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MOONOISES – CHASM

MOONOISES

CHASM
Moonoises – Chasm. Un singolo scuro, psichedelico, riflessivo, che si presenta fin da subito in tutta la sua originalità (con un demo in audiocassetta) e ci conquista per la sua validità. 
Dalla provincia di Brindisi un urlo squarcia la notte. Chasm è un singolo che non chiede il permesso ed esplode potente nelle casse dello stereo.

2019. James Lamarina (chitarra) e Marco Locorotondo (basso), dopo aver chiuso un capitolo con il loro ex progetto Fading Rain, si lanciano in questa nuovissima esperienza. Ecco quindi che entrano in scena Fabio De Iaco (batteria) e Tony Gianfreda (voce) per dare vita a qualcosa di nuovo e mai visto prima.

Moonoises è un progetto interessante. L’affiatamento tra i componenti della band è chiaro fin dal primo secondo, un fattore al giorno d’oggi sempre più trascurato ma essenziale per trasmettere qualcosa di unico al pubblico.

I ragazzi si presentano fin da subito dichiarando di essere una voce fuori dal coro: il loro singolo, infatti, è registrato su audiocassetta. Il fatto che siano controcorrente diventa palese nel momento in cui accendiamo lo stereo e iniziamo ad ascoltare.

I quattro ragazzi non cercano di stupire con capriole o petardi, ma si uniscono per creare una pasta sonora piena e corposa, che si forma e si autoalimenta. 

Due brani, uno per ciascun lato dell’audiocasetta. Ma questo è il classico caso in cui “etichettare” non è facile, anzi diventa quasi scomodo, e noi smettiamo di guardare ai nomi delle tracce, e ascoltiamo questo singolo come se fosse un unico grande brano. 

Il progetto ci convince, con le sue tonalità dark wave, con il suo sapore post punk, con le sue chitarre reverberate.

Ci piace la voce un pò Black Sabbath e un pò Pink Floyd, ci cattura fin da subito il basso martellante e sinuoso, e il tocco finale lo da la batteria, psichedelica e raffinata.

La loro proposta musicale comprende diverse influenze, accostabili soprattutto ai movimenti alter- nativi degli anni 80 e 90: dal post-rock allo shoegaze, passando per la new wave, il noise rock, sfuma- ture slowcore e certo blackgaze salito alla ribalta a metà degli anni 2000.

Se vi piacciono le tonalità originali, se siete stufi di ascoltare la solita musica, vi do un consiglio: immergetevi nelle sonorità dei Moonoises e ne uscirete completamente rigenerati.

VOTO: 8,5

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Paul – Postrock.it

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TERMINAL SERIOUS – LAMB

TERMINAL SERIOUS

Lamb
Lamb – Terminal Serious. Abbiamo il piacere di ascoltare in anteprima il singolo estratto dall’album Love was lies, in uscita il 13 Marzo.

Luigi Bonaiuto, in arte Terminal Serious, è un musicista poliedrico fiorentino con una grandissima passione per il post punk e la dark wave, e ci delizia con questo interessante singolo Lamb. Il singolo apre le file dell’album ufficiale, Love was lies, che debutterà ufficialmente sul web e nei digital stores il 13 Marzo

Lamb è un brano estremamente evocativo, profondo e rituale. 

Una chitarra ci accoglie con note arpeggiate brillanti, qualche secondo di attesa, e poi il sipario si apre, rivelandoci quel mondo sonoro al di là dello specchio.

E come un mondo parallelo, qui vediamo tutto muoversi diversamente, creature nella notte che camminano lentamente e si dileguano alla nostra vista, mezzi di trasporto futuristici sorvolano le nostre teste oscurando il cielo stellato, e i palazzi di cristallo si innalzano tutto intorno.

La voce, scura e sensuale, ci segue per tutto il brano, guidandoci, raccontandoci quello che vediamo, e noi lo seguiamo alla scoperta di questo mondo a noi sconosciuto.

Ogni canzone, ogni artista, ha qualcosa da raccontare. C’è chi ti colpisce per l’utilizzo di effetti straordinari e particolari, chi ti affascina per l’utilizzo di ritmiche alternative, chi si lancia in assoli complicati e difficilissimi.

Lamb ci colpisce per la sua qualità evocativa, per la sua capacità di tessere una trama sonora che va aldilà del semplice brano, e diventa quasi colonna sonora. Non ci sono saliscendi, non ci sono esplosioni, ma un suono caldo e languido che si propaga nel nostro cervello catturando tutta la nostra attenzione e regalandoci 3 minuti di piacevole ascolto.

Un brano che preannuncia un disco che sarà sicuramente interessante, e noi non vediamo l’ora di recensire l’intero lavoro di Luigi. Rimanete sintonizzati su Postrock.it, per sapere tutto su questo disco!

VOTO: 8

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Paul – Postrock.it

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SIS FELIX – FIGURES

SIS FELIX

Figures
Sis Felix – Figures. Un album Dark Wave, Post Punk con alcuni elementi psichedelici di assoluto interesse. Un gruppo che ne ha passate tante, e si sente!
Dal lontano 1987 i Sis Felix arrivano nel nostro Stereo con un EP interessante, innovativo, ma al tempo stesso maturo e denso di esperienze.

Il progetto che abbiamo davanti a noi oggi non è il classico progetto emergente italiano, e non è nemmeno post rock, ma non per questo è meno interessante.. anzi.

Parliamo di una band che fonda il suo groove e il suo spirito ribelle nel periodo più rivoluzionario della musica Rock psichedelica, cioè negli anni ’80. In quel periodo abbiamo assistito ad alcuni dei più grandi album della storia. Questo gruppo si fa subito notare, al punto da essere recensiti da Rockerilla in occasioni delle selezioni ad Arezzo Wave.

Passano gli anni, la band si scioglie, ma la voglia di suonare e di lasciare il segno rimane. Ed è così che arriviamo al 2012, anno in cui il progetto riprende vita, capitanato da Roberto (Voce) e Alessandro (Basso). Passa qualche anno, la band trova altri elementi, nascono i brani, si entra in sala registrazioni.. ed ecco che nasce Figures.

Un EP che sicuramente lascia subito trasparire una maturità musicale non indifferente.  Questo EP è dark, elettronico, psichedelico. 4 brani che lasciano subito un’impronta decisa e chiara di quello che il progetto vuole trasmettere.

Una voce che richiama uno stile d’altri tempi, un pò alla Depeche Mode, sensuale e calda, si unisce egregiamente a una trama sonora ricca di pattern scuri e intriganti. Il Basso rappresenta uno dei punti chiave dell’intero concetto dell’album, come un motore che spinge avanti il gigantesco macchinario.

1-FIGURES. Immaginate di poter congelare un momento, una band, e di poterla scongelare dopo anni per riascoltarla in tutto il suo splendore. È questa la sensazione che avvertiamo ascoltando il primo brano. Una scia che sembra arrivare direttamente dagli anni ’80 e ci fa sognare ad occhi aperti. Dark Wave pura e semplice, una drum incalzante e psichedelica, arpeggiatori, una voce con impronta un pò british, un pò alla the Cure. Questo brano ci fa dimenticare per un attimo di essere nel 2021, e ci fa sognare.

2-LONELY. Fin dal suo inizio questo brano si presenta subito chiaramente come un degno successore del primo brano. Un Basso ammaliante ci presenta un riff semplice ma che rimane in testa. Poi il brano prende il volo, con incredibili tappeti synth e riff di chitarra, con effetti morbidi e luccicanti.

I Sis Felix sono della vecchia scuola, sanno come fare musica elettronica, e arrivano con questo EP per dare qualche lezione di stile a tanti ragazzini che si approcciano al genere per la prima volta.

3-MY SUFFERING SOUL. Un brano forse più introverso dei primi due, ma sempre sognante e scorrevole, attraversato da questa onda sonora che sembra non fermarsi mai. La voce qui è quasi sofferente, sembra volerci raccontare molto di più di poche semplici parole contenute in un testo. Un’anima sofferente che si esprime in tutta la sua energia tra le onde soffuse di questo mare psichedelico.

4-SENSATIONS. L’ultimo brano lancia nell’etere qualcosa di nuovo, come se l’ultima canzone fosse un preambolo di qualcosa che deve ancora arrivare. Che sia la premessa per un nuovo album? Avvertiamo qualche sonorità Post-rock, ambientazioni più moderne rispetto ai brani precedenti. Siamo sicuri che la scelta di sistemare questo brano in fondo sia voluta, per lasciare la curiosità e il desiderio di sentire di più.

Un EP che lascia sicuramente il desiderio di ascoltare altro. Cosa verrà? Quale sarà la prossima mossa di questo interessante progetto musicale italiano? I Sis Felix ci promettono di tornare presto sulle nostre pagine, per una nuova recensione. E noi li aspettiamo con grande trepidazione. A presto ragazzi!

 

VOTO: 8

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Paul – Postrock.it

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CLAUDIO MELCHIOR – SCHIVARE LA PIOGGIA

Claudio Melchior
SCHIVARE LA PIOGGIA

Claudio Melchior ci lascia così vagare in un pensiero che spesso tentiamo di evitare, a cui spesso cerchiamo di non pensare. Il senso della vita. Non c’è evoluzione, non c’è esplosione semplicemente perché non abbiamo risposta.

 

Sintetizzatori in forte contrasto con un suono orchestrale di archi, ecco l’inizio di “Schivare la pioggia”. La voce dal timbro cantautorale, effettata da un leggero eco, si introduce già nel primo minuto. Il ritmo dal sound che si mimetizza nell’elettronica incalza sempre di più, a passo con la ritmica vocale. La tendenza pop è molto forte, ma rende l’ascolto più orecchiabile. E’ molto più semplice, così, concentrarsi sul testo. 

Rimaniamo con il fiato sospeso in attesa di un ritornello che non arriva, una fuga di parole, una fuga di suono alla ricerca di un’esplosione vera e propria che comunque riusciamo ad ottenere nel finale.

Il fumo sale piano dalle ciminiere, dalle gole nere, dalle tentazioni nere. 

Il tutto per non scendere a patti col tempo che ha già deciso di farci del male. Questo dice il testo e ci appare più chiaro il senso del titolo. 

Come possiamo schivare la pioggia? La vita è un respiro, un lampione dopo l’altro. La morte muore, rinasce il giorno e così la vita che prosegue. 

Non possiamo schivare la pioggia, non possiamo schivare il dolore, non possiamo schivare nulla di quel che ci aspetta, è il semplice cerchio della vita. 


Claudio Melchior ci lascia così vagare in un pensiero che spesso tentiamo di evitare, a cui spesso cerchiamo di non pensare. Il senso della vita. Non c’è evoluzione, non c’è esplosione semplicemente perché non abbiamo risposta.

VOTO: 8

 

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J. Postrock

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NORTHWAY – THE HOVERING

NORTHWAY

THE HOVERING
Una copertina che non poteva essere più azzeccata per una traversata oceanica sonora densa di emozioni e di contrasti, di armonie e di dissonanze. Ecco a voi il secondo album dei Northway – The Hovering.

Sarà il freddo di questo Dicembre, sarà il periodo, sarà il momento storico, ma non potevo trovare una band migliore da recensire in questo periodo pre-natalizio.

Loro sono i Northway, band attiva dal 2014, e ci deliziano con questo secondo album davvero degno di nota. 

Ci addentriamo subito, senza troppi giri di parole, nel percorso musicale di questo interessante disco, uscito il 25 Settembre 2020.

Il disco richiama fin da subito un’atmosfera particolare, guardando la copertina ci sembra quasi di sfogliare le prime pagine di un romanzo inglese di fine ‘800, quelle storie a metà tra mito e scienza, tra tecnologia e mitologia, e i titoli confermano la nostra sensazione iniziale. 

Point Nemo, partiamo subito con un basso sporco, diretto, che senza troppi giri di parole ci introduce al primo brano, incalzando la batteria che segue poco dopo e aprendo un capolavoro di trame armoniche di chitarra che ci regalano un’immagine davvero intensa, davvero sognante.

Scaturiscono immagini in sequenza nella mente dell’ascoltatore, che influenzato dalla copertina e dal titolo del brano si ritrova subito nella ciurma del Nautilus, viaggiando a profondità incredibili, osservando cose fino ad ora nascoste ad occhio umano.

La batteria è sommessa, tranquilla, ci accompagna nel viaggio senza troppe parole. Ma ecco che sul finire un mostro marino passa in tutta la sua enorme imponenza davanti ai nostri occhi, e assistiamo ad un esplosione di suoni e di colori

Kraken. un urlo sorge dalle profondità. Una lingua a noi sconosciuta. Nella notte dell’oceano, a bordo del nostro veliero, tra fulmini e pioggia, vediamo all’improvviso emergere un gigantesco tentacolo. La chitarra si erge in tutta la sua grandezza, con suoni scuri e pesanti, spinta in avanti da un basso che dipinge perfettamente l’imponenza del grande mostro marino.

La batteria scandisce gli attimi di terrore come se procedessero quasi a rallentatore, con quella sorta di adrenalina che ci pervade alla vista della mitologica creatura.

La chitarra si lancia in suoni che sembrano quasi urla, poi un arpeggiato a metà del brano, una riflessione quasi, che ci riporta alla ricerca di un qualcosa, un miraggio, una leggenda. Il rullante riprende la sua marcia, i fucili sono in posizione sul ponte, il mozzo ha avvistato qualcosa, ci apprestiamo alla battaglia. Ed ecco che la chitarra riemerge, ancora più cattiva, per il secondo mitico confronto tra uomo e leggenda. 

Hope in the Storm. Un bellissimo gioco tra arpeggiati di basso elettrico, chitarra synth e accordi di immensa delicatezza.

Siamo in sottocoperta, fuori imperversa la tempesta. Sentiamo il legno del Veliero scricchiolare sotto le sferzate del gelido vento, i lampi irrompono con il loro boato, ma tutto rimane quasi lontano da noi.

Mentre la nave oscilla, noi siamo alla nostra scrivania, e con penna d’oca e inchiostro scriviamo una lettera alla nostra amata, rischiarati dalla luce di una debole e oscillante lanterna. La nostra mente è lontana da tutto questo, siamo nei ricordi. L’intensità del brano aumenta e noi ci immergiamo nei pensieri di speranza. La nostra avventura non può terminare qui, abbiamo qualcuno che ci aspetta a casa. Dobbiamo tornare.

Interlude. Così come il nome del brano, questo potrebbe essere un tramite verso ciò che ci aspetta. Nella mia mente vedo un momento di stasi durante il viaggio. Interessanti effetti sonori si succedono uno dopo l’altro, riempiendo l’aria. Forse stiamo cercando qualcosa che ancora non abbiamo trovato. Tra le onde senza fine, buttiamo in mare i corpi dei marinai. Loro non ce l’hanno fatta, ma noi si.

Edinburgh of the Seven Seas. Una calda armonia, accompagnata da un basso e una batteria suonati con ritmo e grazia, ci accompagnano lungo questo quinto brano. Siamo arrivato al porto, vediamo la città con i suoi comignoli sbuffanti, e i carri trainati dai cavalli carichi di spezie e merci che attendono di essere trasportate lungo il vasto mare.

Ci immergiamo nella città, nei sobborghi, ascoltiamo i vecchi marinai mentre narrano di epiche battaglie, mentre ricordano a tutti di quella volta che la grande balena bianca distrusse la nave e uccise tutti.

Anche qui assistiamo ad un giustissimo aumento di intensità, con un assolo di chitarra che prende parola per raccontarci qualcosa di cui nessuno più ha ricordo, un suono che pare voce, un pianto. Note di piano accentuano la malinconia di questo brano, portandolo verso la sua fine.

Deep Blue. Dopo una vita passata solcando i sette mari, ci pare di aver percorso soltanto un’infinitesima parte di questo sconfinato mare. La chitarra, proseguendo la malinconia del precedente brano, ci introduce all’ultimo brano di quest’album.

E partiamo, immergiamoci ancora una volta in questa trama sonora così piacevole e ben fatta.

Ci lasciamo trasportare dalle ritmiche di basso e batteria, mentre solchiamo le onde di un mare languido, dolce e calmo seppure inquietante. e misterioso. Cosa c’è laggiù nell’oscurità? I nostri antenati ci hanno lasciato in eredità leggende e miti, parole e canti che non hanno più un volto ormai…ma se in qualche modo fosse vero? Se quelle leggende avessero un’origine, se in questo momento qualche gigantesca creatura stesse ancora animando i fondali sconfinati dell’oceano sotto di noi?

È questo il quesito con cui i Northway decidono di chiudere il loro capolavoro, narrandoci storie, leggende, canti e poemi con un epilogo degno di questo viaggio leggendario.

Chitarre sognanti viaggiano a ritmo di batteria, mentre il basso vola alto dando la vibrazione adatta per un momento cosi solenne.

E così si chiude quest’album, che. ci ha regalato emozioni che vanno aldilà delle parole. Bravi Northway, cosa ci racconterete nel prossimo album? aspettiamo con ansia e curiosità il vostro prossimo lavoro.

Voto: 9

Line-up:

Antonio Tolomeo (chitarra)

Luca Laboccetta (chitarra)

Matteo Locatelli (basso)

Andrea Rodari (batteria)

LINK:

https://www.facebook.com/northwaytheband

 

Paul – Postrock.it

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IL SILENZIO DELLE VERGINI – FIORI RECISI

IL SILENZIO
DELLE VERGINI
FIORI RECISI
“Il Silenzio delle vergini” sono una meravigliosa scoperta. Con loro ho rivisto memorie, ricordi, gioie e dolori. Tutte quelle emozioni che fanno parte di un viaggio obbligato per tutti noi, la vita. Può lunga o più corta, non ha importanza, conta come viene vissuta.

“Non ho più paura” apre con un arpeggio ed un dialogo. Ci figuriamoci già un campo – contro campo davanti agli occhi, come se fossimo al cinema. La voce acconsente ad un ipotetico rapporto di non fedeltà da parte della donna, e lì il ritmo prende vita nell’arpeggio iniziale, una voce femminile, angelica, appoggia il tema melodioso, venature pop che rendono il tutto estremamente orecchiabile. La voce over rientra in campo, una dichiarazione d’amore che lascia in qualche modo presagire un finale tragico, come un melodramma amoroso degli anni 30 sugli schermi di Hollywood.

“Cuore di farfalla” entra in gioco con una chitarra distorta, si sente il passaggio delle dita sul manico. Questo è un altro film, un altro dialogo. La vena romantica si percepisce già dalla seconda canzone. Un arpeggiatore evidenzia il ritmo, le voci lontane, come degli eco dall’aldilà, lasciano spazio ad un mormorio di sottofondo, un vociare caotico che ci fa tendere le orecchie con insistenza. 

Questo brano ci riporta nel passato, nelle antiche memorie di un’infanzia. Il ricordo, la memoria, la fuga… ricorrenti temi nel settore avanguardistico. 

Siamo pronti a farci trasportare da ogni emozione, da ogni singola nota.
“Mental Code” sembra spezzare lo stile romantico dei primi due brani. Dopo il ricordo, dopo le memorie, il tema ricorrente in ogni film d’avanguardia che si rispetti è quello della fuga. E l’impatto sonoro è proprio quello, una corsa inesorabile, echi e cori si mescolano in un assaggio caotico ma anche conflittuale. 

Ancoraggio alla tradizione, alle memorie, ed allo stesso tempo la voglia di esplorare. Sonorità più scure, non propriamente espressioniste ma di sapore comunque nordeuropeo.

“Radici di Paradiso” utilizza nel titolo un altro termine che sostituisce la “tradizione”, ossia le radici. “Amore o morte”. “Voglio amare o morte”. La voce di Mathilda del film Leòn ci dona la conferma che pensare ad un film non è probabilmente così soggettivo. Nuovamente le coralità femminili portano la mente in un vero e proprio aldilà, Paradiso o Inferno non ci è dato saperlo finchè siamo in vita. Il tratto nostalgico dei synth ed arpeggiatori sono un ritorno alla vena romantica del principio. Un amore folle, forse distorto, forse destinato a finire male. Del resto, nel realismo poetico nella Francia degli anni 30, ci si dedicava ad amori idealizzati. 

Non importa cosa o chi, basta amare, mettendoci tutta l’anima.

“Necessità” riprende un po’ le ritmiche sensoriali di “Mental Code”, genera la forte incertezza in un ambiente romantico, rimanendo comunque molto orecchiabili, perfetti per accompagnare un video, una ripresa, un film. Ritorna, a sensazione, il tema della fuga, aggravato dai cori lontani, fuori campo, tratto oramai distintivo dell’album. Ripetitivo, incalzante, il ritmo ed il riff principale rimangono nella mente portando alla paranoia.

Cupo l’inizio di “Cenere”, suoni elettronici integrati con abilità indiscussa. Ashes to ashes and dust to dust, direbbero i Candlemass. La drammatica poesia di Edgar Lee Masters viene recitata come unico testo che possiamo riconoscere come tale in tutto l’album, fuori dai dialoghi iniziali. Non c’è risposta, è un soliloquio, sentito. Emozionante, una dote attoriale che enfatizza il messaggio, arrivato dritto al cuore.

“Gambino” mantiene per tutto il brano una certa sensazione di velata inquietudine, anche questa può far parte di un panorama romantico. La scelta dei suoni, l’accostamento ritmico, ricorda vagamente una citazione dubstep/elettronica, una sperimentazione elettronica che trasmette una sensazione ansiogena.

“Fiori recisi” è il monologo di una notizia di cronaca nei panni della vittima, la musica accompagna lo sfogo di lei, bullizzata dopo essere stata ripresa con un cellulare mentre dei ragazzi fingono di avere un rapporto sessuale con lei. “Come si può essere così cattivi” dice la sua voce, se lo domanda diverse volte, poi la musica parte incalzante. Sì, si può essere così cattivi, si può essere anche più cattivi. Purtroppo.

E la sua voce si confonde con suoni e rumori, interferenze… poi il silenzio. Si può essere così cattivi.

Ultimo brano dell’album è “Il treno dei desideri”. Il pianoforte che fa il suo ingresso ad inizio brano ci lascia subito con l’amaro in bocca: sensazione di nostalgia, di malinconia, di ritorno a casa dopo la fuga, forse? Il treno non è forse l’immagine tipica del fuggire?

Il treno trasporta sogni, speranze. Giovinezza, voglia di scoprire… un nuovo viaggio sta arrivando. 

E noi siamo pronti per partire, senza dimenticare quelle che sono le nostre tradizioni, le nostre radici, le nostre memorie…?

“Il Silenzio delle vergini” sono una meravigliosa scoperta. Con loro ho rivisto memorie, ricordi, gioie e dolori. Tutte quelle emozioni che fanno parte di un viaggio obbligato per tutti noi, la vita. Può lunga o più corta, non ha importanza, conta come viene vissuta.

E sono ancora su questo treno, adesso. E non ho nessuna voglia di scendere.

 

J. – Postrock

 

VOTO: 9,5

CONTATTI:
https://www.facebook.com/ilsilenziodellevergini/

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Nova sui prati notturni – Nova sui prati notturni

Nova sui prati
notturni
Nova sui prati notturni
Nova sui prati notturni – questo il titolo dell’album, un viaggio attraverso suoni, parole ed emozioni, in quello che sicuramente è uno dei più bei dischi postrock italiani di questo 2020.

Siamo in dirittura d’arrivo, verso la fine di quest’anno tremendo che molti di noi sperano di dimenticare presto. Ci sono state ben poche cose positive di quest’anno che voglio ricordare, e sicuramente una di queste è l’album Nova sui prati notturni.

Giulio Pastorello: chitarre, voce, testi (ma anche registrazione e missaggio). Gianfranco Trappolin: percussioni (ma anche realizzazione copertina e blog). Massimo Fontana: chitarra elettrica, voce, testi. Federica Gonzato (basso, pianoforte, testi, voce). 

Questa la formazione dei nostri Argonauti che si adoperano in questo viaggio sonoro, denso di immagini, ricordi e vibrazioni.

Quest’album mi ha colpito subito per la maturità sonora che questa band ha saputo racchiudere in sole dieci canzoni.

Una Notte. L’album inizia placidamente, e subito veniamo accolti da un basso caldo e morbido che ci avvolge con la sua placida malinconia. La chitarra batte leggera dei piccoli rintocchi che scandiscono e accompagnano le percussioni. In questa canzone non ci sono protagonisti, o forse lo sono tutti. Questi sono i paradossi che i Nova sui prati notturni riescono a creare con la loro musica magica.

Parole scandite con ordine, chiare seppur così nebulose, si perdono in immagini di attrazione e tradimento… noi seguiamo il susseguirsi di queste diapositive, di questi ricordi senza nome.

Dal deserto. Si respira una psichedelia quasi Doorsiana, La batteria dirige fin da subito la direzione della canzone, scandendone le parole e regalandoci una dolce atmosfera psichedelica. La chitarra leggermente distorta si disperde nell’oceano delle immagini che questa canzone suscita nell’ascoltatore.

Mi lascio travolgere, mi sento inerme, ascolto e chiudo gli occhi, respiro le parole di questa canzone, immagino di sdraiarmi in riva al mare, mi lascio accarezzare dalle onde.

Studio e Famiglia. Un sussurato gioco di strumenti che si accompagnano a vicenda, producendo un tessuto che si autoalimenta. Inizio e fine corrono sulla stessa sottile linea.

Nervi e sangue. Una favola nordica raccontata in calde parole di poesia, in un’atmosfera a dir poco sognante. Chitarre morbide e quasi luccicanti, effetti ambient interessanti. A coronare questa canzone, delle percussioni suonate magistralmente rendono questa piccola traccia qualcosa di più di una semplice canzone.

A casa. Il tono cambia radicalmente, al suono caldo e decisamente coeso dell’album si aggiunge un dialogo più dinamico, un passo più ritmato. Parole se vogliamo più forti queste, che invitano a riflettere.

Chiudo gli occhi e vedo un padre che tenta di salvare una figlia dalla depressione, o un marito che con cura trasmette parole alla propria moglie per alleviare le sue sofferenze e le sue malinconie.

La chitarra emerge durante il pezzo con un suono leggermente distorto, ad intesificare un testo che già di per sè lascia il suo segno.

Oggi 2020. Un sogno o realtà? La voce narrante ci descrive immagini che sembrano avere contorni sfumati, lampi di luce che si trasformano in colori e suoni. Un rullante cavalcante scandisce il susseguirsi di queste immagini così vive da sembrare un sogno lucido. Gente, fiori, dialoghi e simbolismo.

Stella. Il titolo fa parte del significato intrinseco di questo brano, da assaporare nei suoni e nelle parole. Cos’è una stella, se non un punto luminoso unico seppur unito nella volta celeste? E così ci sono molte persone che non capiscono la propria unicità e quella degli altri, e proviamo dolore. Ecco che in questo brano fa capolino una chitarra acustica, e ci sembra quasi di ascoltare questo brano in riva al mare, in una notte qualunque di questo inverno senza tempo.

Guardiamo il cielo, limpido e stellato, e comprendiamo, sentiamo che molte persone non hanno occhi per vedere.

Nokinà. Straziante e potente brano che segna una profonda cicatrice nella storia umana. Un termine coniato a ricordo della tragedia degli ebrei e dei campi di concentramento. Le mamme camminano verso le camere a gas, con i propri bambini in braccio, sussurrando “ninàa, ninàa”. Non si può rimanere impassibili di fronte a questo brano, non si può fare a meno di vedersi proiettati in questa orribile scena, con tutta la sua malvagia intensità.

Vedo queste madri, con passo lento e inesorabile, che camminano verso la morte, raccogliendo ogni piccola parte del proprio coraggio per dare sicurezza, con un piccolo canto, ai propri figli, e preservare la loro ingenuità.

Voci che si susseguono, si disperdono, un bambino che muore sentendo la voce della propria madre cantare verso l’infinito, respirando il gas micidiale, chiudendo gli occhi per l’ultima volta.

AmT. Siamo agli albori della tecnologia. Questa storia ci racconta un sogno, il sogno dell’uomo che vuol farsi macchina, e si lancia così nel viaggio alla scoperta delle proprie potenzialità. Invenzioni, composti chimici, microcompuetr, transistor, algoritmi matematici, numeri, note, tutto si forma come su una lavagna di un’aula universitaria. Un misterioso professore, con barba e capelli bianchi, traccia con il proprio gesso delle linee e ci preannuncia il futuro dell’umanità. E noi assistiamo, eccitati alla visione di quello che ci aspetta. Vediamo tutto da un punto di vista più ampio. Capiamo come ogni cosa ha il suo senso. i suoni dei piatti si dispersono a formare un danzante rumore di fondo che ci ricorda quasi il rumore bianco della radio, e chiudendo gli occhi ancora una volta, rivediamo immagini e volti di uomini alla spericolata scoperta della tecnologia, con coraggio e una piccola dose di follia.

Il Mantello. Conosco questo racconto di Buzzati e ne sono molto affezionato, e quindi non posso che rimanere estasiato dalla splendida messa in musica di questo racconto, tra i più belli forse di tutta la carriera del grande scrittore esistenzialista italiano. Un uomo torna a casa dopo la guerra. Rimane a casa per poco, non toglie mai il mantello, ci lascia capire che quello non è altro che il fantasma dell’uomo, giunto per dare un ultimo saluto ai propri cari.

I Nova sui Prati Notturni sono un passo obbligato per tutti gli amanti della musica Post Rock. Aspetto con molta curiosità i loro prossimi lavori, e spero di vederli presto live, una volta che tutta questa dannata Pandemia sarà passata.

VOTO: 9

LINK:

https://novasuipratinottur.wixsite.com/nspn

FACEBOOK:

https://www.facebook.com/novasuipratinotturni

Etichetta: Dischi Obliqui

 

 

 

Paul – Postrock.it

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BJ JAZZ GAG – SOMESTRING ELSE!

BJ JAZZ GAG

SOMESTRING ELSE!
Somestring Else! dei BJ Jazz Gag è un album d’avanguardia, un album concepito da pionieri del suono, che si lanciano alla ricerca dei confini della musica.
18-19 Maggio 2019. Il mondo vive tranquillo e ignaro di quello che da lì poco li sarebbe successo.

Non c’era pandemia, COVID era una parola ancora semi-sconosciuta ai più. Da qualche parte in Italia, 3 ragazzi entravano in sala registrazioni per dare vita a un esperimento unico nel proprio genere. Cercare i confini della musica.

All’epoca dei terrapiattisti, dei negazionisti, dei complottisti, pensavo di averne sentite davvero di tutti i colori. Ma oggi sono certo di aver scoperto un’altro genere di pazzia.

Questi 3 ragazzi sostengono che la musica non abbia limite. La musica quindi sarebbe infinita? Loro sostengono di si. È così che Biagio Marino, Luca Bernard e Massimiliano Furia decidono di provarlo in prima persona, perché non ci bastano le teorie. 

Sanno che sarà un viaggio suicida. Sanno che potrebbero non tornare. Ed è così che indossano le loro tute spaziali, inseriscono i jack negli amplificatori e si lanciano nel vuoto cosmico sonoro per scoprire con le loro stesse orecchie se questa è verità o pazzia.

Somestring Else! Si lancia in un viaggio epico alla scoperta di nuovi suoni, nuove accordature, temi fuori da ogni schema, calde melodie e intricati passaggi, alla ricerca di una risposta ad una sola domanda: la musica può avere limite? 

La loro risposta è no. Ce lo dimostrano con un album denso di tessuti sonori e dal sapore Jazz. Non fatevi ingannare dal Nome della Band, perchè qui troverete molto più che del “semplice” Jazz.

Solitamente mi piace recensire parlando delle canzoni, descrivendone i passaggi, ma in questo caso voglio uscire anch’io dagli schemi e descrivere quello che questa band mi ha trasmesso.

Ho assaporato il gusto per la melodia, in un contesto in cui la melodia non è protagonista. Le chitarre suonate divinamente da Biagio Marino ci disegnano una trama sonora che è qualcosa di più di un semplice album. Il Double Bass di Luca Bernard ci scalda l’anima, creando quel tappeto su cui si arrampica maestralmente Massimiliano Furia con le sue vertiginose percussioni.

È uno scenario, un film, una sceneggiatura, un qualcosa che prende forma davanti a noi e si muove con noi.

Sono 5 canzoni, ma vorrei che fossero di più. Questi tre ragazzi hanno un incredibile Feeling e ce lo raccontano nota per nota, mischiando sapientemente ed in modo quasi alchemico percussioni, tonalità calde e accordi per regalarci un mondo di suoni.

Qualcuno potrebbe storcere il naso, potrebbero dire “Hey, questo non è postrock” ma io me ne infischio dei puristi. D’altronde, come si fa ad essere puristi di un genere nato per uscire fuori da ogni schema, come il postrock?

Voto: 8,5

Line-up:

Biagio Marino – Guitar

Luca Bernard – Double Bass

Massimiliano Furia – Drums

LINK:

niafunken

Paul – Postrock.it

Categorie
Post Rock Recensioni Singoli

Australasia – Mercurio • Argento

Australasia

Mercurio/Argento
Mercurio/Argento è un singolo che ci immerge in un recondito scenario dark senza uscita. 
I suoni volutamente gracchianti, a tratti sporchi, rendono percettibile la pesantezza di un losco ignoto. I suoni vintage si sposano alla perfezione con lo stile, le cupe atmosfere.

“Mercurio” è ambient tetro, distorto. Evoca temi impalpabili, misteriosi. A tratti alieni nell’ultimo minuto.

Sei minuti di attesa costante che non raggiunge un apice e ci lascia volutamente ansiosi di ascoltare in seguito.

Ci invita “Argento” ad entrare in un regno di attrazioni visive dove, con timore, facciamo il nostro ingresso in punta di piedi. Architetture vertiginose, incombono specchi su di noi, percepiamo mille e più sfaccettature nel campo uditivo e visivo. Non arriva l’apice dell’esplosione sonora, ma è un bene. Non è richiesta, avrebbe rovinato l’atmosfera, avrebbe rovinato lo stridio alieno ed allo stesso tempo primordiale che ci accompagna durante tutto l’ascolto.

La realtà diventa solo una mera percezione illusoria per l’ascoltatore. Gli Australasia prendono questa illusione, la deformano e la rielaborano attraverso un’interiorità fatta musica.

LINK:

https://www.facebook.com/australasiamusic

 

J. Postrock