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Insight dei Distant Landscape di Roma. Date un ascolto!

Insight dei Distant Landscape

Date un ascolto!
Sto ascoltando “Insight”, il disco dei “Distant Landscape”.


Partiamo con la recensione di oggi, quindi, scritta come al solito durante l’ascolto, in cui sono già totalmente immersa da un po’.


Il primo brano immediatamente mi trasporta in un ambiente gotico, l’influenza infatti del sound Gothic si sente fin dalle prime note, confermandosi poi con l’ingresso della voce del cantante.

Le ritmiche lente e cadenzate, comunque, non abbandonano la linea guida del genere post rock, che continua ad accompagnarmi durante tutto l’ascolto, a partire dalle atmosfere intense di “Same Mistake”. E questa idea permane anche durante l’ascolto di “Cage Inside Us”.

Ombroso l’inizio, chitarra scura e Doom, lentezza e sospensione per poi generare l’apertura del brano al terzo minuto. Qui l’influenza gotica scompare per i primi secondi, lasciando stridere i suoni tipici del post rock, tra gli effetti e le atmosfere che trasportano l’ascoltatore in altri mondi. Riappare l’ambient caratteristico della band con il ritorno della voce nel ritornello.


Apprezzo personalmente le armonie selezionate da questi ragazzi, armonie che si vengono a creare sia tra gli strumenti che tra le voci. Una caratteristica corale che manca nello scenario italiano musicale degli ultimi anni, forse considerato fuori moda dalla critica, chi lo sa. Dal mio punto di vista, l’uso delle voci e degli incroci tra queste, è uno dei punti di forza dei Distant Landscape. Ne ho avuto conferma, infatti, ascoltando la successiva traccia.

“First Inisght” ha un inizio inaspettato, ci illude che sia quasi una ballata acustica, fin quando l’ingresso dei synth non danno l’incipit al cuore della canzone, poco dopo il secondo minuto. L’ingresso della voce femminile accarezza delicata la voce maschile in un susseguirsi di botta e risposta dal tratto quasi angelico, una voce delicata e potente allo stesso tempo che scompare dopo circa un minuto, lasciando spazio al susseguirsi di armonie, una miscela di suoni che ci riportano con i piedi nel post rock più classico, allontanandoci dalla ballata iniziale e allontanandoci dalle forte influenza gothic che abbiano incontrato nel resto degli ascolti. E’ indubbiamente il brano più “romantico” tra questi ascolti, ma non la considero un punto a sfavore, anzi.

“The Desire” ha una partenza più decisa, non lascia interrogativi su quale sia il genere predominante di questi otto minuti. “The Change” ci dona ulteriore conferma di questo confine labile tra i generi: doom, gothic, post rock, Metal melodico, è davvero molto difficile dare una definizione, ma sono dell’idea che… insomma, perché bisogna darla per forza, questa etichetta?

Il mondo del “post-“ è già qualcosa di estremamente generico, difficilmente etichettabile in qualcosa di più preciso e mi piace così.

“The Love of a Mother for Her Sons” ipnotizza grazie agli arpeggi ed alla voce della cantante e tastierista che sembra quasi recitare una poesia, un inno, mettendo la propria emozione e trasmettendo a noi emozioni intime, fino al quarto minuto inoltrato. Una scia di malinconia scorre in tutto il brano e si annusa in tutti gli altri ascolti, fino alla fine.





“Distand Landscape”, è una conferma a tutti i pensieri e le aspettative che si sono create durante l’ascolto. Trovo che il progetto sia molto valido, pur non presentando elementi elettronici. Da brava amante del “classico” quale sono, ho apprezzato la scelta nella composizione, semplice ma sempre efficace e di impatto. Lo stesso vale per la scelta delle armonie vocali e strumentali. E’ un progetto in continua evoluzione, si sente dalla varietà di messaggi che hanno voluto indicarci in tutto l’album. Questi ragazzi hanno sicuramente molto da dire e con questo primo album stanno cercando di dircelo. Forse devono ancora trovare la direzione che accomuni tutti e fare alcune scelte stilistiche più definite (ricordando che il progetto era nato dalla sola mente di Marco Spiridigliozzi e che solo in seguito è stata formata l’intera band!).

Ma non manca la personalità ed il talento.


https://www.youtube.com/watch?v=qf4LeBgRB7c


Un altro ascolto consigliato da postrock.it!

Voto: 7 e mezzo

Membri:

Marco Spiridigliozzi [Vocals/Guitar]
Francesca Giuditta [Vocals/Keyboard]
Alessio Rossetti [Backing Vocals/Guitar]
Andrea Biondi [Drums] rimpiazzato da Matteo Massitti nel dicembre 2017
Fabio Crognale [Bass]

Tracklist:

1. Same Mistake
2. Cage Inside Us
3. First Insight
4. The Desire
5. The Change
6. The Love of a Mother for her Sons
7. Distant Landscape

Contatti: 

Facebook: www.facebook.com/distantlandscape
Youtube: www.youtube.com/channel/UCFI29i9pMpmbAYHYguFB6sg
Instagram: www.instagram.com/distantlandscapeband/
Soundcloud: https://soundcloud.com/distantlandscape

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I “John Malkovitch!” ci catapultano in una nuova dimensione sonora. Un viaggio da percorrere.

John Malkovitch!

Ci catapultano in una nuova dimensione sonora
“Eerie” è uno stato d’animo, il racconto in musica della degenerazione tecnologica, un disco dai suoni alienanti che mescola kraut rock, elettronica e space rock con derive psichedeliche.”


La recensione di quest’oggi nasce sulle note e sulle atmosfere di un progetto chiamato “John Malkovitch!”, fondato nel 2016 a Todi. “The Irresistible New Cult of Solenium” è uscito nel gennaio del 2018, co-prodotto da più labels, con l’intento di catapultare l’ascoltatore in una dimensione sonora tridimensionale. Andiamo ora ad analizzare ogni singolo brano, per capire se ci sono riusciti.

“Darker Underneath the Surface” è il primo brano dei quattro, nonché mio primo ascolto. Questi ragazzi sono riusciti già dai primi suoni a trasmettermi un senso di inquietudine, crearmi una sorta di instabilità mentale, come quando stai facendo un sogno lucido e non hai ben chiaro se stai realmente sognando o c’è un fondo, anche piccolo, di realtà. Dura circa un minuto questa reazione quasi d’ansia, per addolcirsi flebile con l’entrata della chitarra. Delicata, dolce, una piuma in mezzo all’instabilità di una dura e nuova dimensione. Si fa attendere la vera e propria apertura della canzone, circa sui quattro minuti, ma è un’attesa che si sposa perfettamente con il genere e che ti soddisfa totalmente quando giunge.



“Twice In a Moment, Once In A Lifetime”, la seconda traccia, non si fa attendere quanto la prima. Già intorno al secondo minuto, si fa conoscere, si fa sentire, ti spinge a proseguire l’ascolto in questo turbine di sensazioni. Man mano che l’ascolto prosegue, questo tunnel d’incoscienza si fa sempre più astratto e concreto allo stesso tempo. E’ reale o meno, è concreto o meno, è un sogno o meno? Ti inghiotte sempre di più, un ascolto profondo, ma del resto, si sa… chi vuole ascoltare qualcosa di poco impegnativo, non si fionda sicuramente nel post rock. Sì, è un ascolto impegnativo, come tutta la musica che ha un valore, come tutta la musica che ti spinge ad andare oltre, a pensare, a riflettere su quello che siamo, su cosa siamo.

E si placa il tunnel, a circa cinque minuti. Rallenta, ritmi cadenzati, costanti, a volte quasi affini al doom, scuri come lo stoner. E in questi momenti di “pausa” ti poni delle domande, hai quasi il tempo sufficiente per rispondere. Forse stai quasi per darti qualche risposta, ma non ne hai il tempo. Perché la cassa batte come un tamburo e non dona sentenza alcuna, si riprende il percorso proprio quando pensi di aver raggiunto qualcosa. La tua mano si allunga, stai quasi per afferrare qualche certezza… ma spariscono, nel nulla. E nel minuto nove, ti ritrovi in un altro mondo, quasi fosse un’altra canzone. Rabbia, caos, instabilità forse, guerra. Le certezze che credevi di aver raggiunto ti hanno abbandonato, ti guardi attorno, cerchi un appiglio, ma non trovi niente. Emozionante.



“Zenit” parte come un risveglio, la quiete dopo la tempesta. Immagino degli occhi che iniziano ad aprirsi, lentamente, ad osservare in maniera confusionaria l’orizzonte. La traccia che trovo più malinconica, più sentimentale, forse. E per questo, forse, la mia preferita. La chitarra pulita dal terzo minuto ritorna con quel tocco delicato del primo brano, miscelandosi perfettamente con i synth, l’ambiente e tutto quello che è stato creato attorno ai suoni principali di questa traccia. Come una vera e propria rapsodia cambia più volte, varia, lasciando immaginare nuovi spazi e nuovi orizzonti per raggiungere poi il finale, dove le chitarre stridono come urla umane.
Buio e notturno l’inizio di “Nadir”, quarto e ultimo brano di questo disco. Nella mia mente appaiono porte che scricchiolano, un cammino lento e inquietante, decisamente opposto al senso di speranza e di risveglio che riscontro invece ascoltando “Zenit”. Tutto questo fino al quinto minuto, dove immagino una corsa sfrenata verso una presunta salvezza, scappando da ogni sorta di paura, la paura dell’ignoto.
Un viaggio e un senso logico, in sole quattro canzoni.



Questo è stato il mio personale “viaggio”, ascoltando questo splendido album. Non è detto che le mie sensazioni siano esattamente quelle che questi ragazzi volevano trasmettere, così come non è detto che voi proviate le mie stesse sensazioni.
Ma le ho provate. E questo è sufficiente per consigliarvi di ascoltarlo.

Voto: 9

Tracklist:

    1. Darker Underneath the Surface
    2. Twice In a Moment, Once In A Lifetime
    3. Zenit
    4. Nadir

Membri:

Luca Santi – Chitarra
Leonardo Tommasi – Chitarra
Manuel Negozio – Basso
Francesco Tiberi – Batteria

Etichetta:



Dingleberry Records
I Dischi del Minollo
Edison Box
Mehr Licht Records & False Hopes

Contatti:

 
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“Follow Me When I Leave”, secondo lavoro dei Babel Fish

Follow Me When I Leave

Secondo lavoro dei Babel Fish
Follow Me When I Leave, secondo lavoro dei Babel Fish.

La band, nata nel Novembre 2015, mi teletrasporta immediatamente in un nuovo mondo, fin dalle prime note di “Morning Birds”, il primo dei quattro pezzi dell’EP che stiamo presentando. La miscela di post-rock, art-rock e shoegaze lasciano senza fiato, soprattutto per l’uso che fanno della voce all’interno di brani che sposano l’attitudine dello strumentale. Interessante infatti la scelta di partire con la voce, togliendola durante l’apertura vera e propria del primo brano, tanto attesa e giunta solo al terzo minuto. Esplosione di suoni.

“TGD” ha una partenza sospesa, a tratti ansiogena, che prende forma con l’entrata della voce: sonorità che difficilmente permettono di distinguere la realtà dall’immaginazione, catapultando in un mondo del tutto nuovo, interiore o esteriore non ne ho realmente idea, ma sicuramente un mondo nuovo. Persino il video, infatti, mostra alcune scene del film muto del 1920, “Il Gabinetto del Dottor Caligari” di Robert Wiene. Scelta colta e intelligente. La scenografia, di fatti, si sposa benissimo con la canzone, trasformata qui in una vera e propria colonna sonora.

Il terzo brano, “Veins” ha un primo approccio più ritmato e diretto, rispetto alle altre canzoni. Di fatti la chitarra esplosiva non tarda a farsi sentire, dopo appena trenta secondi. La melodia principale continua a martellare frenetica nella mia mente di ascoltatrice, mentre tutto intorno si crea un ambient puro e potente. Circa un minuto di pace viene a seguire, con una sola chitarra, come un pianto nelle mie orecchie. E successivamente accorrono gli altri strumenti a dargli quasi conforto.

Il mio ascolto favorito di questo EP, registrato al Bombanella Soundscapes, è stato senza ombra di dubbio “Veins”, anche se devo ammettere che “Follow Me When I Leave”, il brano che ha dato il titolo a questo EP, rappresenta sicuramente meglio il genere che appropria questi ragazzi, creatori di un progetto che vale davvero la pena ascoltare, in un mondo musicale dove oramai davvero in pochi hanno le idee chiare. La tematica principale, infatti, è l’assenza di movimento, di definizione e di significato. Un’assenza che va esplorata con cautela e senza pregiudizio, per potersi rivelare un terreno fertile ad una nuova rinascita.

Voto: 7

Membri:

Giordano Calvanese: batteria
Gabriele Manzini: chitarra e voce
Matteo Vezzelli: basso
Edoardo Zagni:chitarra

Tracklist:

Morning Birds
TGD
Veins
Follow Me When I Leave

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/babelfishofficial/
Ufficio Stampa: [email protected] 

J. Postorock.it

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I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!

Windbreak

Define Us
I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!


I Windbreak sono una band portoghese che abbracci diversi generi, proprio come è di mio gradimento. Si definiscono post rock/post Metal, ma mi azzardo ad aggiungere che la loro musica esclusivamente strumentale ha diverse influenze anche progressive, come è di mio gradimento.

L’album che sto ascoltando in questo momento, il loro primo e unico attualmente, si intitola “Define Us”. Il modo migliore per recensire un album, a mio parere, è farlo proprio mentre lo si ascolta. Perché ti lasci cullare dal suono nella sua essenza, fin dalla prima nota, senza lasciarsi influenzare da pensieri o paragoni. Semplicemente musica.

Si intuisce fin dalla prima traccia, Native Soil, che non è una semplice canzone scritta e pubblicata, ma è il punto di partenza di una storia. E man mano che continuo ad ascoltare, mi accorgo di quanto la loro musica sia un viaggio tra mille luoghi, forse concreti, forse personalizzabili per ogni ascoltatore. “Hidden Cross”, la continuazione, più ambiente, più melodiosa, i synth sembrano la carezza delle onde del mare, tra venti e rumori di sottofondi affatto casuali. La chitarra parte morbida, pulita, in quello che sarà la continuazione di questo viaggio, fino a raggiungere “Magnolia”, terza traccia dalla partenza più ritmata, dalle note taglienti e dall’atmosfera combattiva. Ecco che la parte post rock inizia lentamente a lasciare spazio a qualcosa di più progressivo. Si intuisce da questo incipit, fin quando la canzone non raggiunge un finale più aggressivo, che continuerà di fatti con “Klameth”, dove la chitarra distorta dona il suo primo avviso di quanto possa essere aggressiva la musica nella sua progressione. E di fatti questo brano evidenzia la loro influenza Post Metal più di ogni altro, probabilmente, di tutto l’album. Si distaccano dagli altri generi sopra citati, in questi ultimi due minuti di canzone, sia per l’assolo di chitarra, sia per la cavalcata finale che, chi ama la sperimentazione comunque, non dovrebbe disprezzare. “From The Ashes” ha una partenza aggressiva, con l’inserimento di una voce e di una linea vocale. Un urlo che lascia comunque trasparire, seppur celata, una linea melodica facilmente tracciabile.





Personalmente preferisco la musica strumentale, ma le sperimentazioni sono sempre ben accette, soprattutto da band che amano osare, come i Windbreak. Ritorniamo però intorno al quarto minuto di ascolto nel paradiso dell’influenza post rock che fortunatamente non ci ha abbandonato del tutto, con le chitarre più lente, melodiche, cadenzate ma mai noiose, così come la batteria, fino all’esaurimento dell’energia iniziale, con un finale lento e riassestante, che ho apprezzato davvero molto. Arriviamo così all’ultima traccia “Stargazing”, l’apertura con un arpeggio accompagnato da un giro di basso che ha questa volta maggiore valore rispetto al resto dell’album, è un punto a favore, così come la scelta di aggiungere il suono di un sax, tornando così sulla scena prog.

https://www.youtube.com/watch?v=cpGts0sXB6c


Tutto sommato è un genere che mi piace, vedo nei Windbreak del potenziale e attendo con ansia altri loro lavori.

Voto: 7 e mezzo

Tracklist:

  1. Native Soil
  2. Hidden Cross
  3. Magnolia
  4. Klameth
  5. From the Ashes
  6. Stargazing

Membri:

Sérgio Pinho – Chitarra, voce
Hugo Amorim – Batteria
Eduardo Pinho – Basso
João Almeida – Chitarra

Label:

https://www.facebook.com/OutroRecordsLabel/

Contatti:

Bandcamp: https://windbreak.bandcamp.com/releases
Spotify: https://open.spotify.com/album/0feTOnKvfndh3FlHZfXETO
Instagram: https://www.instagram.com/windbreakband/
Twitter: https://twitter.com/windbreakband
Facebook: https://www.facebook.com/windbreakofficial/

J. Postrock.it


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Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo

Harmonices Mundi

Norma Cluster
Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo


Un EP che merita davvero di essere ascoltato.

Sto parlando dei Norma Cluster.

Ottima presentazione di partenza con il loro “Harmonices mundi”, e già il titolo devo dire che mi attirava, prima ancora di cominciare a sentire i tre brani.

Partiamo dal primo, 1572 Supernova, con cui la band di Vercelli decide di aprire la triade. E non solo, in quanto è stato il vero e proprio singolo d’esordio un paio di anni fa. GIà, perché dopo ben due anni, i Norma Cluster hanno dato vita ad Harmonices Mundi, precisamente il 15 febbraio del 2017.

Chitarra pulita, nitida, un sottofondo di immancabili synth che rendono atmosferico tutto l’ambiente sonoro in cui ci troviamo in questo momento. E da cui faccio, personalmente, fatica ad uscire. Soprattutto quando a pochi secondi dal terzo minuto, arriva la tanto attesa apertura del brano, che si completa qualche secondo più avanti con la scelta di un synth ulteriore che diventa protagonista, con una melodia predominante. La chitarra in tutto questo accompagna, senza mai risultare noiosa, fino al termine del brano, degno di una colonna sonora. Non ci delude neanche la seconda scelta, Tychonian, nonostante i suoi sette minuti. Già, perché cari lettori, se siete tra quelli convinti che la musica debba durare non oltre i tre minuti di ascolto, avete proprio sbagliato genere musicale da seguire. La musica non durata, la musica è musica e scorre nei nostri animi e nei nostri strumenti, nelle nostre orecchie, nel nostro corpo. E i Norma Cluster ci sono riusciti, con un sound sconvolgente, molto simile ai God Is an Astronaut, soprattutto durante l’apertura sonora dei brani, come avviene al minuto due di Tychonian, dove synth melodiosi si intrecciano come un docile disturbo alle chitarre, mentre la batteria in tutto questo non fa altro che donare una ritmica semplice ma cadenzata, fondamentale per il genere che non occorre di virtuosismi quanto invece di sentimento.

E niente parole per l’ultimo brano, “Primum movens”, in assoluto il mio preferito. La descrizione ed il sentimento che ha evocato in me è stato molto forte, come tutte le band che hanno la capacità di trasmettermi qualcosa di profondo. Attualmente i Norma Cluster sono a lavoro per del nuovo materiale e personalmente non vedo l’ora di poter ascoltare le loro nuove uscite.

I tre brani si collegano perfettamente tra di loro, i suoni sono stati accuratamente scelti e si sente, così come la qualità di registrazione. Forse avrei preferito sentire una maggiore dinamicità all’interno dei brani, più cambi e maggiori evoluzioni sonore. Ma non è detto che non si riesca a sentire questo piccolo tassello mancante nelle nuove registrazioni in arrivo.

Buon lavoro quindi ai Norma Cluster, attendiamo tutti le nuove uscite!

Voto 8

Membri:

Eugenio Nicolella: Chitarra
Emanuele Peluffo: Basso
Marco Massa: Batteria
Nicolò Zappariello: Basso
Giacomo Pirovano: Chitarra 
 

Contatti:

Facebook: https://normacluster.bandcamp.com
Bandcamp: https://normacluster.bandcamp.com

Tracklist:

  1. 1572, Supernova
  2. Tychonian
  3. Primum movens
 

J. Postrock.it

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Wailing Of The Leonids dei When the Light Dies, una rivelazione dalla svizzera.

Wailing Of The Leonids

When the Light Dies
Solo il nome di questa band Svizzera (di La Chaux-de-Fonds) mi ha dato l’idea che fossero già “Famosi”. Non so perchè. Forse perché mi ricorda qualche altra band, forse perché semplicemente ci hanno azzeccato e basta.


L’Album che presentiamo oggi, uscito il 10 Marzo del 2017, si intitola “Wailing of The Leonids”, sotto l’etichetta Vitruve Records. 

L’Intro, The Ascent, catapulta immediatamente in un nuovo mondo. Il rumore del vento, con un sunto leggero in sottofondo di qualcosa di “alieno”, mi fa venire in mente un teletrasporto all’interno di una navicella spaziale. Non so se era esattamente questo il loro intento o meno, ma mi ha causato questa sensazione, coperta da un velo di inquietudine generale. E le emozioni forti, a me, son quelle che piacciono di più. Questo “rumore”, che poi rumore non è, ti lascia in una sensazione di sospensione fin dall’inizio, il synth appare più chiaro e delineato nell’ultimo minuto di Intro, una suspance un po’ horror che si conclude di netto, continuando come un “concept” vero comanda, con “The Irrelevant (question of time and distance)”. Appare una chitarra, dal nulla, poi una batteria, e qui il pezzo reale incomincia. Più potente e meno delicato di quanto possa essere il postrock al loro cospetto, direi che la loro influenza postmetal è più accentuata, sia come scelta di suono che come arrangiamento generale. La parte melodica appare comunque, immancabile, quasi al terzo minuto, proseguendo con una parte più carica dalle armonie delle chitarre ben delineate, definite, curate.

Con “Kassier Syndrome” rimangono all’attivo i suoni freddi e permane nella mia mente lo stesso scenario futuristico dell’inizio, con un’atmosfera se possibile ancora più pesante. I dieci minuti che trovo sulla barra d’ascolto non mi scoraggiano per niente, anzi, mi spronano ad andare avanti, fino alla fine, per sapere quale sarà lo scenario post-apocalittico che seguirà questo terzo step del concept album. “Divine” e “Nebula” sono sicuramente i brani più nitidi, luminosi, “allegri” per così dire dell’intero album. Sembra che l’atmosfera cupa dell’inizio si sia leggermente allontanata. Si alternano parti più aggressive a suoni melodici tipici dell’arrangiamento post rock strumentale, ma le armonie e la scelta dei suoni sono decisamente schiarite, soprattutto in “Nebula” che ha apparentemente il classico approccio di una ballata che va poi ad esplodere quasi al settimo minuto d’ascolto. Il mio punto in assoluto preferito dell’interno album. Undici minuti e cinquantadue secondi che non saranno tempo sprecato, ve lo assicuro. 

Con “Helix” (the eye of god) ritorna un suono scuro, decisamente più minaccioso dell’inizio, che ricade nell’arrendevolezza di queste poche note al  pianoforte negli ultimi secondi di traccia, che ricordano quasi lacrime scorrere lente. Con il fiato sospeso attendiamo l’ultima canzone, dal titolo dell’Album stesso. Ululati appaiono alle mie orecchie, suoni caotici, quasi come l’inizio, ma che hanno tutto un’altro sapore a fine brano. I synth futuristici riappaiono senza indulgenza, lasciando spazio lentamente alla chitarra, fin quando l’epopea del brano non spazza via ogni cosa: la parte più epica di tutto l’album appare di colpo circa al settimo minuto. Scene appena la dinamica dopo poco, per esplodere qualche minuto prima della fine, una seconda volta. Questa volta in modo radicale, definitivo. Un Caos però ben studiato, delineato, che non genera confusione ma bensì chiarezza a chi ascolta. A me, ha dato l’idea che questa navicella spaziale abbia preso il volo. 

I When the Light Dies non hanno nulla da invidiare a band da cui traggono ispirazione come Russian Circle, Isis o Pelican. 

Un vortice strumentale di estrema bellezza. Una vera rivelazione.

Voto: 9

Tracklist: 

  1. The Ascent (Intro)
  2. The Irrelevant (question of time and distance)
  3. Kessier Syndrome
  4. Divine
  5. Nebula
  6. Helix (the eye of god)
  7. Wailing of the Leonids

Contatti:

http://wtld.bandcamp.com

www.soundcloud.com/wtld

www.igroove.ch/product/1089/ep/

www.twitter.com/Whenthelightdies

J. Postrock.it

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Echo Atom: un trio postrock/prog che merita davvero.

Echo Atom

Un trio postrock/prog che merita davvero
Dopo queste vacanze natalizie appena trascorse, beh, è un piacere ripartire con gli Echo Atom.


Questi tre ragazzi (Walter Santu – chitarra, Giuseppe Voltarella – basso e Alessandro Fazio – batteria) si sono riuniti nel luglio del 2016 creando questo sound dalle chiare tendenze post rock/progressive. Musica puramente strumentale e che quindi parte con un punto a favore per mio gusto personale.

Su Soundcloud potete ascoltare solo tre brani, ma ne vale davvero la pena incominciare da questi, con la speranza di avere al più presto un Album tra le mani.

Redemption è il loro primo singolo, prima canzone che potete ascoltare sul sopracitato sito.

A primo impatto sono apparsi nella mia mente gli Explosions in the Sky. A tratti, ho visionato i Caspian, proprio perché la chitarra sembra essere lo strumento principale in questa prima canzone. Un viaggio attraverso vari scenari il cui scopo ultimo è chiaramente la redenzione. Le immagini subentrano nitide davanti agli occhi semplicemente ascoltando, il che significa che sono riusciti nel loro intento.

La seconda canzone Path, è caratterizzata da un bel giro di basso, che dona un valore aggiunto rispetto alla prima canzone. La chitarra non passa comunque mai in secondo piano, soprattutto nell’ultima parte della canzone che assume un sound più moderno che non mi dispiace per niente. Sono sempre pro sperimentazione, soprattutto quando si possono fare grandi cose con solo tre strumenti. Il brano non risulta mai vuoto, nonostante tutto, ed è una grande riuscita.

L’ultimo brano, che sto ascoltando proprio in questo momento, si intitola Awakening.

Chissà perché ogni volta che ascolto la “terza canzone”, in generale, di qualche album… trovo sempre che sia la più bella. Ed anche in questo caso è così, secondo mio gusto personale. L’inizio della canzone è post rock allo stato puro, si crea finalmente l’ambient che ho sempre ricercato in ogni singola canzone che ascolto. La chitarra non abbandona un giro armonico molto orecchiabile, unendo un urlo strumentale che appare quasi come un synth. Dopo il primo minuto, anche meno, la parte “prog” che influenza il trio ritorna in vita anche in quest’ultimo brano, unendo, amalgamando, fondendo completamente i due generi.

Che dire, Echo Atom, ottimo lavoro… e adesso aspettiamo il vostro disco!

Voto: 7 

Tracklist:

1. Redemption
2. Path
3. Awakening

Membri:

Walter Santu: Chitarra
Giuseppe Voltarella: Basso
Alessandro Fazio: Batteria

Contatti: 

https://soundcloud.com/user-241124265

https://www.facebook.com/echoatom/

J. – Postrock.it

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Ritornano i Do Make Say Think con l’album Stubborn Persistent Illusions

Do Make Say Think

Stubborn Persistent Illusions
Ritornano i Do Make Say Think con l’album Stubborn Persistent Illusions


Do Make Say Think. Carriera ventennale, sicuramente non si tratta di musica emergente. Sono stati in grado di creare un mix tra il jazz, il rock progressivo e chiaramente l’elettronica. Tutto questo, riunito in un solo genere? Post Rock.

Stubborn Persistent Illusion è un album autoprodotto che si ispira alla filosofia buddhista, un ambient in grado di trasportarci in un’altra dimensione, senza dubbio.

Partiamo già con l’atmosfera creata da War On Torpor: senza fiato. In un unico brano, si passa dall’atmosfera cupa a più vivace, un’esplosione che incombe nelle nostre orecchie, per poi catapultarci in un mondo ancora diverso da quello precedente. Una rapsodia che non analizza l’album per interno, ma canzone per canzone, addirittura. Le ritmiche e le armonizzazioni strumentali sono accurate, studiate, mai banali. Se vi annoia, signori, avete sbagliato genere.

L’utilizzo dei fiati e tastiere synth è una caratteristica piuttosto peculiare della band, il come, il modo, lo stile, l’arrangiamento a tratti dall’animo jazzistico. Una caratteristica inconfondibile, come possiamo sentire nell’introduzione di Bound. Un arpeggiatore che sinceramente saprei riconoscere tra mille, dal tocco spaziale. Ancora di più in Return, Return Again, di cui mi hanno affascinato più che altro i tempi, la prima preferita. A mio parere non annoia mai l’idea di trasmettere in musica un’idea o una filosofia. Certo, lo hanno fatto in molti. Ma l’importante è farlo bene, non farlo e basta. E i tratti selvaggi, addolciti dall’uso dei fiati, lasciando trapelare una reazione selvaggia ed allo stesso tempo sognatrice.

Un sogno quindi lucido o ad occhi aperti, una realtà apparente, tutto quello che ci vuole in una band di musica strumentale in grado di farti viaggiare. Ascoltate immaginando un video che scorre, paesaggi creati dalla vostra mente, con delle immagini a vostra scelta, reali o impalpabili.

Se questo accade, i DMST sono riusciti nel loro intento.

Voto: 8

Tracklist:

1. War On Torpor
2. Horripilation
3. Murder Of Thoughts
4. Bound
5. And Boundless
6. Her Eyes On The Horizon
7.As Far As The Eye Can See
8. Shlomo’s Son
9. Return, Return Again

J. Postrock.it

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“The Fearmonger” dei Northern Lines: oltre ogni barriera musicale.

The Fearmonger

Northern Lines
“The Fearmonger” è stata una sorpresa. E leggendo, capirete il perchè.


Il suono dei Northern Lines, spezza volutamente il vecchio sentiero hard rock. E questo, si percepisce già dai primi minuti di Mast Cell Disorder. Fin qui non ci piove.

Il trio, composto da Cristiano Schirò alla batteria, Alberto Lo Bascio alla chitarra e Stefano Silvestri al basso, ha dato alla luce un album fuori dagli schemi per il genere trattato, influenzato sì dal sound anni ’70… ma dovete ascoltarlo tutto, per capire. Già, perché la vostra idea di base cambierà sicuramente durante l’ascolto, proprio come è capitato a me.

Ma proseguiamo un pezzo alla volta. Partiamo dal presupposto che è si tratta di musica strumentale e non facilmente etichettabile in un solo genere: ecco spiegato il perché è recensito su questa pagina, pur non essendo il “classico” post rock a cui siamo abituati.

Le chitarre partono volutamente ripetitive, come possiamo sentire in Shockwave. Si sente, di fatti, l’influenza che gli ascolti dei romani hanno avuto sul loro prodotto: Led Zeppelin, Pink Floyd, Deep Purple, ma anche The Aristocrats e Rush. Fortunatamente però, hanno saputo spezzare il già sentito sound dei classici, proponendo il loro meglio con tempi dispari, l’aggiunta di un melodioso pianoforte che possiamo sentire già dal primo brano, synth, hammond e atmosfere palpabili durante tutto l’ascolto.

Ma cos’è che mi ha spiazzata di “The Fearmonger”? E’ un buon album strumentale che non annoia, certo… ma proprio quando stavo per etichettare l’album sotto un genere, di fatti, ne è apparso un altro. E poi un altro ancora. E ancora uno.

Con Nightwalk, tutto ciò che avete sentito prima scompare, dando vita ad un suono estremamente più fantasioso, a tratti funky, a tratti blues. Intrecci fusion, jazz, la parte hard rock sembra essersi assopita. Un tocco sperimentale e chiaramente ludico si percepisce in Machine Man, già dalle prime note: tango? Proprio così. Tutto si può unire, tutto si può aggiungere, tutto si può tentare.

Basta semplicemente osare e questi ragazzi lo hanno fatto.

A seguire, l’album continua una serie di sperimentazioni che si allontanano sempre di più dal primo titolo della lista. Un tocco di prog dal facile ascolto con Meteor, per poi proseguire con brani dal tocco più malinconico, come Apathy Field, in assoluto il mio preferito. E il gran finale sulla scia del precedente, con Most People Are Dead.

Perché lo consiglio? Perché “The Fearmonger” parte con un genere e termina con un altro, passando tra infiniti altri, dalle mille sfaccettature e non sempre facilmente etichettabili. Lo consiglio perché è un lavoro intenso e strumentale, dove il tema della morte viene affrontato perfettamente in ogni sua fase: la paura iniziale, l’instabilità, l’arrendevolezza. Tutti sentimenti che ho personalmente provato durante l’ascolto e che, probabilmente, sono soggettivi. Ma tutto ciò mi spinge a consigliarlo, perché se un album trasmette qualcosa, allora merita di essere condiviso.

Voto: 7.5

Tracklist:

1.Mast Cell Disorder
2.Session 1
3.Shock Wave
4.Nightwalk
5.Session 2
6.Machine Man
7.Meteor
8.Jukurrpa
9.Toward The End
10.Apathy Field
11.Moste People Are Dead

Label: Autoproduzione
Genere: Progressive Metal
Anno: 2017

Membri:

Alberto Lo Bascio: Chitarra
Stefano Silvestri: Basso e Synth
Cristiano Schirò: basso

Contatti:

https://www.facebook.com/NorthernLinesTrio/
https://www.youtube.com/channel/UC9ydVIo03M36df8Z_8GTKMg

J. Postrock.it


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Still the Echo dei Red Light Skyscraper: un album da non perdere

Still the Echo

Red Light Skyscraper
Still the Echo dei Red Light Skyscraper: un album da non perdere


I Red Light Skyscraper da Siena mi hanno lasciata davvero impressionata.

Nonostante un orecchio attento riesca a sentire la loro scelta di registrare in presa diretta (al Virus Recording Studio), beh, la cosa non mi è dispiaciuta affatto. Anzi, l’essenza del loro sound è stata perfettamente catturata proprio grazie a questa scelta. Sicuramente il tocco di Frank Akrwright (Joy Division, The Smiths, Arcade Fire, Mogwai) degli Abbey Road Studios di Londra ha dato un’enorme mano nel rendere ancora più atmosferico questo disco.


Il tema principale che Still the Echo dovrebbe trasmettere, e a mio parere ci riesce molto bene, è il viaggio interiore di ogni singolo individuo. Vuole togliere ogni filtro, ogni freno inibitore e lasciare che l’ascoltare venga travolto dalle sensazioni.

Ed è quello che sta accadendo a me durante ogni singola traccia, a partire da Don London. Le chitarre sono molto crude, a tratti dure, ma la natura strumentale dei brani è anche questa.

Un’esplosione di suoni che alterna le atmosfere più scure a quelle più armoniche, come nel caso di Yugen, la mia preferita. Lascia quella vena malinconica fin dalla prima nota, per poi esplodere quasi dopo un minuto in un’insieme di suoni, che smuove in me un vero e proprio Caos interiore, fino al termine sospeso del brano stesso, che ti lascia senza fiato.

L’inserimento della voce in Necessary and Sufficient Condition ha in parte spezzato l’atmosfera creata con Yugen, ma anche questo sembra studiato e voluto, per poi tornare a sognare con l’intro di Sleep on it.

Un album davvero consigliato, soprattutto perché il messaggio che i Red Light Skyscranner volevano trasmettere con quest’album, è stato pienamente ricevuto.




Voto: 7

Autore: Red Light Skyscraper
Anno: 2017
Genere Musicale: Post Rock, strumentale
Label: /
Titolo album: Still of Echo
Sito web: www.redlightskyscraper.com
Facebook: https://www.facebook.com/RedLightSkyscraper/
Instagram: https://www.instagram.com/redlightskyscraper_band/
Twitter: https://twitter.com/rls_band

Tracklist: 

  1. Don London
  2. Luke
  3. Yugen
  4. I Think of Her Like a Home
  5. Necessary and sufficient Condition
  6. Sleep on It
  7. Wander