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TIGER FLAMBÉ – TIGER FLAMBÉ

Tiger Flambé

Tiger Flambé
Tiger Flambé – Tiger Flambé. Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Il duo in questione si chiama TIGER FLAMBE’, costituito da Flavio Bevacqua e Carlo Zulianello che lo hanno prodotto con ben quattro etichette indipendenti italiane: Floppy Dischi, Marsiglia Records, Dischi Decenti e Brigante Records.

Ci troviamo oggi a recensire l’EP di un duo che ha deciso di osare. Un duo che ha deciso di sorpassare in qualche modo le barriere imposte dalle sonorità tradizionali, tentando qualcosa di nuovo. Con la decisione e la convinzione che per creare qualcosa di bello, di innovativo, di geniale… si debba per forza osare.

Eterea sensazione ci avvolge nell’ascolto di Kolumbo. Ci pare di percepire un fruscia, forse la natura, forse il mare lontano, ma dura pochissimi secondi. Le chitarre iniziano la loro rincorsa incessante, scollegate e lagate allo stesso tempo, le armonie si fondono tra loro e ad ogni giro sembrano aggiungere qualcosa, un pezzo di un puzzle gigante. Simpatico il riff maggiore che domina l’atmosfera chitarristica, mentre la batteria rincorre le sonorità, standogli dietro.

Un sound math rock decisamente sperimentale. La parola chiave di questo primo brano è una: imprevedibile, come l’eruzione di un vulcano.

Mata Hari non tradisce le intenzioni del brano precedente. Alcuni accostamenti di suoni ed intenzioni ricordano vagamente l’obiettivo dei videogiochi vintage. Le parti caotiche lasciano perdere l’ancora al terreno, al materiale. Si vaga alla ricerca di un’ancora, di un appiglio che non sembra arrivare. Ed in effetti, in Kolumbo non arriva. In Mata Hari invece sì, verso la seconda metà della canzone la linea melodica predomina sulla sperimentazione, fino al finale che ci porterà dritti al terzo brano.

Un finale che accontenta un orecchio bisognoso di certezze, ma una certezza che permane comunque nell’instabilità, nell’irrefrenabile voglia di tentare qualche altra cosa.

Questa dualità nel brano si sposa bene con l’intenzione di dedicare la canzone proprio a Mata Hari, spia per i francesi, inglesi e russi durante la Prima Guerra Mondiale.

Monko l’intreccio di linee armoniche all’accompagnamento ritmico più cadenzato, a tratti verso il finale sembra riprodurre una musicalità dance sperimentale con gli strumenti distorti. L’idea nasce dal video di una scimmia che pratica arti marziali, e questo tocco decisamente dadaista nella scelta delle esecuzioni ma soprattutto della loro natura… ci affascina molto.

Come diceva uno degli esponenti più importanti della corrente dadaista, Men Ray, solo il dadaismo poteva trovare l’arte nella casualità che, infondo, non era mai così casuale del tutto.

E’ in Zacatecas che ritroviamo il tocco di colui che ha registrato l’album, Tommaso Mantelli (leader dei Captain Mantell, bassista dei Sick Tamburo). Il brano rimane perfettamente coerente con la linea già descritta nei precedenti brani, con un tocco decisamente più “esotico”. Zacatecas è infatti una città del Messico dove più di un secolo fa sono stati fotografati degli oggetti non identificati in volo. Sicuramente un tema accattivante su cui fondare un brano.

L’EP è stato registrato in presa diretta e punta indubbiamente all’apice del divertimento dei due componenti che, già dal loro abbigliamento colorato e floreale, ci immergono completamente in un mondo di follia e sperimentazione.

VOTO: 7

Tiger Flambè EP (2021)

Floppy Dischi – Marsiglia Records – Dischi Decenti – Brigante Records and Productions – Doppio Clic Promotions

Mixed and Recorded by Tommaso Mantelli at Lesder Studio. (2020)

Tiger Flambé are

Flavio Bevacqua: Guitar

Carlo Zulianello: Drums

LINK:

https://www.facebook.com/tigerflambe

 

J. – Postrock.it

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ANDREA MAININI – OCEAN

ANDREA MAININI

Ocean
Andrea Mainini, Ocean. Esplorare i sentimenti è uno dei processi più naturali dell’uomo. Ocean è la dimostrazione di come la musica può diventare un canale dentro cui far fluire tutte le nostre emozioni, un prisma dentro cui far confluire un raggio di luce, e da cui ottenere un prisma di colori.

Eccoci tornati al nostro stereo. Oggi ci lanciamo in un ascolto interessantissimo. Si tratta di un artista italiano che merita l’attenzione di tutti gli amanti del Postrock.

Stiamo parlando di Andrea Mainini, che ci invia in redazione il suo ultimo lavoro, dal titolo “Ocean”. Frutto del suo talento, ma anche della partecipazione di artisti nazionali e internazionali. Un lavoro molto ampio e ambizioso, portato avanti con maestria, che attraversa una miriade di sfumature e generi diversi. Molti generi, una sola bandiera: il Postrock.

Se ancora non vi fosse chiaro che cosa si nasconde dietro il concetto di “Postrock” vi rimandiamo al nostro articolo, in cui vi spieghiamo in modo molto semplice e chiaro cosa vuol dire questa parola, da dove arriva e quali sono le band fondamentali. Leggi qui.

Ocean è un disco interessante, profondo, poliedrico. Ci regala un insieme ricco di suoni e immagini, in cui ognuno di noi può sentirsi protagonista.

Andrea ci prende per mano e ci conduce attraverso questo percorso musicale, che riprende le sue esperienze, le sue gioie e le sue sofferenze, e noi fiduciosi ci addentriamo nell’ascolto per farne qualcosa di nostro.

1 – Post Trauma. I giochi si aprono con un brano dolce, malinconico, che ci culla e ci fa dimenticare del tempo che scorre. La chitarra qui è dolce, morbida, quasi vellutata, e ci delizia con una serie di arpeggiati degni di un brano dei Pink Floyd. In effetti, rivediamo molto di loro in questo inizio Album, e l’assolo a metà non può che ricordarci un pò quel sapore dolce-amaro tipico delle note di David Gilmour. Il brano quindi prende vigore, con una batteria più corposa che aumenta l’intensità, e un riff di chitarra che tiene testa sullo fondo, incalzando le percussioni.  Riprende quindi il tono malinconico, creando un gioco che ci ricorda un pò le onde del mare, o le emozioni estremamente altalenanti ed effimere.. un pò come l’oceano?

2 – Mindfulness. Dalla dolcezza e dalla malinconia del primo brano passiamo ad uno stile completamente diverso. Qui veniamo subito catturati da un ritmo e da uno spirito grintoso, accattivante, giocoso, che ci colpisce da subito per il ritmo e per la semplicità del riff principale. Il basso gioca un ruolo fondamentale, seguendo e pressando le ritmiche della batteria, scaldando l’aria, rendendo tutto più piccante. La chitarra si erge fiera in alcuni fraseggi e diventa protagonista come una voce solista. Ad un certo punto il brano si ferma improvvisamente. Note dolci, suoni di synth, alcuni fiati, quindi il brano prende riparte con il grande gioco ritmico delle percussioni, creando un’atmosfera tribale, indigena. In questo ambiente misterioso ci immergiamo, e vediamo immagini nella nostra mente prendere vita.

Vediamo pellerossa correre a cavallo, Giù per i canyon, immersi nella polvere, con gli occhi pitturati e lo sguardo fiero. Vediamo indigeni nascosti nella foresta pronti a difendere la propria casa, il proprio territorio. Vediamo animali selvaggi correre e nascondersi, attaccare e sopravvivere.

3 – Ocean. Come ogni Title Track che si rispetti, anche questa non fa eccezione e ci emoziona con la sua originalità e la sua poesia. Veniamo accolti dal suono del mare, e noi ci immergiamo. Una chitarra ci culla con dolci note, mentre le parole di una poesia scaturiscono dal cielo immenso e scendono fin nel nostro profondo, creando un solco indelebile. Questo brano è un viaggio che si può descrivere difficilmente a parole. Bisogna viverlo, ascoltarlo, diventare un tutt’uno con esso. Definirla canzone è diminutivo: è un concept, un percorso enorme racchiuso in 6 minuti di brano. Se dovessimo fare un paragone, potrebbe ricordare la densità e la profondità dei primi Dire Straits. Una Telegraph Road italiana, che cresce in intensità. arricchità dall’utilizzo di strumenti classici, come trombe, archi, e pianoforte. Nell’insieme, non possiamo che definirlo uno dei migliori brani ascoltati in questo 2021.

4 – Sunny Day. La malinconia non ci abbandona, al sopraggiungere di questo 4 brano, ma prende una sfumatura ancora diversa. Il titolo del brano si sposa perfettamente con l’ingenua tristezza che ci pervade ascoltando queste note arpeggiate. Si respira quasi una fanciullezza ritrovata, uno spirito bambino che torna a farsi sentire, o che non se ne è mai andato. Ci troviamo a camminare a piedi nudi su una spiaggia, a raccogliere conchiglie per ascoltare parole nascoste. Il dialogo tra gli strumenti qui è un tessuto creato sapientemente, così tanto che le chitarre prendono una forma quasi antropomorfa, e divengono persone, parole, ricordi. Un tappeto di tastiera synth segue questo dialogo, enfatizzando, creando aspettative che vengono confermate ad ogni nota. Il pezzo quindi esplode in un arcobaleno di suoni e colori, e la cosa ci piace, ci piace immensamente.

Così come il terzo brano, anche qui abbiamo una serie di momenti che lo rendono molto ampio. Difficile catalogarlo, non troverete strofa e ritornello, ma una storia, un trascorso da ascoltare e vivere.

5 – Silent Love. La prima emozione che ci suscita l’ascolto di questo brano.. e un amore inespresso. Potrebbe essere l’amore di un amante, o il dolce sguardo di una madre che osserva il proprio bimbo sognante nella culla. Tastiere e piano qui sono i protagonisti indiscussi, e creando una varietà sonora che ci fa apprezzare ancora di più il passaggio tra i vari brani dell’album. Niente è scontato, niente è messo li tanto per fare. Si avverte la cura in ogni nota, in ogni passaggio, in ogni scelta musicale. Questo brano ci lascia sognare, non cambia, non smuove, ma rimane li dov’è, piccolo e allo stesso tempo grandissimo, così come soltanto può essere un Amore silenzioso.

6 – Le Them Go. Siamo giunti al termine. Non vorremmo essere già qui, vorremo ascoltare ancora e ancora. Questa piccola amarezza ci fa capire che è stato un grande album, e che il progetto di Andrea Mainini è destinato ad avere un grande seguito.

Può esserci un brano scontato a chiusura di un album così interessante? ma certo che no! Qui una voce femminile e una voce maschile si intrecciano, parlano, si sfiorano, si allontanano e ritornano.

Un gioco di armonie ci emozionano, ci portano in territori inesplorati della nostra anima. Questo album non richiede altri commenti, se non questo.

Questo album riassume l’amore per questo genere, lavora perfettamente in sintonia con la libertà sonora e d’idea che solo il Postrock può dare.
Complimenti Andrea Mainini, ti sei meritato il primo 10 di questo portale. Continua così, regalaci altre emozioni.

VOTO: 10 🏆

OCEAN

1 – Post-Trauma                        5:30

2 – Mindfulness                        6:22

3 – Ocean                                6:27

4 – Sunny Day                           8:17

5 – Silent Love                          3:40

6 – Let Them Go                        4:54

LINK:

https://www.instagram.com/andrea_mainini_music/

Testi e Musica di Andrea Mainini

Andrea Mainini: voce, chitarre , basso, keybords, synth

Andrea Bonzini: batteria

Simone Mor: xaphoon , kaval , ney persiano (Mindfullness)

Facundo Flores: Percussioni (MIndfullness)

Nicolas De Luca: piano (ocean)

Liz Hanks: violoncello (ocean)

Hugo Lee: sax (ocean)

Ivy Marie: Voce e cori (Let Them Go)

Mixato e masterizzato da Giorgio Tenneriello

 
 

Paul – Postrock.it

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TERMINAL SERIOUS – LOVE WAS LIES

TERMINAL SERIOUS

Love Was Lies
Terminal Serious – Love was lies. Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Avevamo già recensito il singolo “LAMB” dei Terminal Serious.

L’album, “Love Was Lies” non ci ha deluso per niente, consolidando le impressioni del singolo.

Ambientazione post rock che si mischia all’atmosfera dark-wave, voce calda ma sempre presente, incisiva in ogni parola articolata. Un solo project, costituito da Luigi Bonaiuto che, da Firenze, sforna questo album di 11 tracce. Quello che possiamo sentire è un insieme di tormento, amore, solitudine… e di nuovo amore.

Sentiamo i Depeche Mode in All my desire ed in Shit inside. La metrica segue in maniera esemplare gli accenti musicali, donando così l’intenzione di una poesia vera e propria, più che di una semplice canzone.

Vi rimandiamo alla nostra precedente recensione per sapere nei dettagli quello che pensiamo nello specifico del singolo, LAMB: https://www.postrock.it/terminal-serious-lamb/

Confermiamo l’impressione evocativa, la ritualità nella ripetizione delle scelte armoniche, semplici ma mai banali.

La sensualità della voce ci tormenta in Warporn, che inizia con un’effettistica darkwave vecchio stampo, dando poi spazio ad una chitarra che apparentemente fa un viaggio autonomo sulla scelta della notazione, ritornando sempre ad una base solida. Parte poi uno slancio strumentale che ci mostra quanto il genere dark sia contaminato da altro, l’oscurità ci appare nitida come la luce, con la voce timbrica del basso. Anche qui la poetica inglese ci appare come una lettura d’altri mondi, ci accompagna durante il percorso senza mai esplodere del tutto.

Più che altro, è una musica che implode.

Molto più melodico è invece il finale, che apre la strada a Love Was Lies, traccia che porta il nome dell’album, su cui concentriamo l’apice delle aspettative.

Ci accoglie con un inizio meno darkwave e più postrock, spiazzandoci nuovamente con la calma cadenzata della voce. Ci lascia come sempre appesi tra una dimensione onirica ed una dimensione estremamente terrena, così come è l’amore, la solitudine e tutto ciò che riguarda i nostri sensi ingannatori.

Dopo questa presa di coscienza e di consapevolezza sull’amore, una menzogna come tutti i sensi che ci mostrano spesso qualcosa che non è, parte Goodbye.

Un brano completamente strumentale. Attendiamo l’arrivo della calda voce che ci ha accompagnati fino ad ora, ma non veniamo mai, volontariamente, appagati. E questo crea maggiore aspettativa per la canzone successiva, Disorder. Un ritmica calzante e ripetitiva fa il suo ingresso prima dell’entrata della voce, un vero e proprio rituale di iniziazione che si prolunga fino a I’m already gone.

Un brano introspettivo, la musica rallenta e diminuisce di intensità nel dare importanza alla voce in alcuni punti strategici. L’attenzione è sempre focalizzata sullo strumenti che merita il focus in quel momento.

Il tormento dell’anima giunge con Soul Misery. Gli strumenti non ci lasciano respiro fino alla fine del brano, niente pause per la riflessione, niente calo della dinamica, incessante come una cavalcata.

Ci avviciniamo al termine dell’album con New Jail, il nostro percorso ci ha lasciato analizzare ogni singolo sentimento, per capirne la natura e l’essenza stessa. Un ciclo di emozioni che si conclude e ricomincia, perché siamo esseri umani ed Eyes of Child ci conferma questa impressione.

Un percorso, quello di Love was a Lie, difficile da comprendere analizzando ogni singola canzone. E’ più facile parlarne in generale, perché l’album va analizzato nel suo insieme. L’amore è opposto all’odio, due forze totalmente opposte dell’essere, che fanno entrambe parte dell’amore stesso. Un album che spinge alla riflessione filosofica più che ai sapori terreni.

 Il tormento, la solitudine, non sono altro che parti di quella radicale insoddisfazione che ci affligge quando amiamo. Ma non possiamo farne a meno, perché è proprio l’amore che ci causa dolore a donarci anche quel leggero sollievo dalle tristezze della vita.

Una logica illogica che l’album esprime con chiarezza. Ascolto profondo e consigliato.

VOTO: 8

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J. – Postrock.it

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LILLO MORREALE – PATERNICILLINA

Lillo Morreale
Paternicillina
Lillo Morreale ci presenta Paternicillina, colonna sonora dell’omonimo film. Uno spettacolo di luci, suoni e colori, una danza di emozioni che si fonde sotto un’unica bandiera: il Postrock.
Oggi parliamo della nascita e della morte del mito. Qui, oggi, con voi, intraprendiamo un percorso nuovo. Oggi vi presentiamo un progetto che non è soltanto musicale, ma anche cinematografico, artistico, poetico.

Lillo Morreale è un compositore e polistrumentista. Ha studiato Musica per Film al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e ha perfezionato i suoi studi come Sound Producer per il Cinema presso il Modulab Studio, sotto la guida del compositore e arrangiatore Marco Biscarini.

Ci regala un ascolto unico, un album che rappresenta la colonna sonora originale dell’omonimo film uscito nel 2020.

Baruffi, maestro di Florestano Vancini è visto dai suoi contemporanei come un talento promettente del cinema della realtà; produce tra la fine degli anni ‘40 e la metà dei ‘50 più di venti pellicole. Poi più nulla. Il silenzio.
Una fuga? Una rinuncia al sogno?

L’album, così come promette la copertina, è un viaggio sensazionale unico, fatto per riempire l’etere di suoni e vibrazioni, fatto per trasportarci in un mondo nuovo, puro, trasparente, vivo.

1-Pianura. Schermo nero. La sala è in attesa. Il film inizierà tra 5 minuti. L’auditorio è vasto e silenzioso. Siete riusciti a entrare? Lo spettacolo sta per cominciare. Si inizia, ed una leggera nebbia si forma davanti a noi. Un timido gioco di suoni fa capolino dietro il palco, portandoci sulla prima scena. Un attendo gioco di synth e arpeggiatori, forma un tessuto sonoro quasi onomatopeico, in grado di suscitare nell’ascoltatore immagini di forme animali, di essere viventi in trasformazione.

2-Prima di scomparire. Un punto interrogativo aleggia sospeso a metà tra una riga e la successiva. Dietro di esso, una domanda rimane silenziosa, inespressa, forse senza risposta..

Hai vissuto abbastanza nella tua vita? Hai vissuto abbastanza da farci un film?

3-Anche oggi è giornata di silenzi. Vibrazioni calde e vivide si susseguono portate avanti da armonie brillanti, luccicanti, come stelle pulsanti nel cielo freddo e notturno. 

4-Dettagli. Un gioco quasi ritmico di immagini che esplodono nella testa dell’ascoltatore, scivolando nella coltre della nebbia di prima mattina. Un ticchettio continuo e costante ci fa pensare alle ore che scorrono, ai minuti, ai secondi passati, alle nostre vite, alla morte, alla rinascita.

5-Abbiamo sbagliato qualcosa? L’interrogativo si staglia, sincero, quasi fanciullesco, di fronte ad un brano altrettanto sincero e commuovente.

Suoni d’infanzia, come di vecchi Carillon impolverati, o di tamburini accantonati in qualche vecchia soffitta. Essi rimangono silenziosi, accantonati dietro a grosse scatole e mobili abbandonati.

Un luccichio si intravede ancora sulla plastica scolorita, sui dettagli rovinati. Un presentimento, un attimo, qualcosa prende vita, e suoni tornano a diffondersi nell’aria.

6-Nuvole (Parte 1). Sdraiati in quel campo fiorito, in un pomeriggio di sole e di erba fresca, apriamo le braccia, adagiamo la testa, e iniziamo a sognare. Ed eccole, le nuvole che si muovono lentamente, che cambiano forma, che giocano goffamente tra di loro, perdendo forma, trasformandosi, intrecciandosi tra loro. Quella nuvola sembra un elefante, si proprio quella! Quell’altra invece, a me pare proprio un drago.. no aspetta, ora è un cane che corre. Suoni imponenti e al tempo stesso umili si presentano a colorare la scena, rendendo tutto incredibilmente soffuso, quasi onirico.

7-La sindrome del vincitore. Quale maledizione più grande, per un vincitore, se non quella di perdere con essa?

Qualcosa cade, cade sempre più velocemente. Il ritmo cambia, i suoni acquistano un tono rimproverante, potente. Ci si accusa spesso, perché i nemici più grandi siamo noi stessi.

8-Fuori nella notte. Passeggiando nella strada silenziosa e notturna, è sorprendente scoprire come la solitudine si popola di migliaia di piccole voci. Grilli notturni, Gatti curiosi, ombre, voci, suoni, colpi lontani. Ci si perde quasi a giocare, a indovinare l’origine di ogni suono, la sorgente di ogni emozione. 

9-Questo film non esiste. Lo diciamo per convincerci.. o forse ce lo stiamo domandando. Questo film non esiste? Non lo sappiamo. Una drum digitale dona un ritmo audace a questo brano, e noi lo seguiamo abbandonandoci del tutto alle nostre sensazioni.

Nella morte ritroviamo spesso un senso di rinascita. Nell’accettare la sconfitta, scopriamo di sentirci forti, di avere conquistato qualcosa di più prezioso di tutti i premi di questo mondo. La nostra anima brilla dentro di noi, protagonista indiscussa di ogni cosa.

il ritmo rallenta, si scompone, si sovrappone. Il sogno svanisce.

10- Solo follia. Cosa rimane di tutte le speranze, di tutti i sogni, di tutti i pensieri? Parole vuote su una pagina di diario che nessuno leggerà mai. Vibrazioni ricorrenti lasciano spazio ad un crescente dialogo ritmico che cresce sempre più, fino a dare un senso a tutto il quadro. Alla fine della sua vita, il vecchio comprende molte cose, ma non parla, non dice. Lascia che il mistero scenda su di lui, lasciando spazio al mito, alla leggenda, al racconto. I suoni salgono, crescono, riempiono ogni cosa. Poi il vuoto.

11-Nuvole (Parte 2). Come ogni racconto degno di nota, come ogni film che si rispetti, anche noi giungiamo al termine di questo bellissimo viaggio. Gli spettatori piangono, alcuni riflettono in silenzio. Chiudo gli occhi, ora, per sempre, addio mondo. Torno a fissare le nuvole, candide come la giovinezza, lascio che ogni cosa si dissolva, che lasci il significato nel limbo dei ricordi.

Schermo nero. La sala è in attesa. Il film inizierà tra 5 minuti. L’auditorio è vasto e silenzioso. Siete riusciti a entrare? Lo spettacolo sta per cominciare.

VOTO: 9

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Paul – Postrock.it

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JULINKO – NO DESTROYER

JULINKO

No destroyer
Julinko – No destroyer. Un Ep che si avventura su territori inesplorati, lungo ripidi sentieri avvolti da mistero e sonorità ammalianti.
Dal Veneto Giunge la nostra protagonista di oggi, Giulia Parin Zecchin, in arte Julinko, e ci regala momenti di profonda arte e ispirazione attraverso il suo ultimo solo EP, dal nome No Destroyer.

Ci troviamo di fronte ad un’artista molto completa, con un discreto percorso musicale e un estro artistico molto evidente. Dal 2015 al 2019 4 pubblicazioni musicali, molti concerti dal vivo, collaborazioni musicali con personaggi talentuosi dello spettacolo, e persino una raccolta di poesia (uscita nel 2020 per Eretica Edizioni).

Ci rendiamo conto fin dalle prime note che abbiamo di fronte un’artista che sa perfettamente quello che vuole esprimere, e dove vuole condurci con le sue note oscure e vibranti.

Un EP molto instrospettivo e sperimentale, che percorre sentieri sonori inesplorati e lascia un segno di inquietudine e mistero. Un lavoro assolutamente originale che ci lascia profondamente impressionati. Brani che superano il confine tra poesia e musica, che ci lasciano sprofondare in una trance psichedelica e ci portano in mondi paralleli.

1-Islander. Un brano di pochi secondi, un attracco sicuro prima di avventurarci nelle terre oscure nel Nord. Il freddo si condensa in nuvole di vapore di fronte a noi, mentre osserviamo la notte scendere lungo le montagne che scendono a picco sul lago. Un lago nero, che non lascia trasparire emozioni. Saliamo sulla nostra piccola barca, sciogliamo il nodo che ci tiene ancorati, e iniziamo il viaggio.

2-No Destroyer. Il brano che porta il nome dell’EP che stringiamo tra le mani, traccia fondamentale di questo percorso rituale. La barca scorre a filo di quest’acqua così liscia da sembrare solida,  mentre alberi silenziosi si stagliano lungo le sponde e ci invitano verso di loro. Da una parte la civiltà, piccole luci fievoli di paesi sperduti, dall’altra l’imponente arcaico silenzio della selva oscura. La chitarra continua recitando la sua preghiera, con arpeggi ripetuti e morbidi che scorrono a filo di quest’acqua, mentre parole si disperdono di fronte a noi, formando una coltre di nebbia leggera, che ammorbidisce ogni cosa, colori, suoni e luci. La nostra piccola barca scivola sicura, sempre più lontana dalla civiltà, sempre più vicina alla riva opposta.

3-Oh Maiden. Siamo arrivati, la nostra fragile imbarcazione ci ha portato a riva, e noi ci avventuriamo su per il sentiero oscuro, muniti di una piccola lanterna ad olio, che flebile ci mostra il cammino. Sentiamo voci intorno a noi, suoni e leggende che si diffondono nella notte e nei ricordi di questo luogo. Esseri sembrano danzare tra gli alberi, non sappiamo dire cosa siano, se spiriti o creature dimenticate dal mondo. Parole senza più significato, occhi senza più palpebre, volti senza più un nome. Una voce sofferente ci guida e ci mostra una strada che non conoscevamo, un sentiero abbandonato molti anni or sono, e mai più calpestato.

4-Vergiessmeinicht. Il sentiero ci ha portato verso una casa abbandonata, nel bosco quieto e solitario. Una luce flebile illumina una delle stanze al piano superiore. Chi sarà mai ad abitare questo luogo? Ci avviciniamo alla porta, ci accorgiamo che è aperta, e ci avventuriamo nel mistero. Giunti alla stanza, ci fermiamo, esitiamo, rimaniamo ad ascoltare. Poi apriamo la porta e ci affacciamo. Un essere fatto di luce e ricordi si presenta a noi, e piange lacrime per un ricordo ormai cancellato, per sofferenze vuote disperse nelle pieghe del tempo.

5-Curtain (Jaw Apoteosis). Attirati dalla nostra presenza, molti altre creature sopraggiungono nella stanza per richiamare la nostra attenzione. Noi rimaniamo in religioso silenzio, e ascoltiamo attentamente ogni lamento, ogni parola, senza giudicare, ma solo ascoltando.

6-The Ribbon. È giunto il momento di tornare a casa. Con un piccolo cenno del capo salutiamo con rispetto queste creature, e ci portiamo nuovamente lungo il sentiero, Il cielo sopra di noi ora è più chiaro, segno che l’alba è quasi giunta ormai. Il bosco, inizialmente così impenetrabile e ostile, ora sembra avere aperto le sue porte a noi, e ci lascia camminare tanquillamente, quasi accompagnandoci verso la nostra meta. Riprendiamo la piccola barca, e con una leggera spinta torniamo alla civiltà.

Grazie Giulia per averci regalato questo splendido lavoro. Attendiamo presto tue notizie e speriamo di poter recensire presto altri tuoi lavori. Un complimento da tutta la redazione.

VOTO: 9

CREDITS:
Music, lyrics, photo by Giulia Parin Zecchin

Drawings by Linda de Zen
Artwork, graphics, lay-out by Marco Zanella
Julinko logo handwriting by Carlo Veneziano
Mixed and Mastered by Zano at Produzioni Rumorose
 
LINKS:
 
 
 
 

Paul – Postrock.it

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OKTOPUS PROVANCE – UNDERNEATH THE SUN

Oktopus
Provance
Underneath the Sun
Oktopus Provance escono potenti dalle casse dello Stereo con un album Rock intenso e trasparente, con un inconfondibile sapore Post Rock.
Oggi allarghiamo un pò le nostre vedute, per parlare di un progetto che non si definisce Post Rock, ma dai sapori e dai contorni sperimentali. 

È sempre un piacere ascoltare band come gli Oktopus Provance. Quando la musica è fatta bene, è fatta bene. Questo quintetto ci convince subito, fin dal primo pezzo. Ci presentanto un range sonoro molto ampio, che spazia dal Rock, al Post Rock, lanciandosi in Riff potenti e dalle chiare influenze Stoner. Questi ragazzi non si precludono nessuna strada, anzi decidono di sentirsi liberi di esprimere tutta la loro arte in questo “Underneath the Sun”.

La voce chiara e cristallina del cantante tiene alti i riflettori fin dal primo brano, mentre riff di chitarre piacevolmente Ambient si accompagnano a momenti potenti e adrenalinici, seguiti fedelmente dalle percussioni, incisive al punto giusto, e da un basso che sa riempire le frequenze giuste, senza strafare, ma tenendo le giuste vibrazioni.

10 brani, 51 minuti di musica rigorosamente nostrana e originale. L’Italia da sempre ha fatto scuola nella musica sperimentale, e questi ragazzi tengono alta la nostra reputazione, con atmosfere psichedeliche e dense di immagini.

Tra i brani che mi hanno colpito di più c’è Eclipse, un momento strumentale degno di nota, con arpeggi di chitarra che si disperdono in una nebbia di pattern synth alla God Is An Astronaut. Un assoluto momento di piacere Post Rock.

Active Generator. Si apre con un super Riff dal sapore Stoner, per lanciarsi in un momento cantato quasi sognante. Questo brano è l’emblema della sperimentazione. Qui troviamo non soltanto cambi di intensità, ma anche cambi di tempo (che il batterista sa giocare con intelligenza, senza cadere nello scontato) e intenzione, creando un viaggio musicale che rende piacevole l’ascolto fino alla fine (non male per un brano di ben 7:17)

Oktopus Provance sanno quando colpire duro, ma sanno anche quando lasciarsi andare ai momenti più delicati e romantici.

Space Cowboy. Come suggerisce sapientemente il titolo, questo brano mischia un sound decisamente Country Folk con sonorità spaziali e di ambientazione, con un risultato davvero interessante.

Nel complesso ci ha impressionato positivamente il progetto, e siamo felici di aggiungere questa recensione al nostro portale. Ci piace ogni tanto uscire dalle righe per raccontarvi di cosa combinano i nostri ragazzi italiani al di fuori del Post Rock, e gli Oktopus Provance ci dimostrano che la sperimentazione si può mettere dappertutto, e in qualsiasi genere.

VOTO: 7

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https://www.facebook.com/oktopusprovance

 
 
 

Paul – Postrock.it

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A GOOD MAN GOES TO WAR – THE SOUND OF A LARGE CROWD

A Good Man
Goes to War
The sounds of a large crowd
The Sound of a Large Crowd è un Album che contiene molto più di 7 canzoni. Questo lavoro racchiude un gioco di suoni, colori e immagini che ne fanno la colonna sonora ideale per un film Post Apocalittico
A Good Man Goes To War, da Torino arrivano fino al nostro Stereo con un album di enorme impatto sonoro.

I ragazzi escono con il loro primo album nella primavera del 2020, nel pieno della prima ondata di pandemia globale, e nella mia mente sono la colonna sonora ideale per questo scenario post apocalittico e surreale in cui ci troviamo a vivere.

Un album che dimostra una maturità sonora impressionante per un primo album. Ambientazioni cinematografiche miste a impressionanti riff monolitici che ci investono e con tutta la loro potenza.

1- Improvising. La Overture di questo album è diretta, senza troppi giri di parole, abbiamo subito un assaggio di quello che il gruppo riesce a sfornare. Suoni di pianoforte e synth si uniscono a percussioni tribali. Il motore si sta scaldando, lo sentiamo. L’ondata sonora è dietro l’angolo. E infatti eccolo, un monolite si erge mastodontico dinnanzi a noi, una chitarra scura e potente che avanza a passi lenti. Basso e Batteria non si risparmiano fin dall’inizio, con un gioco sinergico di ritmiche e sonorità calde, che ci proiettano in un mondo parallelo.

Chiudo gli occhi e mi trovo davanti a un mondo devastato, senza più traccia di vita o di speranza. Un cataclisma forse? Apro la porta e mi avventuro in questo mondo

2- Reflections. I miei passi proseguono incerti, e intanto la mia testa si muove in alto e in basso, tra le macerie di una città che non sembra più esistere. Suoni Synth mi trascinano in questo limbo quasi surreale. Sento qualcosa sotto i miei piedi, guardo in basso, e vedo quel che rimane di una bambola. Chissà a chi apparteneva, chissà se la bambina che la stringeva a sé durante il grande disastro è la fuori da qualche parte. La tengo stretta a me, e una lacrima di incertezza scorre sul mio viso. Alzo lo sguardo ancora una volta, e un raggio di sole fa capolino dietro le macerie del palazzo di fronte. C’è ancora speranza, forse qualcuno è soppravvissuto. Forse un accampamento, da qualche parte. Così il ritmo del brano aumenta, e mi ritrovo a camminare, senza guardare indietro, seguendo quel raggio di sole che mi regala un sogno.

3- All the best memories. È arrivata la notte, e con sè ogni traccia di sicurezza è scomparsa. Davanti a me una vecchia auto, ferma in mezzo alla strada. Apro la portiera e mi nascondo dentro, pronto a trascorrere la notte. Una chitarra sporca piange armonie e traccia dei solchi nell’aria, mentre la batteria lancia una manciata di stelle nell’aria. Il basso vibra costante sotto il nostro suolo, come un eco di qualcosa che si perde nei nostri ricordi. Chiudo gli occhi, ripenso alla mia famiglia, mi chiedo dove siano, e piango come un bambino. Tutti i ricordi affiorano, e gli archi synth mettono a nudo tutta la mia fragilità. Mi lascio andare lentamente, e mi addormento.

4- The bravest moment. Un mattino freddo si presenta davanti a me. Le macerie sono dove le abbiamo lasciate. Ma ora che vedo l’alba, una improvvisa forza mi pervade. Mi sento più forte, più sicuro di me. Apro la portiera, e decido di avventurarmi in questo nuovo mondo. I suoni si susseguono imperativi, sempre più adrenalinici, la batteria incalza, e il rullante intona una marcia di guerra. Vedo morti e dolore intorno a me, ma forse ora ho metabolizzato tutto questo. Guardo avanti, e continuo a camminare, pensando a come sopravvivere a tutto questo. Il basso elettrico mi attira, mi trascina con le sue vibrazioni, e io lo seguo come se fosse un’estensione del mio corpo. Un passo davanti, all’altro, poi inizio a correre, e a correre ancora, senza mai voltarmi, seguendo l’adrenalina che sale. Poi mi fermo, e sento le note di un pianoforte che risuonano nell’aria. Mi volto e ne cerco l’origine.

5- This cold white sky. Lassù, in quel palazzo mezzo distrutto, una ragazza sta suonando note malinconiche. Allora non sono l’unico. Cerco di trovare il coraggio, e supero la soglia di quel palazzo ormai decadente, deciso a raggiungere quel suono. La chitarra di questo intro sembra descrivere la mia ansia, la mia inquietudine. Arrivo davanti alla porta, sento ancora il suono di quel pianoforte che, instancabile e malinconico, risuona intorno a me. La porta è socchiusa, così lentamente entro, cercando di non fare rumore. Mi ritrovo davanti a lei, vedo le braccia e i vestiti logori, l’aria smagrita, gli occhi vitrei, l’ombra di quella che doveva essere una bellissima creatura, ormai senza più vita, mentre suona note dense come la nebbia d’autunno. Decido di mostrarmi a lei, e qualcosa improvvisamente prende vita nei suoi occhi.

6- You have to leave something behind. Dopo un attimo di timore, la povera ragazza decide che si può fidare di me, così in un attimo di disperazione, piangendo silenziosamente, mi abbraccia e ne percepisco tutto il dolore. Ha perso la sua famiglia, durante la notte. Ancora non ricorda come sia possibile, non ha avuto il tempo di realizzare, vedeva solo sangue, sangue ovunque, e sentiva urla, esplosioni, colpi. La ascolto, poi decido di raccontarle la mia storia, fatta anch’essa di dolore e di ricordi. Ora l’andamento del brano cambia decisamente, e i suoni synth si fanno più speranzosi, al tempo stesso quasi solenni.

Alla fine dei nostri dialoghi, cade il silenzio, e un messaggio chiaro si forma nelle nostre menti: “dobbiamo lasciare qualcosa indietro.. per poter andare avanti”

7- Lifeless architecture. E così, ci prepariamo a vivere in questo mondo. Come in tutte le storie, c’è un punto di non ritorno, un momento oltre il quale il protagonista sa benissimo che nulla sarà più come prima. Mi fermo sulla soglia di quella stanza, il mio piede esita, so che facendo un altro passo non potrò più tornare indietro. So che non posso restare in questo posto, devo andare oltre. Chiudo gli occhi, faccio un bel respiro, e proseguo. Le trame di questo ultimo brano si cristallizzano in questo attimo di consapevolezza, costruita su arpeggi di chitarra e percussioni che suonano come se fossero avvolte nel ritmiche di basso. Stringo la mano della ragazza a me, e proseguiamo in questo mondo pieno di pericoli, pronto a combattere, a superare tutto.

Uno spettacolo sonoro e una grande rivelazione sono stati per me questi A Good Man Goes To War. E come tutti i grandi film che si rispettino, ora aspettiamo il prossimo capitolo, il prossimo passo di questa avventura che lascia spazio a molto altro. Come proseguirà l’avventura? I nostri ragazzi torinesi ce lo racconteranno presto.

VOTO: 9

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Paul – Postrock.it

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Post Rock Recensioni

CORNEA – APART

CORNEA

APART
CORNEA. Semplici e devastanti. Un power trio Postrock che da Padova giunge fino a noi con la potenza di un’intera orchestra.

Cornea è un progetto semplice, senza troppi fronzoli, ma che stupisce per l’incredibile complessità sonora che riesce a creare con pochi strumenti. Un power trio? difficile a credersi dopo aver ascoltato questo piccolo capolavoro, dal titolo Apart.

Non è facile trovare band così mature a livello sonoro, soprattutto in un genere così vasto e libero come quello del Postrock. I Cornea convincono subito per la pasta sonora creata dall’unione equilibrata di Chitarra, Synth, basso e batteria. 

1 – Daydreamer – Un inizio a dir poco sognante quello di Apart, che ci delizia con questo brano e ci catapulta subito nello spazio sonoro dei Cornea. La chitarra rieccheggia nell’aria, seguita da suoni synth brillanti e un basso caldo che ci avvolge e ci fa sentire al sicuro. La batteria procede tranquilla, accompagnando l’overture, senza distrarre troppo dai dialoghi armonici. Poi a metà del brano, una chitarra sporca e fa il suo ingresso come un lampo a ciel sereno, lasciandoci apprezzare tutte le vibrazioni calde rese ancora più intense dal gioco di ritmica e armonia.

I Cornea ci ricordano a tratti alcune tra le band più famose del genere, come God is An Astronaut, Mogwai, A perfet Circle, ma si lanciano a volte in sonorità più pesanti e affini a generi come il Doom o lo Stoner Rock e rievocano band come Sleep o Black Sabbath.

2 – Kingdom – Ecco che qui abiamo subito un assaggio di quelle sonorità pesanti e tipiche del Doom appena citate. L’intro del brano non lascia spazio a dubbi con la sua chitarrona spaziale che ci investe con un suono mastodontico e pesante. Subito dopo però abbiamo un cambio di registro e il pezzo prende una piega quasi cyberpunk, con trame sonore futuristiche e adrenaliniche.

Il brano quindi torna a riproporre le sonorità dure e spigolose dell’inizio, alternando un gioco di pulito/distorto e lasciando molto spazio al basso, che rimane molto azzeccato soprattutto nelle parti più pulite.

3 – Will You Heart Grow Fonder? Il brano apre con sonorità piuttosto pulite ma al tempo stesso estremamente scure, lasciandoci pensare a una grotta immersa nella notte, a mostri selvaggi e pesanti che si muovono nell’oscurità e nel mistero. Il brano prende un ritmo quasi ballabile e ci fa muovere la testa avanti e indietro. Il batterista si destreggia alla grande e sa quando iniziare a dare gas, portando il brano ad un livello superiore. a 4:12 riparte il motore alla grande, con una sequenza interessante, portata avanti con un incredibile intreccio di chitarre, basso e percussioni.

Ci sono band che abusano talvolta dei synth credendo di dare così l’impressione di maestosità tipico del genere. Non è questo il caso dei Cornea, che mantengono sempre in primo piano la vera protagonista di ogni canzone, e cioè l’armonia. Sono sinceri, trasparenti, e questo ci piace immensamente.

4 – Saltwater – Dopo averci deliziato con un brano pesante e imponente, i Cornea decidono di regalarci un brano dall’apertura morbida e cristallina, piena di luci e colori soffusi, come Saltwater. Gli arpeggi di chitarra si mischiano con effetti synth e vengono colorati dalle calde note di basso. La batteria mantiene il gioco sostenendo la densità sonora, senza sforzare, senza premere troppo, ma lasciando al brano il tempo di svilupparsi e di penetrare a fondo nell’orecchio dell’ascoltatore. a 3:34 il cambio, ritmi più regolari e ritmati, ci fanno pensare a un cambio d’atmosfera, a un evento in fase di cambiamento. Sul finire del brano ci viene riproposta un’esplosione di colori e suoni, con l’inconfondibile chitarra distorta degli altri brani, che lega insieme i passaggi più importanti di questo percorso.

5 – Sentinels of another Sky – Il brano è iniziato ma ci sembra quasi che l’album non abbia dei momenti definiti. Ci piace ascoltarlo quasi senza guardare il numero della traccia, tanto ci piace il gioco di immagini che si susseguono. Ogni brano però ha il suo carattere, e ce lo dimostrano anche con questo penultimo brano, dal sapore Doom, ma con immancabili tratti sperimentali degni del Postrock che tanto amiamo.

Se vi piacciono i God is An Astronaut sicuramente troverete interessante questo brano, che ripercorre alcune delle loro sonorità, dandoci per qualcosa in più su cui immergere le nostre orecchie.

6 – Diver. I Cornea non potevano scegliere  un titolo più azzeccato per descrivere questo momento conclusivo. Siamo in fase di chiusura, e ci immergiamo ancora una volta nei nostri sogni, cullati dagli arpeggi e dalle vibrazioni che riempiono l’etere. La chitarra qui sembra quasi cantare una litania antica, di cui ormai nessuno rimembra più le parole, ma che esprime la sua tristezza e la sua profondità attraverso il suono stesso delle sue corde. E quindi arriviamo al finale, potente, possente come non mai, assalendoci con uno tsunami di colpi e suoni distorti. In mezzo a questo mare sonoro, sentiamo ancora quel canto disperato, laggiù sul fondo dell’oceano.

I Cornea hanno saputo regalarci un momento di assoluto piacere e speriamo di risentirli al più presto in un nuovo album che saremo sicuramente felici di recensire! Chissà quando li potremo vedere live… speriamo presto! Forza ragazzi, andate avanti così!

Voto: 9

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Paul – Postrock.it

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DID A QUID – JOY DISMISSION

DID A QUID

Joy Dismission
Rock, Psichedelia e un pizzico di Post-Rock. Questo è Did a Quid. Questo è Joy Dismission.

Un percorso interessante quello dei Did a Quid, band campana che (come si intuisce dal nome dell’album) si pone l’obiettivo di rivisitare brani classici derivanti dal rock anni ’70 in chiave psichedelica (con un occhio di riguardo al postrock).

Un album ampio, che ci propone ben 20 brani per un totale di 1h e 32 minuti di psichedelia rock. Canzoni suonate egregiamente, che dimostrano al 100% la validità di questa band nostrana.

Non c’è che dire, fin dal primo brano la band si rivela interessante, degna di nota, con arrangiamenti curati e un suono originale. La chitarra ci ricorda un pò le sonorità Rock classiche dei primi anni ’70, un pò alla Doors, e la batteria ci conferma lo stile un pò retrò, con un suono panoramico e ritmiche serrate. Il basso si muove languido e sinuoso nelle sue scale e la voce ci accompagna lungo la strada.

La psichedelia c’è, il Rock pure, la voce non è niente male. Lo stile caldo e vintage dei brani ci avvolge e ci fa ripensare a uno dei periodi più belli della storia della musica contemporanea.

Recensire un album di tale vastità è sicuramente un compito arduo, quindi preferiamo dedicare qualche parola in più sugli elementi postrock presenti all’interno del disco.

Alcuni brani presentano scelte stilistiche sperimentali e originali, una fra tutte Heart and Soul, un brano che inizia con il suono di un cuore pulsante, che lentamente lascia spazio a pattern di Drum e suoni elettronici dal tipico sapore psychedelic Rock.

I Brani alternano parti classiche (per struttura e intenzione) a momenti strumentali, in cui la sperimentazione si fa sentire e gioca un ruolo chiave nel significato stesso di questo disco.

Ci piace l’idea del disco, ci piace la sonorità e l’ambiente caldo e ospitale in cui l’ascoltatore si può immergere.

Chiudiamo gli occhi per un momento, e ci immaginiamo un Giradischi, pochi amici intimi, un bicchiere di vino e un cielo stellato.

Nel complesso un lavoro interessante. Forse i Did a Quid hanno preso una direzione, ma a tratti questo percorso è incerto: Band Psichedelica Rock o Progetto innovativo Post Rock? Il confine e labile e noi pensiamo che la band possa maturare molto nei prossimi anni per arrivare a prendere una decisione e una direzione. Potrebbero giocare un ruolo importante nello scenario sperimentale italiano, e speriamo che la loro direzione sia questa.

Una piccola critica sul numero dei brani: 20 tracce sono davvero tante, e questa scelta rischia di far disperdere l’impressione che l’ascoltatore si potrebbe fare del progetto. Come si dice spesso in questi casi… Less is more. Consigliamo ai Did a Quid di concentrarsi più sulla sperimentazione e sull’impronta del progetto che sul numero di brani.

Nel complesso: Bravi!

Voto: 6.5

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DEEZER

Paul – Postrock.it

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FRANK NEVER DIES – BEHIND THE PARADOX

Frank Never Dies

Behind The Pradox
La psichedelia diretta, quasi primordiale dei Frank Never Dies ci catapulta in un universo Cyber Punk, colmo di quell’inquietudine futuristica tipica di un romanzo di Asimov

Waiting for a new day. L’inizio di questo album si preannuncia teatrale. Un suono synth molto anni ’80 ci fa da subito drizzare le orecchie, e ci lasciamo subito catturare. Il primo brano inizia, dopo una breve intro dal carattere solenne arriva il ritmo vero e proprio, cadenzato, suonato con attenzione.

Un ambiente un pò dark, un pò Cyber Punk, con una spruzzata di Horror anni ’80, ed ecco qui i Frank Never Dies.

I tappeti sonori del synth di Simona Ferrucci vengono portati avanti per l’intero brano, senza mollare mai di intensita, e contribuiscono all’impatto sonoro creato dall’intreccio tra Chitarra, Basso e Batteria, che si muovono agilmente tra le pieghe di questo album.

Il brano esplode quindi a 2:40, aprendo in tutta la sua melodiosa maestosità un brano dalle mille sfaccettature. Mirko Giuseppone ci regala un assolo di chitarra si stampo romantico, che ci emoziona e ci prepara al secondo brano.

Ashes. Il ritmo dell’album non perde di intensità con questo secondo brano, che prende la rincorsa e si lancia in un ritmo serrato di batteria, suonato egregiamente da Luca Zannini, che ci fa respirare un’aria un pò GIAA. Ci piace l’idea, ci piace l’intenzione. Andiamo avanti ad ascoltare, socchiudendo gli occhi per vivere un pò di questo mondo sonoro.

Ci sentiamo in un libro di Asimov, ci muoviamo per i sobborghi di una città in rovina, tra androidi e esseri umanoidi.

Il brano si ferma per un attimo di riflessione, note di basso si diffondono tristi e malinconiche nell’aria. Maurizio Troia riesce a trasmetterci sensazioni chiare e intense, che noi respiriamo e facciamo nostre. Il brano riprende l’intensità iniziale, per concludere con una serie di pattern sonori di gusto raffinato e dosati con cura.

No signal. Questo brano ci fa respirare una trama postrock con qualche rimando a quel rock psichedelico Floydiano, fatto di assoli e tappeti synth che abbiamo imparato ad amare moltissimo.

Le percussioni si lanciano in una corsa tribale, la chitarra la segue in modo serrato, senza lasciare respiro.

Poi un attimo di riflessione, le chitarre si abbassano.. il synth rimane presente in sottofondo, come una nebbia densa che tutto permane. Il basso ci accoglie in questo nuovo capitolo con note arpeggiate. Da qui un climax che aumenta fino ad esplodere con un assolo degno di questo brano.

Reborn. Anche in questo brano la psichedelia non manca. E le note di synth cantano accompagnate da atmosfere attentamente studiate per dare a noi ascoltatori sensazioni multiple, contrastanti, che si alternano: malinconia, speranza, inquietudine, amore.

Clubber Lang. I Frank Never Dies dimostrano di avere un suono maturo, studiato e ci regalano un album molto interessante, con un’atmosfera chiara e trasparente che si avverte per tutto il percorso sonoro. Questo brano parla la stessa lingua. Gli effetti Synth si susseguono, mai scontati, e la chitarra riesce a dare sostegno in modo incredibile grazie ad un gioco di arpeggiati ed effetti digitali. Le ritmiche fanno da padrone in questo quinto brano.

The compleat traveller in black.

Immagina un viaggio senza fine, in un mondo futuristico di cui ha perso ogni punto di riferimento. Sai chi sei, ma non sai dove ti trovi, non sai se sei al sicuro oppure se sei in pericolo..

Ecco l’aria che respiriamo in questo penultimo brano. Grazie ai meravigliosi effetti sonori e a momenti di basso e chitarra intensi e chiari, arriviamo alla fine di questo brano con la voglia di risentirlo dal principio.

Meet Again. Forse un messaggio di speranza, l’intenzione di rivederci presto dopo la pandemia che dilaga su questo pianeta, o la promessa di rivedere presto i nostri bravissimi Frank Never Dies tra le recensioni del nostro sito Postrock.it  , ed ecco che l’ultimo brano fa capolino su questo stereo. È stato un viaggio piacevole, romantico, e ci dispiace quasi che sia già giunta la fine.

Ascoltiamo questo brano e facciamo tanti complimenti a tutta la band, che entra a far parte sicuramente delle band più promettenti del panorama italiano Post Rock di questo 2020.

Chissà che cosa ci riserveranno i nostri ragazzi per il futuro. Attendiamo con ansia, e speriamo di vederli presto…dal vivo magari!

VOTO: 8

 
Membri

Guitar – Mirko Giuseppone

Synth & Guitar – Simona Ferrucci

Bass – Maurizio Troia

Drums – Luca Zannini

 
Etichetta discografica
BloodRock Records
 
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