OAK: Forests precede people Desert follow them - Postrock.it
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OAK

Forests precede people Desert follow them
Un album dai sapori ancestrali. Sonorità che si perdono nella notte dei tempi. Sciamani e sonorità spaziali: questo sono gli OAK
È con molta curiosità che mi appresto ad intraprendere questo nuovo viaggio. 

Questa volta nel mio stereo sta suonando il CD degli Oak. Già il nome mi fa pensare a un qualcosa di leggendario, di antico. Una leggenda di cui si è perso ogni ricordo. Cosa ci vogliono raccontare gli Oak? non resta che ascoltare.

Andrea Melosi  (Lead Guitar), Damiano Borri (Bass Guitar, Synth Programming) e Matteo Sereni (Drums) ci conducono lungo questo viaggio nel tempo, alla ricerca delle nostre origini.

L’inizio è scintillante, morbido. Vedo foglie cadere tutto intorno a me. Si avverte una sorta di rito propiziatorio per quello che sarà il resto del CD.  Un brano molto importante, tanto da dare nome a parte dell’album. Ci sembra di partecipare ad una danza, vediamo gente intorno al fuoco danzare e spargere fiori sul cammino. Noi li seguiamo fedelmente.

Cullati da questa danza, vediamo improvvisamente comparire davanti a noi lo sciamano del villaggio. Il brano cambia forma, siamo al cospetto di qualcosa di importante, di solenne. Ci inchiniamo rispettando il rito magico, le chitarre aprono il rito, le percussioni introducono una batteria psichedelica che ci porta a seguirla in questo rito magico.

Desert Follow Them. l’altra parte del titolo, già.. così come la sonorità. ora più grave, più solenne. Un grido quasi quello delle chitarre di Andrea, che vengono incalzate dalla batteria incisiva e pulita di Matteo. Gli effetti di synth sono ovunque, e aiutano a tessere una trama di album sicuramente ben riuscito già dalle prime onde sonore. Il pezzo chiude con un interessante assolo di chitarra, per niente scontato, poi improvvisamente il silenzio.

Nemerosa. Il synth ci apre le porte di quello che sembra essere un altro pezzo molto interessante. Un maestrale utilizzo di delay ed effetti digitali crea un ritmo incalzante, che richiama suoni della natura, come gocce che risuonano all’interno di una caverna. Lo sciamano ci ha portato fin qui.

Simboli lungo le pareti di questa caverna. Tracce di uomini primitivi. Essi ci raccontano qualcosa. Lo sciamano ci invita a guardare mentre intona una preghiera misteriosa.

Le chitarre titaniche si susseguono e il basso riempie tutto lo spazio della grotta. Ed ecco che il brano cambia, a 4:30, repentinamente. È chiaro ormai che questi non sono semplici brani, ma racconti, preghiere, e così vanno interpretati.

Un simbolo all’interno della grotta ha atttirato il nostro sguardo, lassù, sopra tutti gli altri. Un essere soprannaturale forse? una divinità, o semplicemente Madre Natura? non lo sappiamo, ma ci lasciamo cullare da questa storia magica.

Il simbolo diventa più luminoso, si apre un vortice, noi veniamo attirati al suo interno. Tutto diventa buio.

Siamo giunti così a metà del nostro viaggio. Siamo fose all’interno, nel cuore del Album. Un pianoforte ci accoglie malinconico, quasi materno, abbracciandoci e invitandoci ad alzarci. Quando sentiamo di aver ripreso conoscenza, ecco che una chitarra squarcia il cielo e la batteria irrompe monolitica, come un lampo, un fulmine, a disegnare tracce indelebili. Il basso non ci lascia tregua, sostiene e scalda l’ambiente.

Ed ecco che gli OAK si presentano a noi come ambasciatori di una musica che vuole trasmettere tutta la potenza e la maestosità della natura.

Una forza elastica, versatile, come l’acqua che può accarezzarci ma al tempo stesso spazzarci via in un attimo.

Black autumn. Le stagioni si susseguono, il sole compie il suo giro molte volte nella volta celeste, e questo brano ci fa vivere tutto il suo frenetico susseguirsi. Gli effetti digitali utilizzati in modo magistrale guidano la danza incessante degli altri strumenti.

Athelas. Il viaggio della natura assume forme a tratti scavate, a tratti senza contorni, quasi informi. Uno stupendo assolo di synth ci accoglie a metà del brano quasi come una fenice, un animale leggendario, che solca il cielo di questo mondo primitivo. Basso, chitarra e batteria marciano imponenti. Un suono caldo e luminoso ci riporta in superficie, sul finire del brano. Dove siamo? dove ci troviamo? È stato tutto un sogno? Lo sciamano è scomparso, la grotta non c’è più.

Questo viaggio onirico si conclude con Enchèlados. Non sapiamo se il nostro sia stato un viaggio o un sogno, ma ora abbiamo maggiore consapevolezza di ciò che ci circonda. Ed è così che ci guardiamo intorno, assaporiamo la pioggia che accarezza il nostro volto, Guardiamo gli alberi delle foreste che ci parlano silenziosamente, immersi nella nebbia di Novembre.

L’aria sembra avere un nome proprio, gli animali, le foglie, il vento , tutto fa parte di un mondo più grande, di cui noi non ci sentiamo più protagonisti, ma spettatori.

Un complimento agli Oak, per averci regalato questo lavoro davvero molto interessante. Un album che di sicuro non può rimanere solo, e che richiama un suo seguito, un secondo capitolo di questa storia che noi attendiamo con sincera curiosità e con la voglia di immergerci ancora in questi suoni così particolari.

VOTO: 9

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