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You Nothing – Lonely/Lovely

You Nothing

Lonely/Lovely

 
You Nothing – Lonely/Lovely. Il progetto You Nothing da Verona fa il suo delizioso esordio sulla scena indipendente, con un disco carico d’emozione e di sonorità ricercate.

Il quartetto molto giovane spazia il suo sound in composizioni fresche e delicate che oscillano tra lo shoegaze, per poi passare a passaggi malinconici vicini al dream pop e riff taglienti verso il post punk d’avanguardia. Ritagliando un grande impatto sulla scena underground del momento.

Nel loro mondo sospeso le tematiche affrontate sono molto estese, per un viaggio alla scoperta di paesaggi nuovi e nascosti che toccano esperienze personali.

Soprattutto evocate dalla cantante Gioia nel suo percorso interessante come musicista. Il disco che ne viene fuori dal titolo Lonely/Lovely prodotto per tre diverse etichette di spessore (Floppy Dischi,Non ti Seguo Records e Dotto). Sposta gli equilibri in qualcosa di maturo e di grande fattura, nei primi singoli “Waves”,”Reflectie” e “Gazers” ascoltiamo da subito le ottime intenzioni della band con idee molto chiare. Il risultato è una perla da tenere d’occhio godibile e originale.

Ma andiamo in ordine con l’apertura veloce e spedita di “Identity”. Il riff portante della chitarra sprigiona una carica invidiabile e si incastra alla linea vocale incantevole. Un brano energico in perfetto stile indie/post punk che sul bridge finale esplode con un tiro corposo fino alla chiusura preziosa. Segue uno dei primi singoli “Reflectie” e il suo timbro sensibile che si culla dolcemente sull’arpeggio meticoloso per poi prendere il giusto ritmo su arcobaleni infiniti di un cielo stellato, verso il passaggio finale si accelera di poco la struttura.

Con l’altro singolo incandescente “Waves” si torna in modo impeccabile sulle sonorità sporche e taglienti, seguendo sempre la giusta atmosfera leggera e spensierata.

Qui il testo scorre in maniera perfetta come a voler raccontare giornate vissute sulle onde del passato. Proseguiamo il percorso per immergerci nell’adrenalina di “H.Y.E” e il basso ipnotico che con la sua distorsione macchinosa  ci porta alle influenze di band devastanti come Buzzcocks e i recenti Fontaines DC. Il brano si innalza nell’aria in modo eccellente, per un vortice di vibrazioni incredibili.

Su “Sonder” invece ci avviciniamo a sonorità più new wave con la qualità vocale sempre all’altezza, per un ambiente che si fa sempre più caldo tendendo al pop classico. Il ritornello orecchiabile si immerge nei cambi sfrenati della fase ritmica fino a chiudersi nel silenzio. La carica danzante torna in modo deciso sul riff ruvido di “Problems” per una traccia semplice con uno studio approfondito nei vari cambi che si agitano all’interno di una festa rumorosa. Verso la chiusura ci soffermiamo sulla drum machine interessante di “Closer” qui il paradiso sognante della band si abbandona nel paesaggio incantato su uno stile anni 80 da pelle d’oca. Infine chiudiamo con “Gazers” uno degli ultimi singoli incendiari, le chitarre tornano a livelli pazzeschi per spostare lo schema in una composizione stupenda e ben realizzata.

La band You Nothing si presenta al mondo con un disco importante, dove i vari passaggi si colorano d’immenso creando un lavoro nuovo da ascoltare con grande attenzione. Speriamo di vero cuore che tutto questo sia solo l’inizio di una carriera luminosa.

 

VOTO 7

 

 

You Nothing – Lonely/Lovely(2021)

 

– Floppy Dischi,Non ti Seguo Records,Dotto –

 

Mixed and Recorded by Michele Zamboni

 

 

 You Nothing are:

 

Gioia Podestà: vocals

Federico Costanzi: guitars

Giulia Cinquetti: bass

Nicola Poiana: drums

 

 

Link:

https://www.facebook.com/younothingband

 

 

Simone – Postrock.it

 

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Those Noisy 3 – Hard Edge

THoSE NOISY 3

HARD EDGE
Those Noisy 3 – Hard Edge, ci presentano un album diretto, pulito e potente che emerge dalle nostre casse e ci regala momenti di carica e di adrenalina vera
Ci sono momenti in cui sento il bisogno di sentire musica tirata, diretta, senza troppi giri di parole. Con mia grande fortuna, sono arrivati in mio soccorso i Those Noisy 3, con il loro nuovo lavoro dal titolo Hard Edge.

Luca Detto (chitarra) e Giorgio Cuccurugnani (basso), ragazzi con  trent’anni di esperienza alle spalle con altri progetti (con Pizza Coffee ‘n’ Smash TV, Magazzini della Comunicazione, Insil3nzio – per citare alcune delle band che li hanno visti protagonisti) incontrano il giovane talento Stefano Rutolini, batterista con un considerevole curriculum di tournée in Italia ed Europa ed altre collaborazioni occasionali con band dal calibro internazionalmente riconosciuto quali ad esempio Storm{o}, Baphomet’s Blood e Thomas Silver degli Hardcore Superstar.

Come suggerisce già il nome della band, stiamo parlando di un progetto pieno di energia.

“Quei rumorosi 3” se volessimo dirla all’italiana, quasi fossero i protagonisti di uno spaghetti western. Eppure questi ragazzi nascondono dietro ad un nome quasi giocoso una densità sonora degna di nota, che andiamo subito ad esplorare.

1 – The One. Apriamo le danze, e subito si sente l’esigenza di muoversi, di seguire il riff psichedelico di chitarra, a cui subito segue un denso ritmo di percussioni. Il brano è ipnotico, ammaliante, poi dopo 40 secondi si entra nel vivo del brano. Si sentono urla, sembra di assistere ad un live. L’energia è altissima. Il basso spicca, è un power trio e sanno sfruttare ogni sfaccettatura di questa formazione. La batteria è intensa, sincera, originale.

2 – Gold Finger. Il brano inizia con delle martellate, il suono sembra voler tirare giù lo stereo. Il gioco altalenante di Forte/Piano qui è la carta vincente, che ti fa gustare ancora di più il momento di esplosione sonora che segue, soprattutto sul finire, dove il gioco ritmico esprime il suo momento migliore.

3 – Bantu. Il gruppo non molla il pedale dell’acceleratore. C’è qualche secondo di preparazione, sentiamo crescere l’intensità, sentiamo che si stanno preparando. E infatti eccolo, il riffazzo potente che esplode ancora più potente.

Il basso qui si presenta a tratti sporco, un bellissimo suono che ci ricorda un pò le band Grunge/Hard Rock degli anni ’80/’90. Nel complesso un gran bel pezzo.

4 – Listen Repeat. Proprio come il titolo, questo brano non si vorrebbe mai smettere di ascoltarlo. Il nostro giovane batterista si lancia in una dimostrazione di quelle che sono solo alcune delle sue grandi capacità, come il cambio di dinamica, di intensità, le elaborate ricerche ritmiche, le esplosioni nei punti giusti. Tutto va nella direzione giusta, noi ascoltiamo e muoviamo la testa con convinzione.

5 – Blast. Un pezzo che rivela tutta la sua intensità in solo due minuti. Potente, psichedelico, quasi mantrico. La chitarra qui è importantissima, dirige gli altri due strumenti parlando, urlando, gemendo, tirando fuori tutto. Sembra voler vomitare note, una dopo l’altra.

Questi tre ragazzi proprio non ne vogliono sapere di stare in silenzio, e devono urlare tutto quello che hanno dentro. Questo brano ne è la prova. Davvero molto bello il cambio di tempo sul finire della canzone.

6 – Drop. I ragazzi si fermano, respirano, e ci dimostrano di saper spiccare anche nelle sonorità più riflessive. Il basso tiene alta la tensione, ma il suono morbido di chitarra ci fa sognare, rendendo il tutto più introspettivo. Ma è solo un momento, un battito di ciglia, e poi eccoli li, di nuovo sulla cresta dell’onda, sul muro sonoro, senza alcuna intenzione di scendere anche solo di 1 decibel.

7 – Holy. Un gioco interessante di effetti sonori applicati ad un brano che dimostra e riconferma ancora una volta la bravura e l’originalità di questi ragazzi che oltre a “spaccare” sanno fare lo cose in un certo modo. Le ritmiche anche qui non sono mai scontate, le armonie di chitarra si distinguono, i suoni sono grezzi, ma anche definiti, il basso riveste un’importanza fondamentale nella trasmissione del messaggio all’ascoltatore, e riempie l’aria di sonorità che scaldano l’aria e ci fanno venire un’immensa voglia di concerti dal vivo.

8 – Duke. Qui si cavalca. The 3 Horsemen li potremmo chiamare. Ce li immaginiamo a cavallo, come 3 cowboys, all’inseguimento dei pellerossa come nei film di Hollywood. Un’attimo di calma, forse un appostamento prima del combattimento, e infatti eccoli che si lanciano all’attacco, sfoderando le loro armi.

Un interessante dialogo di chitarra ci porta a metà brano, poi si ferma tutto… un’attimo di suspence. Ma è solo un’attimo, non fatevi fregare. Eccoli che tornano a cavalcare, verso la metà, verso la chiusura del brano.

9 – Vicious Circle. Torniamo a parlare di psichedelia, sentiamo dei suoni sperimentali, il basso si lancia in campi non ancora esplorati, dimostrando una grandezza e una bravura artistica non indifferenti. La maturità è notevole, e si fa sentire anche nei più piccoli accorgimenti. Il power trio sa essere diretto, sincero, ma anche attento ai particolari, creando qualcosa di potente ma al contempo originale.

10 – Itch. Siamo alla fine di questo lavoro, ma i ragazzi decidono di darci il colpo finale. Questo brano eccelle per complessità ritmica. La batteria è solo una parte di un gruppo fatto di Groove e interessanti giri armonici. In questo brano apprezziamo particolarmente la scelta di fondere la dinamica con l’armonia, la chitarra spesso porta avanti il brano quasi fosse uno strumento ritmico. Il basso frigge, è cattivo, è potente.

Nel complesso davvero un ottimo progetto, che ci auguriamo di sentire al più presto con un nuovo lavoro. Vi aspettiamo ancora ragazzi, sempre caldi e potenti!

VOTO: 7,5

 

BAND:

Luca Detto (chitarra)

Giorgio Cuccurugnani (basso)

Stefano Rutolini (batteria)

 

ETICHETTA:

Anger Music Ltd.

 

LINK:

https://www.facebook.com/thosenoisy3/

 

Paul – Postrock.it

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Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never wake up

Vibes Speak Volumes

Open your eyes Never wake up
Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

Il progetto Vibes Speak Volumes è un interessante duo strumentale, nato a Perugia nel 2018 formato da Tommaso Angelini e Gennaro Accardo. Durante il primo periodo di attività si concetrano sullo studio approfondito dei primi brani, che danno luce al primo Ep di debutto Open your eyes Never Wake Up un lavoro discografico eccellente, carico di emozioni infinite e vibrazioni notevoli. Il paradiso sperimentale e personale che viene fuori in questa piccola opera, lascia un segno indelebile per palati sopraffini e per un ascolto godibile che ti entra nel cuore. I due musicisti spaziano le loro sonorità oltre nuovi orizzonti, fino a toccare corde sensibili per un risultato ottimo e ben suonato.

L’artwork viene curato da due illustratori visionari David Ferracci e Manuel Negozio, mentre la produzione in fase di registrazione viene affidata a Marco Sensi, che collabora anche con il synth all’interno del disco.

Il tutto nel formidabile studio Piccio’s House di Assisi. Per rendere ancora più interessante il suono in fase di studio si inserisce una fase ritmica del basso diretto da Claudio Torroni.

Veniamo allo studio magnetico di questo lavoro con l’apertura di “Who Am I” dove arcobaleni colorati si incontrano con il loop temporale, per una magia incredibile da brividi. L’arpeggio delicato in perfetto stile post rock, si incastra alla batteria che esplode su un tappeto sonoro stupendo. Sembra di ascoltare un brano della band americana This Will Destroy You, soprattutto per lo studio attento del delay che aumenta il suo spessore. Segue il sensibile ingresso di “So Close So Far” che a piccoli passi prende vita su un paesaggio innevato, come un ricordo dolce e importante che arriva da molto lontano.

Il bridge centrale è un passaggio preciso che si chiude con distorsioni di spessore. Nel brano “Where Am I” invece si innalza uno stormo luccicante di sonorità, impreziosito dal synth che porta un tempo deciso, con la chitarra sognante la traccia prosegue il suo cammino nel tiro carico di bellezza e il pianoforte completa l’opera fino alla carica energica del finale.

“Rebellion” è una delle composizioni più belle, con il suo riff graffiante iniziale da pelle d’oca che culla dolcemente la sezione ritmica del basso su un vortice ipnotico e la qualità enorme del chitarrista, che qui si cimenta anche su passaggi vicini al post metal. Il brano ad ogni cambio cresce d’intensità per una suite stupenda. Chiudiamo questo piccolo lavoro con “Am I Living” dalla durata lunga che non annoia il suo ascolto, spingendo le sonorità in qualcosa di maturo che tocca nel profondo. La cavalcata ritmata si unisce alle melodie meticolose dell’ambiente caldo che si sveglia da un brutto incubo, fino a spegnersi nei rumori di fondo.

Un disco da tenere d’occhio per un genere di nicchia non sempre facile da capire, i ragazzi di Perugia mettono su un grande insieme di ricordi con una precisione superiore avvolti da una bellezza senza precedenti.

VOTO 7

Vibes Speak Volumes – Open your eyes Never Wake Up(2018)

– Autoprodotto –

Mixed and Recorded by Marco Sensi at Piccio’s House (2018)

Vibes Speak Volumes are:

Tommaso Angelini: guitars

Claudio Torroni: bassist

Gennaro Accardo: drums

Marco Sensi: Synth

Artwork by David Ferracci and Manuel Negozio.
Graphics by David Ferracci

LINK:

https://www.facebook.com/vibespeakvolumes

 

Simone – Postrock.it

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CERNICHOV – The Mold Legacy

CERNICHOV

The Mold Legacy
Un duo ambient/noise che ci catapulta in un mondo dominato dalla natura. Un mondo in cui le regole sono capovolte, e l’umanità e soltanto una piccola variabile in un universo fatto di energia e metamorfosi

Immaginate per un attimo di poter vivere le emozioni di un fungo.

No, davvero.

Se vi siete mai chiesto come ragionano gli organismi pluricellulari chiamati funghi (la cosiddetta Muffa) questo è un lavoro molto intricato che andrà probabilmente a fare luce sul vostro quesito. 

I Chernichoy sono un duo noise/ambient italo-belga che immediatamente ci catapultano in una Foresta nera, dove ogni piccolo rumore tra le sonorità oscure ci fa sobbalzare. Fin quando il rumore non diventa costante, inquietante ma allo stesso tempo chiaro e nitido, perfettamente in linea con la sua dimensione. 

Megaverse ci introduce in questa atmosfera sopra descritta che si conferma subito dopo con  The House of Ash Tree Lane. ll ronzio che prima era un rumore di sottofondo in una foresta, ora diventa una costante che prevale su ogni altro suono, attirando così la centralità della nostra attenzione. Solo verso il quinto minuto della seconda traccia, sentiamo come un battito d’ali che distoglie l’attenzione dalla centralità precedente, il suono diventa unico e prolungato fino all’esaurimento dello stesso. 

The Logic in Constructivism ha un qualcosa di vagamente ancestrale, antico, tribale all’interno delle sue sonorità. Sarà l’ombra latente di una lontana percussione, saranno i suoni dinamici che puntano ad un climax ascendente e discendente. 

Con Petris Fractals ci sembra per qualche secondo di essere in un nuovo mondo, forse un bosco invece che una foresta oscura, almeno all’inizio. Ci ritroviamo in questo habitat del tutto naturalistico e ci interroghiamo se noi esseri umani possiamo avere anche solo lontanamente merito di rimanere lì dove siamo. L’atmosfera più inquietante di prima sembra essere scomparsa, nonostante rimanga decisa l’impronta noise del duo. Tutto questo permane fino al graduale arrivo di un’oscurità incombente, intorno al terzo minuto del brano. Ritorna la pace con la pioggia solo nel finale, quando la tempesta è in procinto di finire. 

Un andamento molto simile lo ritroviamo anche nella successiva traccia, terminando poi sull’ultima fiabesca “Once Upon a Time in  Cybertron”. Le sonorità iniziali sono proprio il sussurro di un’entità superiore, forse come Madre Natura, pronta a lasciare spazio alle sue magie. Un racconto infinito che merita di iniziare con “c’era una volta” dallo stampo più macabro e dalla chiusura secca e inaspettata, se non ci fosse stato un eco di rinforzo alla fine. 

L’album è consigliato a tutti gli ascoltatori di noise, ambient, a tutti coloro che amano le sonorità scure più che altro evocative, emozionali. I sensi fanno da comandanti durante tutto il percorso sonoro. Spegnete la ragione.

VOTO: 8

Release Date: January 11, 2021

Recorded by Marco Mazzucchelli and David Gutman between December 2013 and April 2019.

Produced and Mixed by David Gutman.

Mastered by Anacleto Vitolo.

Photographies by Marco Mazzucchelli and David Gutman.

Artwork by Marco Mazzucchelli.

LINK:

https://dornwald-records.com/

https://www.facebook.com/Cernichov

J. – Postrock.it

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Marco Zanelli – The Great Concert in R’Lyeh

MARCO ZANELLI

The Great Concert in R’Lyeh
L’artista carismatico Marco Zanelli ci delizia le orecchie, con questa nuova perla “The Great Concert of R’Lyeh” registrato allo Stereonomicon Studio Mobile in tutto l’arco dello scorso anno. Le sonorità e i passaggi distopici che prendono piede in questo lavoro, sono largamente ispirati a opere letterarie di Howard Phillips Lovecraft, le grafiche sono curate dal visionario illustratore Filippo Zanelli.

Il disco viene fuori sotto forma di concept, per narrare al meglio i viaggi distorti e psichedelici con una gran parte di elettronica d’avanguardia utilizzata, il risultato è incredibile per un ascolto complesso e non facile da apprendere.

Il primo brano di apertura è un vortice infinito di effetti che si abbatte su tutta la durata in modo instabile e dissonante, per un nucleo notevole da non perdere.

Segue il mondo lunare e granitico delle due tracce successive che si agitano come una sfera incandescente senza freni. Solo nel quarto brano, il tempo martellante del synth apre il suo percorso in qualcosa di spaziale e misterioso.

Il quinto brano si lancia nel viaggio unico dell’artista, che si crea un ambiente stellare nella sua testa fino a perdersi nella drum machine sulla parte finale, come l’ingresso silenzioso all’interno di un astronave. Nel brano seguente inizia all’improvviso  una cavalcata estrema, con una sonorità di grande fattura acida e delirante, fino  a toccare il caos più totale per poi spegnersi lentamente. Un posto magico a tratti inquietante invece si materializza nella traccia numero sette, su uno stile tipo videogioco a 8 bit dal gusto sonoro unico.

Prima di chiudere ci soffermiamo sulla penultima composizione, che con il suo tiro leggero prende il sopravvento con grande sicurezza, per uno studio tecnico e innovativo in fase di registrazione. La chiusura geniale molto lunga incastra tutta la cultura musicale di Marco in modo impeccabile, per un racconto senza precedenti.

Un disco di musica elettronica, ben studiato e strutturato con un attenzione maniacale e fuori dagli schemi.

 

VOTO: 6

 

Marco Zanelli – The Great Concert in R’Lyeh(2021)

– Autoprodotto –

Mixed and Recorded at Stereonomicon Studio Mobile (2020)

 

Simone – Postrock.it

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Ulysse – Ulysse

ULYSSE

ULYSSE
Il progetto Ulysse fa il suo esordio ufficiale con questo album omonimo molto interessante. Prodotto per tre etichette diverse e di spessore, come la label abruzzese DeAmbula Records, gli emiliani We Work Records e il collettivo Vasto Records da Palermo.

Il suo insieme vede sonorità differenti, che puntano su un unico obiettivo pazzesco. I paesaggi visionari che prendono vita al suo interno, sono una chicca da non perdere. Nel sound troviamo molte contaminazioni per un attitudine alternative rock, con tante sfumature post rock. I testi sono in italiano e trattano tematiche delicate e personali, con un gusto originale e di grande ispirazione.

La band vede il musicista Mauro Spada, artista di spessore sulla scena pescarese e attualmente bassista degli Oslo Tapes, altro nucleo definitivo con frontman Marco Campitelli.

Insieme a lui collaborano altri musicisti legati da diverse esperienze in progetti storici per tutta la città, infatti andiamo dalle sonorità acide dei Santo Niente, per passare allo stoner degli Zippo fino a progetti più di nicchia come Jester at Work e Managment. Infine la produzione è curata da Sergio Pomante, altro grande musicista di band importanti come (Sudoku Killer e Ulan Bator). Il risultato nelle 8 tracce che compongono questo primo lavoro è davvero eccellente, portando l’ascoltatore in un percorso maturo e rilassante.

L’apertura di Vetro, taglia l’atmosfera su un ricordo indelebile e stupendo. Il basso ruvido si incastra a dovere sulla chitarra spaziale, che si culla in modo incantevole alla linea vocale preziosa, le seconde voci aumentano di valore il brano.

Nel finale il synth è una delizia per le orecchie e completa in modo impeccabile il brano. Stesso tiro incendiario si innalza nella seguente L’Ascesa dei Dementi, dove il synth continua il suo viaggio distorto e carico di noise. La voce qui si mette in risalto con una grande qualità e un testo duro, come una protesta contro i continui problemi di questa vita, sembra di ascoltare un brano del poeta carismatico Giorgio Canali.

HWHAP è una composizione notevole, il basso segue un tempo irregolare stile post rock classico. Nel sottofondo una voce amplificata recita un qualcosa di misterioso e surreale, per una traccia che fa il suo giusto lavoro. Discorso diverso invece troviamo nel riff martellante di Patroclo, che si agita in modo delirante con la batteria diretta e precisa, un brano strumentale da brividi. Nella base electro new wave, si aprono le note di Nel Torbido Scorrere, un’opera suggestiva con una malinconia unica al suo interno, nel finale c’è un piccolo risveglio con una grande energia che ti entra dentro.

Fino al Sangue è uno dei brani migliori di questo disco, per quanto riguarda lo studio in fase di registrazione, le chitarre si lanciano in un vortice incredibile, impreziosite dal mondo sospeso del cantante, anche qui con un testo personale e importante, il bridge finale esplode in tante piccole parti luminose e lunari.

Prima di arrivare alla parte conclusiva ci soffermiamo su L’Alba di Sapporo, un’altro brano sperimentale, avvolto da una cultura orientale di rilievo. La struttura d’impatto non fa una piega sulle emozioni superiori fuori dal tempo, solo nel finale si percepisce una piccola linea vocale, il resto è una grande suite strumentale per palati sopraffini. Chiudiamo con Sontuosa Solitudine, una ballata dolce e silenziosa che porta a ricordi lontani e infiniti. Nella base elettronica di fondo si materializza con decisione, uno sciame stupendo di arcobaleni sognanti, per la giusta chiusura d’altri tempi.

Un disco ben fatto, studiato con il contagocce. Al suo passaggio si notano tutte le qualità enormi di ogni musicista che ne fa parte, per un grande risultato che si abbatte su questo mondo ormai alla deriva e presto lascerà il segno sulla nuova scena underground di oggi.

 

VOTO: 7

Ulysse – Ulysse(2021)

DeAmbula Records – We Work Records – Vasto Records

Mixed and Recorded by Sergio Pomante at NoiseLab (2019)

Ulysse are

Mauro Spada: voices

Gino Russo: drums

Raffaello Zappalorto: bassist

Silvio Spina: guitars

LINK:

https://www.facebook.com/ulysse2021

 

Simone – Postrock.it

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The Twins And The Dark Side – Lethian Ghost

THE TWINS AND
THE DARK SIDE
LETHIAN GHOST
The Twins And The Dark Side – Lethian Ghost. Prendi un’atmosfera dark, aggiungi il fascino del post rock, per finire un tocco di sound esplosivo: ecco la ricetta del nostro duo pugliese, ecco a voi The Twins And The Dark Side.

Avere a che fare con un EP spesso vuol dire ascoltare sonorità acerbe, in fase di crescita, magari non ben formate. Non è questo il caso di oggi. Il duo pugliese di cui stiamo per parlare sa bene cosa vuole trasmettere, e sa come ottenere la vostra attenzione.

Stiamo parlando di un progetto genuino, che arriva direttamente nel nostro stereo da una delle terre più belle d’Italia: loro sono i The Twins And The Dark Side e questo è il loro Singolo, Lethian Ghost.

Questo lavoro racchiude in soli 3 brani una vastità di sonorità e di emozioni straordinaria: passiamo da affascinanti giochi sonori su sfondo romantico, a momenti di pura energia, rimanendo sempre in un terreno dark, di cui ogni brano è portavoce.

1 – Cloud – In Memory of L.C. Non sappiamo certo a cui sia dedicato questo brano, ma quello che possiamo dire è che la dedica ci attraversa e ci raggiunge fin nel midollo. Il brano è diretto, sincero, e raggiunge immediatamente il punto del discorso. Si parte con note di chitarra malinconiche, eteree, che attraversano il nostro orecchio e si disperdono, quindi partono batteria e basso in un ritmo serrato, deciso, che ci porta al punto cruciale di questa canzone: un esplosione sonora di pura energia. Un urlo forse, un grido di dolore, o di rabbia. La chitarra qui è distorta ma pure sempre chiara e definita, con un sound cristallino e vibrante. Il brano quindi torna sulle note iniziali di chitarra, ricordandoci quella malinconia che ci ha attirato fin da subito.

2 – Shadow. Il cielo è denso di nuvole, noi siamo fantasmi che si muovono nella notte. Siamo ombre. Ecco in poche parole quello che ci trasmette questo secondo brano. Anche qui assistiamo ad un crescendo, un gioco di chitarra a cui segue un interessante riff di basso seguito da una ritmica semplice ma ben studiata, che insieme creano quella pasta sonora che ci fa sentire orgogliosi di essere italiani.

Gli artisti emergenti come questo duo sanno regalarci spettacolari trame sonore, e tutto questo senza scendere nell’ovvio o nello scontato.

Il brano raggiunge l’apice a metà, con un sound di chitarra sgranato e potente, che si unisce agli altri strumenti e dando vita ad un momento sonoro di interessante imponenza. Il suono è caldo, e si alterna perfettamente al riff iniziale, che si ripresenta anche alla fine, con quella malinconia così fredda, da ricordarci il freddo e la nebbia di una mattina d’inverno.

3 – Nero. Questo brano arriva inaspettato, con un sound particolare che crea un notevole contrasto con i primi due brani. L’intenzione è quella di suscitare emozioni diverse, e anche qui il duo ci riesce benissimo. Sentiamo tonalità maggiori, che ci ricordano qualcosa di bello e di lontano, qualcosa che forse ricordiamo, qualcosa che si perde nella nostra memoria. Il basso qui è il protagonista, con un sound che esce letteralmente dallo stereo, e permea costantemente l’aria intorno a noi. Sembra voler parlare, volerci raccontare. Noi ascoltiamo, metabolizziamo, facciamo nostre le emozioni che vengono sapientemente formate. Qua abbiamo qualche sfumatura quasi Stoner Rock, con un sound aggressivo e duro, ma anche dolce, come una storia d’amore finita tragicamente, come un ricordo svanito. Il dialogo tra gli strumenti prosegue da metà del brano fino alla fine, alternando potenza e armonia, unendo tutte le vibrazioni in una sola voce di speranza e di sentimento.

L’ascolto di questo duo è stata una piacevole sopresa in questo 2021, e penso che abbiano già la maturità adatta per sfornare uno di quegli album che potrebbero raggiungere la vetta della nostra classifica di quest’anno. Noi lo aspettiamo e lo chiamiamo a gran voce: forza ragazzi, spaccate tutto!

VOTO: 7

 

LINK:

BANDCAMP

https://thetwinsandthedarkside.bandcamp.com/album/lethian-ghost

FACEBOOK

https://www.facebook.com/The-twins-and-the-dark-side-105241331377549

INSTAGRAM

https://www.instagram.com/thetwinsandthedarkside/

 

Paul – Postrock.it

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TIGER FLAMBÉ – TIGER FLAMBÉ

Tiger Flambé

Tiger Flambé
Tiger Flambé – Tiger Flambé. Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Il duo in questione si chiama TIGER FLAMBE’, costituito da Flavio Bevacqua e Carlo Zulianello che lo hanno prodotto con ben quattro etichette indipendenti italiane: Floppy Dischi, Marsiglia Records, Dischi Decenti e Brigante Records.

Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Eterea sensazione ci avvolge nell’ascolto di Kolumbo. Ci pare di percepire un fruscia, forse la natura, forse il mare lontano, ma dura pochissimi secondi. Le chitarre iniziano la loro rincorsa incessante, scollegate e lagate allo stesso tempo, le armonie si fondono tra loro e ad ogni giro sembrano aggiungere qualcosa, un pezzo di un puzzle gigante. Simpatico il riff maggiore che domina l’atmosfera chitarristica, mentre la batteria rincorre le sonorità, standogli dietro.

Un sound math rock decisamente sperimentale. La parola chiave di questo primo brano è una: imprevedibile, come l’eruzione di un vulcano.

Mata Hari non tradisce le intenzioni del brano precedente. Alcuni accostamenti di suoni ed intenzioni ricordano vagamente l’obiettivo dei videogiochi vintage. Le parti caotiche lasciano perdere l’ancora al terreno, al materiale. Si vaga alla ricerca di un’ancora, di un appiglio che non sembra arrivare. Ed in effetti, in Kolumbo non arriva. In Mata Hari invece sì, verso la seconda metà della canzone la linea melodica predomina sulla sperimentazione, fino al finale che ci porterà dritti al terzo brano.

Un finale che accontenta un orecchio bisognoso di certezze, ma una certezza che permane comunque nell’instabilità, nell’irrefrenabile voglia di tentare qualche altra cosa.

Questa dualità nel brano si sposa bene con l’intenzione di dedicare la canzone proprio a Mata Hari, spia per i francesi, inglesi e russi durante la Prima Guerra Mondiale.

Monko l’intreccio di linee armoniche all’accompagnamento ritmico più cadenzato, a tratti verso il finale sembra riprodurre una musicalità dance sperimentale con gli strumenti distorti. L’idea nasce dal video di una scimmia che pratica arti marziali, e questo tocco decisamente dadaista nella scelta delle esecuzioni ma soprattutto della loro natura… ci affascina molto.

Come diceva uno degli esponenti più importanti della corrente dadaista, Men Ray, solo il dadaismo poteva trovare l’arte nella casualità che, infondo, non era mai così casuale del tutto.

E’ in Zacatecas che ritroviamo il tocco di colui che ha registrato l’album, Tommaso Mantelli (leader dei Captain Mantell, bassista dei Sick Tamburo). Il brano rimane perfettamente coerente con la linea già descritta nei precedenti brani, con un tocco decisamente più “esotico”. Zacatecas è infatti una città del Messico dove più di un secolo fa sono stati fotografati degli oggetti non identificati in volo. Sicuramente un tema accattivante su cui fondare un brano.

L’EP è stato registrato in presa diretta e punta indubbiamente all’apice del divertimento dei due componenti che, già dal loro abbigliamento colorato e floreale, ci immergono completamente in un mondo di follia e sperimentazione.

VOTO: 7

Tiger Flambè EP (2021)

Floppy Dischi – Marsiglia Records – Dischi Decenti – Brigante Records and Productions – Doppio Clic Promotions

Mixed and Recorded by Tommaso Mantelli at Lesder Studio. (2020)

Tiger Flambé are

Flavio Bevacqua: Guitar

Carlo Zulianello: Drums

LINK:

https://www.facebook.com/tigerflambe

 

J. – Postrock.it

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ANDREA MAININI – OCEAN

ANDREA MAININI

Ocean
Andrea Mainini, Ocean. Esplorare i sentimenti è uno dei processi più naturali dell’uomo. Ocean è la dimostrazione di come la musica può diventare un canale dentro cui far fluire tutte le nostre emozioni, un prisma dentro cui far confluire un raggio di luce, e da cui ottenere un prisma di colori.

Eccoci tornati al nostro stereo. Oggi ci lanciamo in un ascolto interessantissimo. Si tratta di un artista italiano che merita l’attenzione di tutti gli amanti del Postrock.

Stiamo parlando di Andrea Mainini, che ci invia in redazione il suo ultimo lavoro, dal titolo “Ocean”. Frutto del suo talento, ma anche della partecipazione di artisti nazionali e internazionali. Un lavoro molto ampio e ambizioso, portato avanti con maestria, che attraversa una miriade di sfumature e generi diversi. Molti generi, una sola bandiera: il Postrock.

Se ancora non vi fosse chiaro che cosa si nasconde dietro il concetto di “Postrock” vi rimandiamo al nostro articolo, in cui vi spieghiamo in modo molto semplice e chiaro cosa vuol dire questa parola, da dove arriva e quali sono le band fondamentali. Leggi qui.

Ocean è un disco interessante, profondo, poliedrico. Ci regala un insieme ricco di suoni e immagini, in cui ognuno di noi può sentirsi protagonista.

Andrea ci prende per mano e ci conduce attraverso questo percorso musicale, che riprende le sue esperienze, le sue gioie e le sue sofferenze, e noi fiduciosi ci addentriamo nell’ascolto per farne qualcosa di nostro.

1 – Post Trauma. I giochi si aprono con un brano dolce, malinconico, che ci culla e ci fa dimenticare del tempo che scorre. La chitarra qui è dolce, morbida, quasi vellutata, e ci delizia con una serie di arpeggiati degni di un brano dei Pink Floyd. In effetti, rivediamo molto di loro in questo inizio Album, e l’assolo a metà non può che ricordarci un pò quel sapore dolce-amaro tipico delle note di David Gilmour. Il brano quindi prende vigore, con una batteria più corposa che aumenta l’intensità, e un riff di chitarra che tiene testa sullo fondo, incalzando le percussioni.  Riprende quindi il tono malinconico, creando un gioco che ci ricorda un pò le onde del mare, o le emozioni estremamente altalenanti ed effimere.. un pò come l’oceano?

2 – Mindfulness. Dalla dolcezza e dalla malinconia del primo brano passiamo ad uno stile completamente diverso. Qui veniamo subito catturati da un ritmo e da uno spirito grintoso, accattivante, giocoso, che ci colpisce da subito per il ritmo e per la semplicità del riff principale. Il basso gioca un ruolo fondamentale, seguendo e pressando le ritmiche della batteria, scaldando l’aria, rendendo tutto più piccante. La chitarra si erge fiera in alcuni fraseggi e diventa protagonista come una voce solista. Ad un certo punto il brano si ferma improvvisamente. Note dolci, suoni di synth, alcuni fiati, quindi il brano prende riparte con il grande gioco ritmico delle percussioni, creando un’atmosfera tribale, indigena. In questo ambiente misterioso ci immergiamo, e vediamo immagini nella nostra mente prendere vita.

Vediamo pellerossa correre a cavallo, Giù per i canyon, immersi nella polvere, con gli occhi pitturati e lo sguardo fiero. Vediamo indigeni nascosti nella foresta pronti a difendere la propria casa, il proprio territorio. Vediamo animali selvaggi correre e nascondersi, attaccare e sopravvivere.

3 – Ocean. Come ogni Title Track che si rispetti, anche questa non fa eccezione e ci emoziona con la sua originalità e la sua poesia. Veniamo accolti dal suono del mare, e noi ci immergiamo. Una chitarra ci culla con dolci note, mentre le parole di una poesia scaturiscono dal cielo immenso e scendono fin nel nostro profondo, creando un solco indelebile. Questo brano è un viaggio che si può descrivere difficilmente a parole. Bisogna viverlo, ascoltarlo, diventare un tutt’uno con esso. Definirla canzone è diminutivo: è un concept, un percorso enorme racchiuso in 6 minuti di brano. Se dovessimo fare un paragone, potrebbe ricordare la densità e la profondità dei primi Dire Straits. Una Telegraph Road italiana, che cresce in intensità. arricchità dall’utilizzo di strumenti classici, come trombe, archi, e pianoforte. Nell’insieme, non possiamo che definirlo uno dei migliori brani ascoltati in questo 2021.

4 – Sunny Day. La malinconia non ci abbandona, al sopraggiungere di questo 4 brano, ma prende una sfumatura ancora diversa. Il titolo del brano si sposa perfettamente con l’ingenua tristezza che ci pervade ascoltando queste note arpeggiate. Si respira quasi una fanciullezza ritrovata, uno spirito bambino che torna a farsi sentire, o che non se ne è mai andato. Ci troviamo a camminare a piedi nudi su una spiaggia, a raccogliere conchiglie per ascoltare parole nascoste. Il dialogo tra gli strumenti qui è un tessuto creato sapientemente, così tanto che le chitarre prendono una forma quasi antropomorfa, e divengono persone, parole, ricordi. Un tappeto di tastiera synth segue questo dialogo, enfatizzando, creando aspettative che vengono confermate ad ogni nota. Il pezzo quindi esplode in un arcobaleno di suoni e colori, e la cosa ci piace, ci piace immensamente.

Così come il terzo brano, anche qui abbiamo una serie di momenti che lo rendono molto ampio. Difficile catalogarlo, non troverete strofa e ritornello, ma una storia, un trascorso da ascoltare e vivere.

5 – Silent Love. La prima emozione che ci suscita l’ascolto di questo brano.. e un amore inespresso. Potrebbe essere l’amore di un amante, o il dolce sguardo di una madre che osserva il proprio bimbo sognante nella culla. Tastiere e piano qui sono i protagonisti indiscussi, e creando una varietà sonora che ci fa apprezzare ancora di più il passaggio tra i vari brani dell’album. Niente è scontato, niente è messo li tanto per fare. Si avverte la cura in ogni nota, in ogni passaggio, in ogni scelta musicale. Questo brano ci lascia sognare, non cambia, non smuove, ma rimane li dov’è, piccolo e allo stesso tempo grandissimo, così come soltanto può essere un Amore silenzioso.

6 – Le Them Go. Siamo giunti al termine. Non vorremmo essere già qui, vorremo ascoltare ancora e ancora. Questa piccola amarezza ci fa capire che è stato un grande album, e che il progetto di Andrea Mainini è destinato ad avere un grande seguito.

Può esserci un brano scontato a chiusura di un album così interessante? ma certo che no! Qui una voce femminile e una voce maschile si intrecciano, parlano, si sfiorano, si allontanano e ritornano.

Un gioco di armonie ci emozionano, ci portano in territori inesplorati della nostra anima. Questo album non richiede altri commenti, se non questo.

Questo album riassume l’amore per questo genere, lavora perfettamente in sintonia con la libertà sonora e d’idea che solo il Postrock può dare.
Complimenti Andrea Mainini, ti sei meritato il primo 10 di questo portale. Continua così, regalaci altre emozioni.

VOTO: 10 🏆

OCEAN

1 – Post-Trauma                        5:30

2 – Mindfulness                        6:22

3 – Ocean                                6:27

4 – Sunny Day                           8:17

5 – Silent Love                          3:40

6 – Let Them Go                        4:54

LINK:

https://www.instagram.com/andrea_mainini_music/

Testi e Musica di Andrea Mainini

Andrea Mainini: voce, chitarre , basso, keybords, synth

Andrea Bonzini: batteria

Simone Mor: xaphoon , kaval , ney persiano (Mindfullness)

Facundo Flores: Percussioni (MIndfullness)

Nicolas De Luca: piano (ocean)

Liz Hanks: violoncello (ocean)

Hugo Lee: sax (ocean)

Ivy Marie: Voce e cori (Let Them Go)

Mixato e masterizzato da Giorgio Tenneriello

 
 

Paul – Postrock.it

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TERMINAL SERIOUS – LOVE WAS LIES

TERMINAL SERIOUS

Love Was Lies
Terminal Serious – Love was lies. Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Avevamo già recensito il singolo “LAMB” dei Terminal Serious.

L’album, “Love Was Lies” non ci ha deluso per niente, consolidando le impressioni del singolo.

Ambientazione post rock che si mischia all’atmosfera dark-wave, voce calda ma sempre presente, incisiva in ogni parola articolata. Un solo project, costituito da Luigi Bonaiuto che, da Firenze, sforna questo album di 11 tracce. Quello che possiamo sentire è un insieme di tormento, amore, solitudine… e di nuovo amore.

Sentiamo i Depeche Mode in All my desire ed in Shit inside. La metrica segue in maniera esemplare gli accenti musicali, donando così l’intenzione di una poesia vera e propria, più che di una semplice canzone.

Vi rimandiamo alla nostra precedente recensione per sapere nei dettagli quello che pensiamo nello specifico del singolo, LAMB: https://www.postrock.it/terminal-serious-lamb/

Confermiamo l’impressione evocativa, la ritualità nella ripetizione delle scelte armoniche, semplici ma mai banali.

La sensualità della voce ci tormenta in Warporn, che inizia con un’effettistica darkwave vecchio stampo, dando poi spazio ad una chitarra che apparentemente fa un viaggio autonomo sulla scelta della notazione, ritornando sempre ad una base solida. Parte poi uno slancio strumentale che ci mostra quanto il genere dark sia contaminato da altro, l’oscurità ci appare nitida come la luce, con la voce timbrica del basso. Anche qui la poetica inglese ci appare come una lettura d’altri mondi, ci accompagna durante il percorso senza mai esplodere del tutto.

Più che altro, è una musica che implode.

Molto più melodico è invece il finale, che apre la strada a Love Was Lies, traccia che porta il nome dell’album, su cui concentriamo l’apice delle aspettative.

Ci accoglie con un inizio meno darkwave e più postrock, spiazzandoci nuovamente con la calma cadenzata della voce. Ci lascia come sempre appesi tra una dimensione onirica ed una dimensione estremamente terrena, così come è l’amore, la solitudine e tutto ciò che riguarda i nostri sensi ingannatori.

Dopo questa presa di coscienza e di consapevolezza sull’amore, una menzogna come tutti i sensi che ci mostrano spesso qualcosa che non è, parte Goodbye.

Un brano completamente strumentale. Attendiamo l’arrivo della calda voce che ci ha accompagnati fino ad ora, ma non veniamo mai, volontariamente, appagati. E questo crea maggiore aspettativa per la canzone successiva, Disorder. Un ritmica calzante e ripetitiva fa il suo ingresso prima dell’entrata della voce, un vero e proprio rituale di iniziazione che si prolunga fino a I’m already gone.

Un brano introspettivo, la musica rallenta e diminuisce di intensità nel dare importanza alla voce in alcuni punti strategici. L’attenzione è sempre focalizzata sullo strumenti che merita il focus in quel momento.

Il tormento dell’anima giunge con Soul Misery. Gli strumenti non ci lasciano respiro fino alla fine del brano, niente pause per la riflessione, niente calo della dinamica, incessante come una cavalcata.

Ci avviciniamo al termine dell’album con New Jail, il nostro percorso ci ha lasciato analizzare ogni singolo sentimento, per capirne la natura e l’essenza stessa. Un ciclo di emozioni che si conclude e ricomincia, perché siamo esseri umani ed Eyes of Child ci conferma questa impressione.

Un percorso, quello di Love was a Lie, difficile da comprendere analizzando ogni singola canzone. E’ più facile parlarne in generale, perché l’album va analizzato nel suo insieme. L’amore è opposto all’odio, due forze totalmente opposte dell’essere, che fanno entrambe parte dell’amore stesso. Un album che spinge alla riflessione filosofica più che ai sapori terreni.

 Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Una logica illogica che l’album esprime con chiarezza. Ascolto profondo e consigliato.

VOTO: 8

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J. – Postrock.it