Pubblicato il 30 Novembre 2020
Formato digitale e Cd
Special guests: Ceo Mass ai cori; Dj Einstein: parti originali di scratch

 

VIDEO

“Dark Cities” https://www.youtube.com/watch?v=yAEYSVBciRQ

“Rock’n’Roll Service” https://www.youtube.com/watch?v=uuIZdAkknMQ

 

SOCIAL

Facebook https://www.facebook.com/longblondband

Instagram https://instagram.com/longblondband

Bandcamp https://longblond.bandcamp.com/releases

Youtube Channel

https://www.youtube.com/channel/UC0MsjD4f0U-0Vo5VKT13Pnw

Uffico Stampa: EDP [email protected]

 

Giorgia – Postrock.it

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Drovag – Toxin

Drovag

Toxin

Drovag è il progetto solista del musicista Alessandro Vagnoni, uno degli artisti più carismatici e attivi sul panorama underground italiano.

Attualmente milita in band importanti e di spessore come i Bushi e Bologna Violenta, prestando la sua tecnica sopraffina come batterista. Infine in quest’ultimo periodo, si è immerso totalmente in un nuovo collettivo abruzzese i The Breakbeast per un’insieme di viaggi sperimentali e jazz fusion da brividi. Questa nuova creatura invece nasce come one man band, dal forte impatto sperimentale, dove il musicista si cimenta sull’insieme di sonorità diverse e di rilievo, spaziando il suo mondo visionario dal rock, al synth pop, per poi passare alla psichedelia e viaggi cosmici a tinte elettroniche. Il risultato è un disco roccioso e intenso, il titolo che esce fuori è Toxin, prodotto per l’etichetta inglese All Will Be Well Records.

L’album viene interamente studiato e prodotto sotto il periodo di fermo, causato dalla pandemia, dove Alessandro, con grande cura riporta alla luce composizioni composte nel passato, per un risultato importante.

Con l’apertura ipnotica di “So Hard” si capiscono da subito le intenzioni precise del compositore, che avvolge il suo mondo psichedelico, dentro un ambiente caldo e personale. La linea vocale segue uno stile dark new wave e la drum machine regge una dinamica corposa. Segue “Cinéma Vérité” dove le sfumature melodiche, si spostano sul tiro electro rock, sembra di ascoltare qualcosa di vissuto stile Peter Gabriel.

Nel vortice temporale del brano la chiave ritmata, si sposa alla perfezione con il synth spettrale.

Lo stesso timbro maturo viene affrontato su “Dress Code” per una sinfonia teatrale, qui le ambientazioni oscure si incastrano a un tempo ritmato, che a tratti si distorce nei vari cambi. Su “Surface” invece l’atmosfera si tinge di sonorità complesse, con un piccolo passaggio virtuoso sulla linea vocale. Il synth crea un’opera preziosa e si inserisce nel modo giusto. Nell’universo parallelo di “Housekeeping” le vibrazioni graffianti e orecchiabili, innalzano il percorso duro e surreale, affrontato nell’ultimo periodo, come a voler narrare qualcosa di strano e fuori da ogni schema.

Mentre sulle note al cardiopalma di “Her Last Meal” unica composizione strumentale del disco, torna a splendere il paradiso ricercato, con una buona dose di elettronica vintage.

Sulla title track “Toxin” la preziosa collaborazione al sax tenore di Sergio Pomante è stupenda. Il brano si impreziosisce con il percorso suggestivo di quest’ospite, su un sound orientale magico. Il pianoforte delizioso di “Put YourSelf Aside” invece apre una suite delicata, per un sogno ad occhi aperti. La chiusura dell’album viene affidata a due tracce diverse e grottesche tra loro “Voices” e “Shutter” dove la visione enorme e la cultura musicale pazzesca di Alessandro, chiudono in modo superiore questo disco.

Una produzione interessante e originale, dove la dimensione si colora d’infinito lungo tutta la sua durata. Il suo ascolto si presenta sicuro e con una qualità internazionale, la realtà subisce i suoi mutamenti nei diversi stili musicali, per un lavoro unico e magnetico.

VOTO 7

Drovag – Toxin(2021)

– All Will Be Well Records

Mixed and Recorded by Alessandro Vagnoni (Plaster Productions)

Link:

https://www.facebook.com/drovag

https://allwillbewellrecords.bandcamp.com/album/toxin

 

Simone – Postrock.it

 

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You Nothing – Lonely/Lovely

You Nothing

Lonely/Lovely

 
You Nothing – Lonely/Lovely. Il progetto You Nothing da Verona fa il suo delizioso esordio sulla scena indipendente, con un disco carico d’emozione e di sonorità ricercate.

Il quartetto molto giovane spazia il suo sound in composizioni fresche e delicate che oscillano tra lo shoegaze, per poi passare a passaggi malinconici vicini al dream pop e riff taglienti verso il post punk d’avanguardia. Ritagliando un grande impatto sulla scena underground del momento.

Nel loro mondo sospeso le tematiche affrontate sono molto estese, per un viaggio alla scoperta di paesaggi nuovi e nascosti che toccano esperienze personali.

Soprattutto evocate dalla cantante Gioia nel suo percorso interessante come musicista. Il disco che ne viene fuori dal titolo Lonely/Lovely prodotto per tre diverse etichette di spessore (Floppy Dischi,Non ti Seguo Records e Dotto). Sposta gli equilibri in qualcosa di maturo e di grande fattura, nei primi singoli “Waves”,”Reflectie” e “Gazers” ascoltiamo da subito le ottime intenzioni della band con idee molto chiare. Il risultato è una perla da tenere d’occhio godibile e originale.

Ma andiamo in ordine con l’apertura veloce e spedita di “Identity”. Il riff portante della chitarra sprigiona una carica invidiabile e si incastra alla linea vocale incantevole. Un brano energico in perfetto stile indie/post punk che sul bridge finale esplode con un tiro corposo fino alla chiusura preziosa. Segue uno dei primi singoli “Reflectie” e il suo timbro sensibile che si culla dolcemente sull’arpeggio meticoloso per poi prendere il giusto ritmo su arcobaleni infiniti di un cielo stellato, verso il passaggio finale si accelera di poco la struttura.

Con l’altro singolo incandescente “Waves” si torna in modo impeccabile sulle sonorità sporche e taglienti, seguendo sempre la giusta atmosfera leggera e spensierata.

Qui il testo scorre in maniera perfetta come a voler raccontare giornate vissute sulle onde del passato. Proseguiamo il percorso per immergerci nell’adrenalina di “H.Y.E” e il basso ipnotico che con la sua distorsione macchinosa  ci porta alle influenze di band devastanti come Buzzcocks e i recenti Fontaines DC. Il brano si innalza nell’aria in modo eccellente, per un vortice di vibrazioni incredibili.

Su “Sonder” invece ci avviciniamo a sonorità più new wave con la qualità vocale sempre all’altezza, per un ambiente che si fa sempre più caldo tendendo al pop classico. Il ritornello orecchiabile si immerge nei cambi sfrenati della fase ritmica fino a chiudersi nel silenzio. La carica danzante torna in modo deciso sul riff ruvido di “Problems” per una traccia semplice con uno studio approfondito nei vari cambi che si agitano all’interno di una festa rumorosa. Verso la chiusura ci soffermiamo sulla drum machine interessante di “Closer” qui il paradiso sognante della band si abbandona nel paesaggio incantato su uno stile anni 80 da pelle d’oca. Infine chiudiamo con “Gazers” uno degli ultimi singoli incendiari, le chitarre tornano a livelli pazzeschi per spostare lo schema in una composizione stupenda e ben realizzata.

La band You Nothing si presenta al mondo con un disco importante, dove i vari passaggi si colorano d’immenso creando un lavoro nuovo da ascoltare con grande attenzione. Speriamo di vero cuore che tutto questo sia solo l’inizio di una carriera luminosa.

 

VOTO 7

 

 

You Nothing – Lonely/Lovely(2021)

 

– Floppy Dischi,Non ti Seguo Records,Dotto –

 

Mixed and Recorded by Michele Zamboni

 

 

 You Nothing are:

 

Gioia Podestà: vocals

Federico Costanzi: guitars

Giulia Cinquetti: bass

Nicola Poiana: drums

 

 

Link:

https://www.facebook.com/younothingband

 

 

Simone – Postrock.it

 

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Those Noisy 3 – Hard Edge

THoSE NOISY 3

HARD EDGE
Those Noisy 3 – Hard Edge, ci presentano un album diretto, pulito e potente che emerge dalle nostre casse e ci regala momenti di carica e di adrenalina vera
Ci sono momenti in cui sento il bisogno di sentire musica tirata, diretta, senza troppi giri di parole. Con mia grande fortuna, sono arrivati in mio soccorso i Those Noisy 3, con il loro nuovo lavoro dal titolo Hard Edge.

Luca Detto (chitarra) e Giorgio Cuccurugnani (basso), ragazzi con  trent’anni di esperienza alle spalle con altri progetti (con Pizza Coffee ‘n’ Smash TV, Magazzini della Comunicazione, Insil3nzio – per citare alcune delle band che li hanno visti protagonisti) incontrano il giovane talento Stefano Rutolini, batterista con un considerevole curriculum di tournée in Italia ed Europa ed altre collaborazioni occasionali con band dal calibro internazionalmente riconosciuto quali ad esempio Storm{o}, Baphomet’s Blood e Thomas Silver degli Hardcore Superstar.

Come suggerisce già il nome della band, stiamo parlando di un progetto pieno di energia.

“Quei rumorosi 3” se volessimo dirla all’italiana, quasi fossero i protagonisti di uno spaghetti western. Eppure questi ragazzi nascondono dietro ad un nome quasi giocoso una densità sonora degna di nota, che andiamo subito ad esplorare.

1 – The One. Apriamo le danze, e subito si sente l’esigenza di muoversi, di seguire il riff psichedelico di chitarra, a cui subito segue un denso ritmo di percussioni. Il brano è ipnotico, ammaliante, poi dopo 40 secondi si entra nel vivo del brano. Si sentono urla, sembra di assistere ad un live. L’energia è altissima. Il basso spicca, è un power trio e sanno sfruttare ogni sfaccettatura di questa formazione. La batteria è intensa, sincera, originale.

2 – Gold Finger. Il brano inizia con delle martellate, il suono sembra voler tirare giù lo stereo. Il gioco altalenante di Forte/Piano qui è la carta vincente, che ti fa gustare ancora di più il momento di esplosione sonora che segue, soprattutto sul finire, dove il gioco ritmico esprime il suo momento migliore.

3 – Bantu. Il gruppo non molla il pedale dell’acceleratore. C’è qualche secondo di preparazione, sentiamo crescere l’intensità, sentiamo che si stanno preparando. E infatti eccolo, il riffazzo potente che esplode ancora più potente.

Il basso qui si presenta a tratti sporco, un bellissimo suono che ci ricorda un pò le band Grunge/Hard Rock degli anni ’80/’90. Nel complesso un gran bel pezzo.

4 – Listen Repeat. Proprio come il titolo, questo brano non si vorrebbe mai smettere di ascoltarlo. Il nostro giovane batterista si lancia in una dimostrazione di quelle che sono solo alcune delle sue grandi capacità, come il cambio di dinamica, di intensità, le elaborate ricerche ritmiche, le esplosioni nei punti giusti. Tutto va nella direzione giusta, noi ascoltiamo e muoviamo la testa con convinzione.

5 – Blast. Un pezzo che rivela tutta la sua intensità in solo due minuti. Potente, psichedelico, quasi mantrico. La chitarra qui è importantissima, dirige gli altri due strumenti parlando, urlando, gemendo, tirando fuori tutto. Sembra voler vomitare note, una dopo l’altra.

Questi tre ragazzi proprio non ne vogliono sapere di stare in silenzio, e devono urlare tutto quello che hanno dentro. Questo brano ne è la prova. Davvero molto bello il cambio di tempo sul finire della canzone.

6 – Drop. I ragazzi si fermano, respirano, e ci dimostrano di saper spiccare anche nelle sonorità più riflessive. Il basso tiene alta la tensione, ma il suono morbido di chitarra ci fa sognare, rendendo il tutto più introspettivo. Ma è solo un momento, un battito di ciglia, e poi eccoli li, di nuovo sulla cresta dell’onda, sul muro sonoro, senza alcuna intenzione di scendere anche solo di 1 decibel.

7 – Holy. Un gioco interessante di effetti sonori applicati ad un brano che dimostra e riconferma ancora una volta la bravura e l’originalità di questi ragazzi che oltre a “spaccare” sanno fare lo cose in un certo modo. Le ritmiche anche qui non sono mai scontate, le armonie di chitarra si distinguono, i suoni sono grezzi, ma anche definiti, il basso riveste un’importanza fondamentale nella trasmissione del messaggio all’ascoltatore, e riempie l’aria di sonorità che scaldano l’aria e ci fanno venire un’immensa voglia di concerti dal vivo.

8 – Duke. Qui si cavalca. The 3 Horsemen li potremmo chiamare. Ce li immaginiamo a cavallo, come 3 cowboys, all’inseguimento dei pellerossa come nei film di Hollywood. Un’attimo di calma, forse un appostamento prima del combattimento, e infatti eccoli che si lanciano all’attacco, sfoderando le loro armi.

Un interessante dialogo di chitarra ci porta a metà brano, poi si ferma tutto… un’attimo di suspence. Ma è solo un’attimo, non fatevi fregare. Eccoli che tornano a cavalcare, verso la metà, verso la chiusura del brano.

9 – Vicious Circle. Torniamo a parlare di psichedelia, sentiamo dei suoni sperimentali, il basso si lancia in campi non ancora esplorati, dimostrando una grandezza e una bravura artistica non indifferenti. La maturità è notevole, e si fa sentire anche nei più piccoli accorgimenti. Il power trio sa essere diretto, sincero, ma anche attento ai particolari, creando qualcosa di potente ma al contempo originale.

10 – Itch. Siamo alla fine di questo lavoro, ma i ragazzi decidono di darci il colpo finale. Questo brano eccelle per complessità ritmica. La batteria è solo una parte di un gruppo fatto di Groove e interessanti giri armonici. In questo brano apprezziamo particolarmente la scelta di fondere la dinamica con l’armonia, la chitarra spesso porta avanti il brano quasi fosse uno strumento ritmico. Il basso frigge, è cattivo, è potente.

Nel complesso davvero un ottimo progetto, che ci auguriamo di sentire al più presto con un nuovo lavoro. Vi aspettiamo ancora ragazzi, sempre caldi e potenti!

VOTO: 7,5

 

BAND:

Luca Detto (chitarra)

Giorgio Cuccurugnani (basso)

Stefano Rutolini (batteria)

 

ETICHETTA:

Anger Music Ltd.

 

LINK:

https://www.facebook.com/thosenoisy3/

 

Paul – Postrock.it

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Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never wake up

Vibes Speak Volumes

Open your eyes Never wake up
Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

Il progetto Vibes Speak Volumes è un interessante duo strumentale, nato a Perugia nel 2018 formato da Tommaso Angelini e Gennaro Accardo. Durante il primo periodo di attività si concetrano sullo studio approfondito dei primi brani, che danno luce al primo Ep di debutto Open your eyes Never Wake Up un lavoro discografico eccellente, carico di emozioni infinite e vibrazioni notevoli. Il paradiso sperimentale e personale che viene fuori in questa piccola opera, lascia un segno indelebile per palati sopraffini e per un ascolto godibile che ti entra nel cuore. I due musicisti spaziano le loro sonorità oltre nuovi orizzonti, fino a toccare corde sensibili per un risultato ottimo e ben suonato.

L’artwork viene curato da due illustratori visionari David Ferracci e Manuel Negozio, mentre la produzione in fase di registrazione viene affidata a Marco Sensi, che collabora anche con il synth all’interno del disco.

Il tutto nel formidabile studio Piccio’s House di Assisi. Per rendere ancora più interessante il suono in fase di studio si inserisce una fase ritmica del basso diretto da Claudio Torroni.

Veniamo allo studio magnetico di questo lavoro con l’apertura di “Who Am I” dove arcobaleni colorati si incontrano con il loop temporale, per una magia incredibile da brividi. L’arpeggio delicato in perfetto stile post rock, si incastra alla batteria che esplode su un tappeto sonoro stupendo. Sembra di ascoltare un brano della band americana This Will Destroy You, soprattutto per lo studio attento del delay che aumenta il suo spessore. Segue il sensibile ingresso di “So Close So Far” che a piccoli passi prende vita su un paesaggio innevato, come un ricordo dolce e importante che arriva da molto lontano.

Il bridge centrale è un passaggio preciso che si chiude con distorsioni di spessore. Nel brano “Where Am I” invece si innalza uno stormo luccicante di sonorità, impreziosito dal synth che porta un tempo deciso, con la chitarra sognante la traccia prosegue il suo cammino nel tiro carico di bellezza e il pianoforte completa l’opera fino alla carica energica del finale.

“Rebellion” è una delle composizioni più belle, con il suo riff graffiante iniziale da pelle d’oca che culla dolcemente la sezione ritmica del basso su un vortice ipnotico e la qualità enorme del chitarrista, che qui si cimenta anche su passaggi vicini al post metal. Il brano ad ogni cambio cresce d’intensità per una suite stupenda. Chiudiamo questo piccolo lavoro con “Am I Living” dalla durata lunga che non annoia il suo ascolto, spingendo le sonorità in qualcosa di maturo che tocca nel profondo. La cavalcata ritmata si unisce alle melodie meticolose dell’ambiente caldo che si sveglia da un brutto incubo, fino a spegnersi nei rumori di fondo.

Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

VOTO 7

Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never Wake Up(2018)

– Autoprodotto –

Mixed and Recorded by Marco Sensi at Piccio’s House (2018)

Vibes Speak Volumes are:

Tommaso Angelini: guitars

Claudio Torroni: bassist

Gennaro Accardo: drums

Marco Sensi: Synth

Artwork by David Ferracci and Manuel Negozio.
Graphics by David Ferracci

LINK:

https://www.facebook.com/vibespeakvolumes

 

Simone – Postrock.it

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CERNICHOV – The Mold Legacy

CERNICHOV

The Mold Legacy
Un duo ambient/noise che ci catapulta in un mondo dominato dalla natura. Un mondo in cui le regole sono capovolte, e l’umanità e soltanto una piccola variabile in un universo fatto di energia e metamorfosi

Immaginate per un attimo di poter vivere le emozioni di un fungo.

No, davvero.

Se vi siete mai chiesto come ragionano gli organismi pluricellulari chiamati funghi (la cosiddetta Muffa) questo è un lavoro molto intricato che andrà probabilmente a fare luce sul vostro quesito. 

I Chernichoy sono un duo noise/ambient italo-belga che immediatamente ci catapultano in una Foresta nera, dove ogni piccolo rumore tra le sonorità oscure ci fa sobbalzare. Fin quando il rumore non diventa costante, inquietante ma allo stesso tempo chiaro e nitido, perfettamente in linea con la sua dimensione. 

Megaverse ci introduce in questa atmosfera sopra descritta che si conferma subito dopo con  The House of Ash Tree Lane. ll ronzio che prima era un rumore di sottofondo in una foresta, ora diventa una costante che prevale su ogni altro suono, attirando così la centralità della nostra attenzione. Solo verso il quinto minuto della seconda traccia, sentiamo come un battito d’ali che distoglie l’attenzione dalla centralità precedente, il suono diventa unico e prolungato fino all’esaurimento dello stesso. 

The Logic in Constructivism ha un qualcosa di vagamente ancestrale, antico, tribale all’interno delle sue sonorità. Sarà l’ombra latente di una lontana percussione, saranno i suoni dinamici che puntano ad un climax ascendente e discendente. 

Con Petris Fractals ci sembra per qualche secondo di essere in un nuovo mondo, forse un bosco invece che una foresta oscura, almeno all’inizio. Ci ritroviamo in questo habitat del tutto naturalistico e ci interroghiamo se noi esseri umani possiamo avere anche solo lontanamente merito di rimanere lì dove siamo. L’atmosfera più inquietante di prima sembra essere scomparsa, nonostante rimanga decisa l’impronta noise del duo. Tutto questo permane fino al graduale arrivo di un’oscurità incombente, intorno al terzo minuto del brano. Ritorna la pace con la pioggia solo nel finale, quando la tempesta è in procinto di finire. 

Un andamento molto simile lo ritroviamo anche nella successiva traccia, terminando poi sull’ultima fiabesca “Once Upon a Time in  Cybertron”. Le sonorità iniziali sono proprio il sussurro di un’entità superiore, forse come Madre Natura, pronta a lasciare spazio alle sue magie. Un racconto infinito che merita di iniziare con “c’era una volta” dallo stampo più macabro e dalla chiusura secca e inaspettata, se non ci fosse stato un eco di rinforzo alla fine. 

L’album è consigliato a tutti gli ascoltatori di noise, ambient, a tutti coloro che amano le sonorità scure più che altro evocative, emozionali. I sensi fanno da comandanti durante tutto il percorso sonoro. Spegnete la ragione.

VOTO: 8

Release Date: January 11, 2021

Recorded by Marco Mazzucchelli and David Gutman between December 2013 and April 2019.

Produced and Mixed by David Gutman.

Mastered by Anacleto Vitolo.

Photographies by Marco Mazzucchelli and David Gutman.

Artwork by Marco Mazzucchelli.

LINK:

https://dornwald-records.com/

https://www.facebook.com/Cernichov

J. – Postrock.it

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Marco Zanelli – The Great Concert in R’Lyeh

MARCO ZANELLI

The Great Concert in R’Lyeh
L’artista carismatico Marco Zanelli ci delizia le orecchie, con questa nuova perla “The Great Concert of R’Lyeh” registrato allo Stereonomicon Studio Mobile in tutto l’arco dello scorso anno. Le sonorità e i passaggi distopici che prendono piede in questo lavoro, sono largamente ispirati a opere letterarie di Howard Phillips Lovecraft, le grafiche sono curate dal visionario illustratore Filippo Zanelli.

Il disco viene fuori sotto forma di concept, per narrare al meglio i viaggi distorti e psichedelici con una gran parte di elettronica d’avanguardia utilizzata, il risultato è incredibile per un ascolto complesso e non facile da apprendere.

Il primo brano di apertura è un vortice infinito di effetti che si abbatte su tutta la durata in modo instabile e dissonante, per un nucleo notevole da non perdere.

Segue il mondo lunare e granitico delle due tracce successive che si agitano come una sfera incandescente senza freni. Solo nel quarto brano, il tempo martellante del synth apre il suo percorso in qualcosa di spaziale e misterioso.

Il quinto brano si lancia nel viaggio unico dell’artista, che si crea un ambiente stellare nella sua testa fino a perdersi nella drum machine sulla parte finale, come l’ingresso silenzioso all’interno di un astronave. Nel brano seguente inizia all’improvviso  una cavalcata estrema, con una sonorità di grande fattura acida e delirante, fino  a toccare il caos più totale per poi spegnersi lentamente. Un posto magico a tratti inquietante invece si materializza nella traccia numero sette, su uno stile tipo videogioco a 8 bit dal gusto sonoro unico.

Prima di chiudere ci soffermiamo sulla penultima composizione, che con il suo tiro leggero prende il sopravvento con grande sicurezza, per uno studio tecnico e innovativo in fase di registrazione. La chiusura geniale molto lunga incastra tutta la cultura musicale di Marco in modo impeccabile, per un racconto senza precedenti.

Un disco di musica elettronica, ben studiato e strutturato con un attenzione maniacale e fuori dagli schemi.

 

VOTO: 6

 

Marco Zanelli – The Great Concert in R’Lyeh(2021)

– Autoprodotto –

Mixed and Recorded at Stereonomicon Studio Mobile (2020)

 

Simone – Postrock.it

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Ulysse – Ulysse

ULYSSE

ULYSSE
Il progetto Ulysse fa il suo esordio ufficiale con questo album omonimo molto interessante. Prodotto per tre etichette diverse e di spessore, come la label abruzzese DeAmbula Records, gli emiliani We Work Records e il collettivo Vasto Records da Palermo.

Il suo insieme vede sonorità differenti, che puntano su un unico obiettivo pazzesco. I paesaggi visionari che prendono vita al suo interno, sono una chicca da non perdere. Nel sound troviamo molte contaminazioni per un attitudine alternative rock, con tante sfumature post rock. I testi sono in italiano e trattano tematiche delicate e personali, con un gusto originale e di grande ispirazione.

La band vede il musicista Mauro Spada, artista di spessore sulla scena pescarese e attualmente bassista degli Oslo Tapes, altro nucleo definitivo con frontman Marco Campitelli.

Insieme a lui collaborano altri musicisti legati da diverse esperienze in progetti storici per tutta la città, infatti andiamo dalle sonorità acide dei Santo Niente, per passare allo stoner degli Zippo fino a progetti più di nicchia come Jester at Work e Managment. Infine la produzione è curata da Sergio Pomante, altro grande musicista di band importanti come (Sudoku Killer e Ulan Bator). Il risultato nelle 8 tracce che compongono questo primo lavoro è davvero eccellente, portando l’ascoltatore in un percorso maturo e rilassante.

L’apertura di Vetro, taglia l’atmosfera su un ricordo indelebile e stupendo. Il basso ruvido si incastra a dovere sulla chitarra spaziale, che si culla in modo incantevole alla linea vocale preziosa, le seconde voci aumentano di valore il brano.

Nel finale il synth è una delizia per le orecchie e completa in modo impeccabile il brano. Stesso tiro incendiario si innalza nella seguente L’Ascesa dei Dementi, dove il synth continua il suo viaggio distorto e carico di noise. La voce qui si mette in risalto con una grande qualità e un testo duro, come una protesta contro i continui problemi di questa vita, sembra di ascoltare un brano del poeta carismatico Giorgio Canali.

HWHAP è una composizione notevole, il basso segue un tempo irregolare stile post rock classico. Nel sottofondo una voce amplificata recita un qualcosa di misterioso e surreale, per una traccia che fa il suo giusto lavoro. Discorso diverso invece troviamo nel riff martellante di Patroclo, che si agita in modo delirante con la batteria diretta e precisa, un brano strumentale da brividi. Nella base electro new wave, si aprono le note di Nel Torbido Scorrere, un’opera suggestiva con una malinconia unica al suo interno, nel finale c’è un piccolo risveglio con una grande energia che ti entra dentro.

Fino al Sangue è uno dei brani migliori di questo disco, per quanto riguarda lo studio in fase di registrazione, le chitarre si lanciano in un vortice incredibile, impreziosite dal mondo sospeso del cantante, anche qui con un testo personale e importante, il bridge finale esplode in tante piccole parti luminose e lunari.

Prima di arrivare alla parte conclusiva ci soffermiamo su L’Alba di Sapporo, un’altro brano sperimentale, avvolto da una cultura orientale di rilievo. La struttura d’impatto non fa una piega sulle emozioni superiori fuori dal tempo, solo nel finale si percepisce una piccola linea vocale, il resto è una grande suite strumentale per palati sopraffini. Chiudiamo con Sontuosa Solitudine, una ballata dolce e silenziosa che porta a ricordi lontani e infiniti. Nella base elettronica di fondo si materializza con decisione, uno sciame stupendo di arcobaleni sognanti, per la giusta chiusura d’altri tempi.

Un disco ben fatto, studiato con il contagocce. Al suo passaggio si notano tutte le qualità enormi di ogni musicista che ne fa parte, per un grande risultato che si abbatte su questo mondo ormai alla deriva e presto lascerà il segno sulla nuova scena underground di oggi.

 

VOTO: 7

Ulysse – Ulysse(2021)

DeAmbula Records – We Work Records – Vasto Records

Mixed and Recorded by Sergio Pomante at NoiseLab (2019)

Ulysse are

Mauro Spada: voices

Gino Russo: drums

Raffaello Zappalorto: bassist

Silvio Spina: guitars

LINK:

https://www.facebook.com/ulysse2021

 

Simone – Postrock.it

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Post Rock Recensioni

The Twins And The Dark Side – Lethian Ghost

THE TWINS AND
THE DARK SIDE
LETHIAN GHOST
The Twins And The Dark Side – Lethian Ghost. Prendi un’atmosfera dark, aggiungi il fascino del post rock, per finire un tocco di sound esplosivo: ecco la ricetta del nostro duo pugliese, ecco a voi The Twins And The Dark Side.

Avere a che fare con un EP spesso vuol dire ascoltare sonorità acerbe, in fase di crescita, magari non ben formate. Non è questo il caso di oggi. Il duo pugliese di cui stiamo per parlare sa bene cosa vuole trasmettere, e sa come ottenere la vostra attenzione.

Stiamo parlando di un progetto genuino, che arriva direttamente nel nostro stereo da una delle terre più belle d’Italia: loro sono i The Twins And The Dark Side e questo è il loro Singolo, Lethian Ghost.

Questo lavoro racchiude in soli 3 brani una vastità di sonorità e di emozioni straordinaria: passiamo da affascinanti giochi sonori su sfondo romantico, a momenti di pura energia, rimanendo sempre in un terreno dark, di cui ogni brano è portavoce.

1 – Cloud – In Memory of L.C. Non sappiamo certo a cui sia dedicato questo brano, ma quello che possiamo dire è che la dedica ci attraversa e ci raggiunge fin nel midollo. Il brano è diretto, sincero, e raggiunge immediatamente il punto del discorso. Si parte con note di chitarra malinconiche, eteree, che attraversano il nostro orecchio e si disperdono, quindi partono batteria e basso in un ritmo serrato, deciso, che ci porta al punto cruciale di questa canzone: un esplosione sonora di pura energia. Un urlo forse, un grido di dolore, o di rabbia. La chitarra qui è distorta ma pure sempre chiara e definita, con un sound cristallino e vibrante. Il brano quindi torna sulle note iniziali di chitarra, ricordandoci quella malinconia che ci ha attirato fin da subito.

2 – Shadow. Il cielo è denso di nuvole, noi siamo fantasmi che si muovono nella notte. Siamo ombre. Ecco in poche parole quello che ci trasmette questo secondo brano. Anche qui assistiamo ad un crescendo, un gioco di chitarra a cui segue un interessante riff di basso seguito da una ritmica semplice ma ben studiata, che insieme creano quella pasta sonora che ci fa sentire orgogliosi di essere italiani.

Gli artisti emergenti come questo duo sanno regalarci spettacolari trame sonore, e tutto questo senza scendere nell’ovvio o nello scontato.

Il brano raggiunge l’apice a metà, con un sound di chitarra sgranato e potente, che si unisce agli altri strumenti e dando vita ad un momento sonoro di interessante imponenza. Il suono è caldo, e si alterna perfettamente al riff iniziale, che si ripresenta anche alla fine, con quella malinconia così fredda, da ricordarci il freddo e la nebbia di una mattina d’inverno.

3 – Nero. Questo brano arriva inaspettato, con un sound particolare che crea un notevole contrasto con i primi due brani. L’intenzione è quella di suscitare emozioni diverse, e anche qui il duo ci riesce benissimo. Sentiamo tonalità maggiori, che ci ricordano qualcosa di bello e di lontano, qualcosa che forse ricordiamo, qualcosa che si perde nella nostra memoria. Il basso qui è il protagonista, con un sound che esce letteralmente dallo stereo, e permea costantemente l’aria intorno a noi. Sembra voler parlare, volerci raccontare. Noi ascoltiamo, metabolizziamo, facciamo nostre le emozioni che vengono sapientemente formate. Qua abbiamo qualche sfumatura quasi Stoner Rock, con un sound aggressivo e duro, ma anche dolce, come una storia d’amore finita tragicamente, come un ricordo svanito. Il dialogo tra gli strumenti prosegue da metà del brano fino alla fine, alternando potenza e armonia, unendo tutte le vibrazioni in una sola voce di speranza e di sentimento.

L’ascolto di questo duo è stata una piacevole sopresa in questo 2021, e penso che abbiano già la maturità adatta per sfornare uno di quegli album che potrebbero raggiungere la vetta della nostra classifica di quest’anno. Noi lo aspettiamo e lo chiamiamo a gran voce: forza ragazzi, spaccate tutto!

VOTO: 7

 

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Paul – Postrock.it