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ABCD | I am Wolves, il Post Rock dalle armonie sognanti

ABCD dei I Am Wolves

I Am Wolves, band post rock che ci porta
a caccia nella psiche umana.
La scelta degli I Am Wolves è stata quella di affrontare una “caccia” più che un viaggio attraverso la psiche umana.

Ogni recensione cerca di essere oggettiva quanto più possibile, almeno io ci provo sempre, ma è il tocco personale che fa di una recensione, quella giusta da leggere.

Dopo aver rilasciato due EP, la band si è finalmente decisa a debuttare con un album. Ed è stata la scelta giusta.

Gli “I am Wolves”, sfornati direttamente dal Belgio, bilanciano il post rock melodico, armonico, quello che ti  fa sognare dalla prima nota… con un post metal che non stona mai nell’insieme. Non crea quella frattura che possiamo immaginare, anzi, completa il tutto rendendo l’album qualcosa di davvero meritevole.

Si sentono le chiare influenze di band post rock di un certo calibro come Explosions In The Sky, Russian Circles, Sigur Ros, Mogwai… ma con un tocco di tecnicismo che rende le loro note differenti. 


“Collapse of Worship” introduce magicamente il disco con un inizio sognante, magico, per poi lasciare spazio alle chitarre dal groove marcato. Una spaccatura stilistica tra post rock e post metal, come descritto in precedenza, che fa di loro una band dal suono già definito.

Lo stesso effetto lo possiamo sentire in “I’m Not Dead”. Il mio orecchio ha iniziato a fremere gioiosamente all’ascolto delle armonie delle chitarre, terze e quinte che si incrociano perfettamente sulla tonica, senza lasciare spazi vuoti alle orecchie, donando una sensazione di completezza. Il tutto, volutamente appesantito dal basso che rende le melodie più aggressive grazie alla sua ritmica cadenzata e costante.

“October” riprende la magia del riverbero come nel primo brano, per poi esplodere successivamente ma sarà “Ortus” a regalarci un’atmosfera davvero degna di un buon post rock. Ed è proprio da qui che la parte più dannata dell’album giunge alle nostre orecchie. La batteria è cadenzata, meritevole, perchè la bravura si vede nel saper fare il giusto al momento giusto e non nello strafare. Eppure, non si tira mai indietro nelle parti più aggressive, come possiamo notare in “Die, Ignorance, Die!” e in “Second Breath”.

La scelta degli I Am Wolves è stata quella di affrontare una “caccia” più che un viaggio attraverso la psiche umana.

Raccontano di come la sofferenza, la morte, le tragedie possano influenzare totalmente la ragione e la mentalità umana. Raccontano di quanto in realtà possa essere piccolo l’uomo quando impara ad affrontare se stesso. Una scelta davvero impegnativa e che hanno saputo portare a termine molto bene a mio parere, passando da canzoni che evidenziano un crollo psicologico come “Collapse of Worship” al tentativo di ritrovare un’identità con “Second Breath”.


Se devo proprio trovare una pecca, le canzoni nel mezzo fanno disperdere un po’ il loro percorso, per poi ritrovarlo solo alla fine. Considerando che questo è il loro primo album ufficiale, secondo solo a due EP, direi che è una partenza ottima.


Sicuramente una band da continuare a seguire nei prossimi anni.

Voto: 8

CONTATTI:

Bandcamp: https://iamwolves.bandcamp.com/track/im-not-dead

iTunes: https://apple.co/2GUlfgS


Youtube: https://youtu.be/KPyJcc4i5q0

Spotify: https://spoti.fi/2GQsczv

Soundcloud: https://soundcloud.com/user-243927227

ALTRO:

Website: https://iamwolves.wixsite.com/iamwolves

Facebook: https://www.facebook.com/iamwolvesband/?ref=br_rs

Instagram: https://www.instagram.com/iamwolvesband/

Soundcloud: https://soundcloud.com/user-243927227

J. Postrock.it

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Atletico Chipset – Il post rock nel paese delle meraviglie

Atletico Chipset – Vol II

un sogno che va vissuto così com’è 
A volte recensire un gruppo può non essere facile, ci sono momenti in cui è difficile trovare nella tua mente un’immagine che rivesta appieno un concetto, una sensazione.
Atletico Chipset - Vol II
Ci sono volte, invece, dove dal primo all’ultimo brano, la tua mente prende il volo e fa un viaggio. Sai dove stai andando, sai perché ci stai andando, e sai dove vuoi arrivare.


Postrock.it lascia per un attimo il territorio nostrano, e si proietta in un mondo etereo, dai contorni sfumati, in cui il sogno prende il sopravvento. Ci troviamo in Argentina, con una band forte, seppure nelle sue sonorità soffici: loro sono gli Atletico Chipset, e questo è Vol II.

Il nome della band è un gioco di parole, e allude un pò alle sue origini. i quattro ragazzi spagnoli hanno messo insieme qualcosa di tecnologico e qualcosa di sportivo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, ed ecco così Atletico Chipset. Tutto è iniziato con una squadra di calcio…anche se ai quattro ragazzi sembra strano pronunciarlo, è proprio così.


Vol II prende il posto del precedente Vol I, e ci regala un viaggio. Un viaggio che io ho voluto immaginare in modo astratto e indefinito. Alice rincorre il bianconiglio, lo insegue nella tana e poi giù per il tunnel segreto, fino ad arrivare al mondo nascosto. Alice cade nel tunnel, si lascia trasportare nel mondo magico, fatto di creature e di piccoli segreti, e così si svolge questo album, che ci prende e ci culla nelle sue sonorità.

Vol. I, essendo solo il primo EP, divenne una sorta di racconto di quelli che erano stati i primi anni della band. Nel percorso di due anni, a partire dalla concezione fino al mixaggio di questo primo album, i ragazzi definiscono il loro sound.

Vol. II affronta temi che sono nati quasi con l’idea di essere registrati.

Atletico Chipset - Vol II


In questo album non troverete colpi di scena. L’ambiente si svolge nel modo che potete intuire già dal primo brano. La batteria estremamente morbida e sognante di Mariano Refojos fa da sfondo ad un pattern di suoni psichedelici di chitarra di Juan Alberto Badaloni, uniti alle linee di basso pulite e calde di Federico Bianchi che lasciano tracce di Pink Floyd ovunque. David Vinazza ci regala un universo fatto di immagini sonore, di suoni che si diffondono nell’aria circostante e ricoprono gli altri strumenti, talvolta si intrecciano, e ci regalano il viaggio che perdura fino alla fine.


Impossibile recensire traccia per traccia, proprio perché, come abbiamo detto, il viaggio ha un inizio e una fine, ma non ha dei capitoli che si possano definire. Questo è un album che va ascoltato per intero, senza interruzioni, come si faceva una volta col buon vecchio giradischi.


E sarei davvero felice in questo momento, di poter avere qui davanti a me il vinile di questo album, per poter posizionare la puntina sulla prima traccia, accendere un incenso, e lasciarmi trasportare fino in fondo al tunnel.

Un album che lascia spazio a poche critiche. Forse ci aspetteremmo un epilogo, un finale che possa dare la risposta alle nostre domande: Alice arriverà in fondo al tunnel? Troverà la regina di cuori? Non lo sapremo mai, perché gli Atletico Chipset, seppure con estrema maestria, ci lasciano in sospeso, scelgono di non creare un finale o un susseguirsi preciso di eventi.

È un sogno che va vissuto così com’è, e noi lo seguiamo apprezzando tantissimo il lavoro di questi ragazzi spagnoli. Vogliamo dare il nostro miglior incoraggiamento a questa bravissima band che emerge dal caos quantico con qualcosa che vale sicuramente la pena di ascoltare.

Si sente il bisogno di un’evoluzione a questo punto, di un Vol III che ci dia la risposta, che possa rappresentare la maturità musicale che abbiamo avvertito in queste tracce. Ma questa sarà un altra storia…

Per il momento: In bocca al lupo Atletico Chipset!

Voto: 7,5

Paul – postrock.it

Ascolta gli Atletico Chipset sui seguenti canali:

Spotify https://goo.gl/qSsJ1h

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The Great Saunites – Brown: L’ossessione in musica.

The Great Saunites – Brown

L’ossessione in musica. 
Un album denso, saturo, ma con qualcosa in più.
The Great Saunites
È con molto piacere che ascoltiamo “Brown”, questo lavoro dei The Great Saunites, un duo proveniente da Lodi.

Il gruppo ci propone un album denso, saturo di sonorità scure e psichedeliche, dal sapore Pink Floydiano, ma con qualcosa di più. Non ci sono schemi, non ci sono linee ben definite, ma tutto sembra amalgamarsi. Ritmiche e suoni talvolta martellanti, talvolta sottili e pacati, ci accompagnano per tutta la durata dell’album.

La band si forma nel 2008 e intraprende un percorso stilistico basato sull’uso ossessivo del ritmo e la circolarità ipnotica del riff. Le atmosfere spaziano dalla psichedelia kraut tedesca degli anni ‘70, all’hard/space rock di scuola Hawkwind e Black Sabbath.

Atto conclusivo della trilogia “cromatica”, Brown si ispira alla materia terrena e al fascino della sostanza. L’incedere meccanico di rumori, fruscii e dia- loghi, filtrato e manipolato su nastro, si fonde con il sound The Great Saunites in un viaggio oscuro e frammentato.


La prima traccia “Brown” da il nome all’intero lavoro, e ci propone una intro estremamente ansiogena, con sonorità quasi da American Horror Story, e che nell’insieme creano quel gusto psichedelico che sembra piacere alla band. Si avverte compattezza, si sente che il lavoro è nato con passione dalla mente di Atros(bassi) e Leonard Layola(tamburi). Ci sono voci liriche, suoni che provengono da tempi e luoghi dimenticati: il tutto si unisce e ci trasporta fino alla fine del brano.

Passiamo così al secondo brano, “Respect the Music”, un brano che non modifica l’andamento ossessivo dell’intero album, anzi lo rafforza e crea un tappeto sonoro destinato a riempire l’ambiente dell’ascoltatore. il basso incalza la ritmica con un suono pulito e caldo, mentre una voce recita la frase “Respect the music” ripetutamente. Una chitarra acida entra in scena aumentando l’aria densa di inquietudine e ossessione. Ago, terza in scaletta, si apre invece con un piano digitale e scarno, che suona solitario in un pattern formato da synth e rumori indefiniti. Difficile comprendere quello che sta succedendo, ma il piano continua la sua incessante armonia e noi la seguiamo lasciandoci trasportare.


L’ossessività prosegue anche in questo terzo brano, anche se molla un pò la sua morsa all’inizio, per poi perdersi in sonorità che sembrano essere casuali, forse improvvisate. Il brano prosegue fino alla fine senza sconvolgere il ritmo, senza cambiamenti, con una apparente casualità di sonorità e percussioni.

Con il quarto brano, “Controfase” ci aspettiamo un cambiamento dal nome, che infatti arriva. Finalmente un suono armonico e caldo, che ci accoglie riposandoci le orecchie dopo il brano precedente. Il basso torna a suonare instancabile, alcuni suoni elettronici si stagliano nell’ambiente circolare che continua fino alla fine del brano.


L’ultimo brano, Brown (reprise) riprende come promette il titolo e conclude quello che ha cominciato, portandosi avanti nella tematica del primo brano d’apertura.

Il livello di questo album è sicuramente buono, estremamente sperimentale anche se a volte un pò troppo caotico. La band punta sull’ossessività, e riesce certamente nel suo intento, anche se in alcuni momenti, come ad esempio durante Ago, ci sentiamo di doverci chiedere: “il caos è musica?”. Sulla linea di questa domanda i TGS ci hanno dato un buono spunto di riflessione.

Sicuramente una buona premessa per un salto di qualità che attendiamo per il prossimo album, che siamo certi non tarderà ad arrivare.

Seguite la band sui seguenti canali:


Sito Web: http://thegreatsaunites.blogspot.com
Mail: [email protected]
Labels:
totenschwan.altervista.org
www.ilversodelcinghiale.org
neonparalleli.blogspot.it
facebook.com/hypershaperecords www.villainferno.it
Voto: 6
Paul – Postrock.it
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Charun: “Mundus Ceneris”, viaggio tra le anime

Charun: “Mundus Ceneris”

viaggio tra le anime
Questo pomeriggio ho ascoltato “Mundus Cereris” dei CHARUN, quartetto postrock/postmetal di stampo strumentale.


Ho pensato che fosse sicuramente un lavoro degno di nota già prima di ascoltarlo, quando ho letto che il master è stato curato da James Plotkin (Amenra, Isis, SunnO))), Earth).

Ma mi sono detta… andiamo, non sono mica una di quelle che bada solo ai nomi, no? Ascoltiamo! E così è stato. Una conferma, fin dal primo ascolto.


Già il titolo dell’album, “Mundus Cereris”, fa riferimento ad un antico rito di tradizione romana e, da brava amante della storia e del latino, questo non può aver fatto altro che affascinarmi. Il “Mundus Cereris” è l’apertura del mondo in due spicchi, un’apertura che permette il collegamento tra le anime e le ceneri terrene, un’avvicinarsi alla luce tramite una vera e propria purificazione. E se iniziate ad ascoltare l’album mentre leggete le mie parole, in questa breve e personalizzata spiegazione sono sicura che troverete parecchie conferme di ciò che sto dicendo.

“Malacoda” inizia con quel suono buio, scuro, a tratti demoniaco. Quel sottofondo di voce elettronica che ti tiene incollato all’ascolto, un po’ come se stessi guardando un film horror, ma di quelli belli però, quelli senza splatter casuale. Quelli che, quando la canzone si apre totalmente, tra le stridenti chitarre come urli di anime dannate, ti sembra di vedere spiriti, fantasmi, spettri, il tutto in una dimensione forse parallela alla nostra. E non riusciamo più a capire quale sia il bene e quale sia il male.



Situazione che si rafforza e si fortifica con il secondo brano, “Mae”. Un tocco scuro, aggressivo, volutamente ripetitivo. Se dovessi trasformarlo in immagine, penserei ad un vortice di anime che continuano a girare, girare, forse sperare, in un vortice che sanno, sono coscienti, di essere senza meta. Una specie di girone dell’Inferno. E questa sensazione si prolunga per gli otto minuti della canzone che, per gli amanti del genere, non risulteranno mai troppo lunghi. Cadenzate le ritmiche a partire dal secondo minuto, un tocco doom che si sposa perfettamente con il genere. E’ intorno a metà del quarto minuto che la canzone si addolcisce, di alleggerisce quasi con delle armonie spezzate, mentre la ritmica ripetitiva lascia presagire un’esplosione a breve. Aumenta, aumenta sempre di più fino al settimo minuto, come un climax ascendente… e poi si placa, lasciando un senso di incompletezza.

Inizia così “Laran”, la terza traccia dell’album. Intorno al secondo minuto ci soddisfa a pieno, riempiendo le nostre orecchie di pura essenza post rock. Lanciandoci nel cosmo e nel vuoto a vorticare assieme alle anime, tra volute dissonanze arrabbiate che si placano al quinto minuto circa. Alterniamo questo senso di pace fittizia a quella che invece è l’ansia che ci crea questo viaggio burrascoso ed allo stesso tempo affascinante.

“Nethus” è un brano di puro ascolto che ho personalmente trovato molto affascinante. Ricorda lo scorrere del tempo, lo scorrere della natura, di una forza maggiore che non siamo in grado di controllare. Una forza maggiore che non sappiamo neanche identificare in qualcosa, ma sappiamo semplicemente che c’è, che esiste. Cauta la musicalità, cadenzata, sperimentale a tratti, tra effetti e melodie dolciastre.

“Menura” prosegue con l’intenzione di Nethus, melodie rese gentili e carezzevoli questa volta dalle chitarre, arpeggi delicati che ci accompagnano fino alla fine del brano, per quasi dieci minuti.

“Vanth” cambia radicalmente scenario, caotico, apocalittico. Qui si annusa facilmente un arrangiamento post metal più che post rock già dai primi secondi d’ascolto. Con le sue melodie distorte, personalmente Vanth è la mia traccia preferita dell’album, in quanto corona perfettamente il senso profondo di tutto questo viaggio della durata di circa quaranta minuti.

Un ascolto che consiglio a tutti gli appassionati del genere post rock con uno stampo un po’ più heavy del classico viaggio spirituale. Questo è un viaggio di natura differente. Da goderselo tutto.

Voto: 8.5

Membri:

Nicola Olla – chitarra
Valerio Marras – chitarra
Simo Lo Nardo – basso
Daniele Moi – batteria

TRACKLIST:

1.Malacoda
2.Mae
3.Laran
4.Nethuns (feat. Stefano Guzzetti)
5.Menvra
6.Vanth


Masterizzato da James Plotkin (Amenra, Isis, SunnO))), Earth), mixato da Nicola Olla al Blacktooth Studio (Drought, December Hung Himself), e registrato da Simo Lo Nardo, Nicola Olla e Daniele Manca al DIY Studio (Scornthroats, My Own Prison, Second Youth). Grafica a cura di Andrea Marcias.

LABEL: THIRD-I-REX (UK)

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/charunband/

https://www.youtube.com/watch?v=OLeVSH782bI

J. Postrock.it

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DOM dei SAN LEO, parlano la natura, l’alchimia e l’esoterismo medievale

DOM dei SAN LEO

parlano la natura, l’alchimia e l’esoterismo medievale
Oggi postrock.it parlerà di DOM dei SAN LEO.


Come è mio stile fare, scriverò questa recensione durante l’ascolto dei brani. Già prima di fare play, comunque, sono rimasta molto stupita dalla scelta delle tematiche di questo duo. Leggere l’introduzione al loro album e la loro biografia è stato sufficiente per attirare la mia attenzione. Il duo di Rimini, infatti, attivo dal 2013, si è da sempre ispirato all’esoterismo medievale, all’alchimia, alla forza primordiale degli elementi naturali. E con queste nozioni appena lette, mi tuffo nell’ascolto vero e proprio.



La prima traccia si intitola “L’antico monile era custodito all’interno della tempesta di sabbia: a causa del suo fascino molti non avevano fatto ritorno”. Interessante innanzi tutto l’idea di mettere un breve riassunto, una spiegazione di quello che si andrà ad affrontare durante l’ascolto.

Il brano simula, spiegazione data dai musicisti, una tempesta di sabbia che si raccoglie, dopo il turbinio musicale iniziale, in una melodia. Un pacifico arpeggio prima della tempesta, infatti, attira l’attenzione dell’ascoltatore. Il suono è mio parere volutamente sporco, ibrido “kraut-rock”, lo definiscono loro, in salsa post-hardcore. Dal quinto minuto circa, infatti, ritorna la tempesta, ritmiche particolari, sound aggressivo che si conclude con l’eco di una calma apparente. La forza della natura si percepisce come innata, si percepisce come qualcosa di indomabile, lontana dalla nostra umana prospettiva delle cose. Molto lontana.


La seconda traccia è “Riportati alla vita dal freddo severo dell’alba, si risvegliarono nella distesa di erba inaridita: un incendio di colori in cielo, i palmi delle loro mani aperti in un gesto di totale determinazione”. La calma apparente del brano precedente sembra continuare con questo inizio melodico, riflessivo, sinistro. Inquietante il messaggio musicale che viene percepito, atmosfere cupe, quasi “doom”, eccezione fatta per la scelta dei suoni. Anche in questo brano, bisogna attendere il quinto minuto circa prima dell’esplosione, nuovamente le ritmiche capovolgono la situazione, i riff lenti s’intrecciano con le creative percussioni, per poi lasciar stridere le corde come le unghie su una lavagna. Accenni di synth verso la fine danno un tocco più sperimentale al crudo suono iniziale

“Il tuffo nell’acqua gelida e giù attraverso filamenti di luce liquida, affondando nelle tortuosità di un antico tormento” è un ascolto decisamente differente dagli altri due. Le sonorità sono più limpide, più pulite, selezionati riff che ricordano il free-jazz fusi ad un rock psichedelico non tradizionale. Forte senso di inquietudine viene trasmesso nel finale, forse si tratta proprio del tormento citato nel titolo.

Concludiamo con “Intrappolato in un sogno ricorrente, percorrendo l’oscuro corridoio su un tappeto di ossa, richiamato da echi di voci lontane”. Il brano mostra perfettamente la creatività ritmica del batterista, cosa che tra l’altro avevo appreso anche durante i precedenti ascolti. Le ritmiche sono particolari, mai scontate, un approccio quasi da percussionista d’orchestra più che da batterista di un duo. Si percepisce ill feeling con la chitarra in una serie di numerosi botta e risposta tra i due strumenti, distorsioni elettriche si miscelano con sonorità crude e sporche.




Consiglio di ascoltare questi ragazzi soprattutto per l’inventiva, la creatività ed il coraggio di esprimere loro stessi e la loro arte con un prodotto così selettivo ma davvero valido. Un ascolto di nicchia che consiglio a tutti coloro che vogliono soffermarsi qualche secondo in più sul classico ascolto. Un ascolto non basta, un po’ come la lettura impegnativa di un buon libro. Bisogna leggerlo più volte per assaporare ogni dettaglio, ogni particolare, ritrovandosi su una pagina e dicendo: “Però… questa parte non ricordo di averla mai letta!”.

Ed è questo il bello degli ascolti più impegnativi. Forse non sono per tutti, forse non sono commerciali, forse rimarranno di nicchia per sempre, ma a noi piace rimanere tra “quei pochi” che non vanno subito oltre ma si soffermano. Un pochino di più, a volte… basta solo un pochino, per andare oltre.

Voto: 8

Tracklist:

  1. L’antico monile era custodito all’interno della tempesta di sabbia: a causa del suo fascino molti non avevano fatto ritorno.
  2. Riportati alla vita dal freddo severo dell’alba, si risvegliarono nella distesa di erba inaridita: un incendio di colori in cielo, i palmi delle loro mani aperti in un gesto di totale determinazione.
  3. Il tuffo nell’acqua gelida e giù attraverso filamenti di luce liquida, affondando nelle tortuosità di un antico tormento.
  4. Intrappolato in un sogno ricorrente, percorrendo l’oscuro corridoio su un tappeto di ossa, richiamato da echi di voci lontane.

Membri:

Marco Tabellini / m tabe – chitarra
Marco Migani / inserirefloppino – batteria

Registrato e mixato da Luca Ciffo / Fuzz Productions agli studi M24 di Milano
Masterizzato da Riccardo Gamondi al Fiscerprais studio Novembre 2016 Artwork / inserirefloppino

Prodotto da – BleuAudio (http://www.bleuaudio.com) / E’ un brutto posto dove vivere (https://eunbruttopostodovevivere.wordpress.com) / Brigadisco (http://www.brigadisco.it) / DreaminGorilla Records (http://dreamingorillarecords.is/wordpress/) / Vollmer Industries (https://www.facebook.com/VOLLMERindustries/) / Tafuzzy Records (http://www.tafuzzy.com) / Upwind Production (https://itsupwindproductions.tumblr.com)





Contatti:

http://sanleo.bandcamp.com/

https://www.facebook.com/sssanleooo

[email protected]

Booking:

[email protected]

J. – Postrock.it

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Insight dei Distant Landscape di Roma. Date un ascolto!

Insight dei Distant Landscape

Date un ascolto!
Sto ascoltando “Insight”, il disco dei “Distant Landscape”.


Partiamo con la recensione di oggi, quindi, scritta come al solito durante l’ascolto, in cui sono già totalmente immersa da un po’.


Il primo brano immediatamente mi trasporta in un ambiente gotico, l’influenza infatti del sound Gothic si sente fin dalle prime note, confermandosi poi con l’ingresso della voce del cantante.

Le ritmiche lente e cadenzate, comunque, non abbandonano la linea guida del genere post rock, che continua ad accompagnarmi durante tutto l’ascolto, a partire dalle atmosfere intense di “Same Mistake”. E questa idea permane anche durante l’ascolto di “Cage Inside Us”.

Ombroso l’inizio, chitarra scura e Doom, lentezza e sospensione per poi generare l’apertura del brano al terzo minuto. Qui l’influenza gotica scompare per i primi secondi, lasciando stridere i suoni tipici del post rock, tra gli effetti e le atmosfere che trasportano l’ascoltatore in altri mondi. Riappare l’ambient caratteristico della band con il ritorno della voce nel ritornello.


Apprezzo personalmente le armonie selezionate da questi ragazzi, armonie che si vengono a creare sia tra gli strumenti che tra le voci. Una caratteristica corale che manca nello scenario italiano musicale degli ultimi anni, forse considerato fuori moda dalla critica, chi lo sa. Dal mio punto di vista, l’uso delle voci e degli incroci tra queste, è uno dei punti di forza dei Distant Landscape. Ne ho avuto conferma, infatti, ascoltando la successiva traccia.

“First Inisght” ha un inizio inaspettato, ci illude che sia quasi una ballata acustica, fin quando l’ingresso dei synth non danno l’incipit al cuore della canzone, poco dopo il secondo minuto. L’ingresso della voce femminile accarezza delicata la voce maschile in un susseguirsi di botta e risposta dal tratto quasi angelico, una voce delicata e potente allo stesso tempo che scompare dopo circa un minuto, lasciando spazio al susseguirsi di armonie, una miscela di suoni che ci riportano con i piedi nel post rock più classico, allontanandoci dalla ballata iniziale e allontanandoci dalle forte influenza gothic che abbiano incontrato nel resto degli ascolti. E’ indubbiamente il brano più “romantico” tra questi ascolti, ma non la considero un punto a sfavore, anzi.

“The Desire” ha una partenza più decisa, non lascia interrogativi su quale sia il genere predominante di questi otto minuti. “The Change” ci dona ulteriore conferma di questo confine labile tra i generi: doom, gothic, post rock, Metal melodico, è davvero molto difficile dare una definizione, ma sono dell’idea che… insomma, perché bisogna darla per forza, questa etichetta?

Il mondo del “post-“ è già qualcosa di estremamente generico, difficilmente etichettabile in qualcosa di più preciso e mi piace così.

“The Love of a Mother for Her Sons” ipnotizza grazie agli arpeggi ed alla voce della cantante e tastierista che sembra quasi recitare una poesia, un inno, mettendo la propria emozione e trasmettendo a noi emozioni intime, fino al quarto minuto inoltrato. Una scia di malinconia scorre in tutto il brano e si annusa in tutti gli altri ascolti, fino alla fine.





“Distand Landscape”, è una conferma a tutti i pensieri e le aspettative che si sono create durante l’ascolto. Trovo che il progetto sia molto valido, pur non presentando elementi elettronici. Da brava amante del “classico” quale sono, ho apprezzato la scelta nella composizione, semplice ma sempre efficace e di impatto. Lo stesso vale per la scelta delle armonie vocali e strumentali. E’ un progetto in continua evoluzione, si sente dalla varietà di messaggi che hanno voluto indicarci in tutto l’album. Questi ragazzi hanno sicuramente molto da dire e con questo primo album stanno cercando di dircelo. Forse devono ancora trovare la direzione che accomuni tutti e fare alcune scelte stilistiche più definite (ricordando che il progetto era nato dalla sola mente di Marco Spiridigliozzi e che solo in seguito è stata formata l’intera band!).

Ma non manca la personalità ed il talento.


https://www.youtube.com/watch?v=qf4LeBgRB7c


Un altro ascolto consigliato da postrock.it!

Voto: 7 e mezzo

Membri:

Marco Spiridigliozzi [Vocals/Guitar]
Francesca Giuditta [Vocals/Keyboard]
Alessio Rossetti [Backing Vocals/Guitar]
Andrea Biondi [Drums] rimpiazzato da Matteo Massitti nel dicembre 2017
Fabio Crognale [Bass]

Tracklist:

1. Same Mistake
2. Cage Inside Us
3. First Insight
4. The Desire
5. The Change
6. The Love of a Mother for her Sons
7. Distant Landscape

Contatti: 

Facebook: www.facebook.com/distantlandscape
Youtube: www.youtube.com/channel/UCFI29i9pMpmbAYHYguFB6sg
Instagram: www.instagram.com/distantlandscapeband/
Soundcloud: https://soundcloud.com/distantlandscape

J. Postrock.it

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I “John Malkovitch!” ci catapultano in una nuova dimensione sonora. Un viaggio da percorrere.

John Malkovitch!

Ci catapultano in una nuova dimensione sonora
“Eerie” è uno stato d’animo, il racconto in musica della degenerazione tecnologica, un disco dai suoni alienanti che mescola kraut rock, elettronica e space rock con derive psichedeliche.”


La recensione di quest’oggi nasce sulle note e sulle atmosfere di un progetto chiamato “John Malkovitch!”, fondato nel 2016 a Todi. “The Irresistible New Cult of Solenium” è uscito nel gennaio del 2018, co-prodotto da più labels, con l’intento di catapultare l’ascoltatore in una dimensione sonora tridimensionale. Andiamo ora ad analizzare ogni singolo brano, per capire se ci sono riusciti.

“Darker Underneath the Surface” è il primo brano dei quattro, nonché mio primo ascolto. Questi ragazzi sono riusciti già dai primi suoni a trasmettermi un senso di inquietudine, crearmi una sorta di instabilità mentale, come quando stai facendo un sogno lucido e non hai ben chiaro se stai realmente sognando o c’è un fondo, anche piccolo, di realtà. Dura circa un minuto questa reazione quasi d’ansia, per addolcirsi flebile con l’entrata della chitarra. Delicata, dolce, una piuma in mezzo all’instabilità di una dura e nuova dimensione. Si fa attendere la vera e propria apertura della canzone, circa sui quattro minuti, ma è un’attesa che si sposa perfettamente con il genere e che ti soddisfa totalmente quando giunge.



“Twice In a Moment, Once In A Lifetime”, la seconda traccia, non si fa attendere quanto la prima. Già intorno al secondo minuto, si fa conoscere, si fa sentire, ti spinge a proseguire l’ascolto in questo turbine di sensazioni. Man mano che l’ascolto prosegue, questo tunnel d’incoscienza si fa sempre più astratto e concreto allo stesso tempo. E’ reale o meno, è concreto o meno, è un sogno o meno? Ti inghiotte sempre di più, un ascolto profondo, ma del resto, si sa… chi vuole ascoltare qualcosa di poco impegnativo, non si fionda sicuramente nel post rock. Sì, è un ascolto impegnativo, come tutta la musica che ha un valore, come tutta la musica che ti spinge ad andare oltre, a pensare, a riflettere su quello che siamo, su cosa siamo.

E si placa il tunnel, a circa cinque minuti. Rallenta, ritmi cadenzati, costanti, a volte quasi affini al doom, scuri come lo stoner. E in questi momenti di “pausa” ti poni delle domande, hai quasi il tempo sufficiente per rispondere. Forse stai quasi per darti qualche risposta, ma non ne hai il tempo. Perché la cassa batte come un tamburo e non dona sentenza alcuna, si riprende il percorso proprio quando pensi di aver raggiunto qualcosa. La tua mano si allunga, stai quasi per afferrare qualche certezza… ma spariscono, nel nulla. E nel minuto nove, ti ritrovi in un altro mondo, quasi fosse un’altra canzone. Rabbia, caos, instabilità forse, guerra. Le certezze che credevi di aver raggiunto ti hanno abbandonato, ti guardi attorno, cerchi un appiglio, ma non trovi niente. Emozionante.



“Zenit” parte come un risveglio, la quiete dopo la tempesta. Immagino degli occhi che iniziano ad aprirsi, lentamente, ad osservare in maniera confusionaria l’orizzonte. La traccia che trovo più malinconica, più sentimentale, forse. E per questo, forse, la mia preferita. La chitarra pulita dal terzo minuto ritorna con quel tocco delicato del primo brano, miscelandosi perfettamente con i synth, l’ambiente e tutto quello che è stato creato attorno ai suoni principali di questa traccia. Come una vera e propria rapsodia cambia più volte, varia, lasciando immaginare nuovi spazi e nuovi orizzonti per raggiungere poi il finale, dove le chitarre stridono come urla umane.
Buio e notturno l’inizio di “Nadir”, quarto e ultimo brano di questo disco. Nella mia mente appaiono porte che scricchiolano, un cammino lento e inquietante, decisamente opposto al senso di speranza e di risveglio che riscontro invece ascoltando “Zenit”. Tutto questo fino al quinto minuto, dove immagino una corsa sfrenata verso una presunta salvezza, scappando da ogni sorta di paura, la paura dell’ignoto.
Un viaggio e un senso logico, in sole quattro canzoni.



Questo è stato il mio personale “viaggio”, ascoltando questo splendido album. Non è detto che le mie sensazioni siano esattamente quelle che questi ragazzi volevano trasmettere, così come non è detto che voi proviate le mie stesse sensazioni.
Ma le ho provate. E questo è sufficiente per consigliarvi di ascoltarlo.

Voto: 9

Tracklist:

    1. Darker Underneath the Surface
    2. Twice In a Moment, Once In A Lifetime
    3. Zenit
    4. Nadir

Membri:

Luca Santi – Chitarra
Leonardo Tommasi – Chitarra
Manuel Negozio – Basso
Francesco Tiberi – Batteria

Etichetta:



Dingleberry Records
I Dischi del Minollo
Edison Box
Mehr Licht Records & False Hopes

Contatti:

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“Follow Me When I Leave”, secondo lavoro dei Babel Fish

Follow Me When I Leave

Secondo lavoro dei Babel Fish
Follow Me When I Leave, secondo lavoro dei Babel Fish.

La band, nata nel Novembre 2015, mi teletrasporta immediatamente in un nuovo mondo, fin dalle prime note di “Morning Birds”, il primo dei quattro pezzi dell’EP che stiamo presentando. La miscela di post-rock, art-rock e shoegaze lasciano senza fiato, soprattutto per l’uso che fanno della voce all’interno di brani che sposano l’attitudine dello strumentale. Interessante infatti la scelta di partire con la voce, togliendola durante l’apertura vera e propria del primo brano, tanto attesa e giunta solo al terzo minuto. Esplosione di suoni.

“TGD” ha una partenza sospesa, a tratti ansiogena, che prende forma con l’entrata della voce: sonorità che difficilmente permettono di distinguere la realtà dall’immaginazione, catapultando in un mondo del tutto nuovo, interiore o esteriore non ne ho realmente idea, ma sicuramente un mondo nuovo. Persino il video, infatti, mostra alcune scene del film muto del 1920, “Il Gabinetto del Dottor Caligari” di Robert Wiene. Scelta colta e intelligente. La scenografia, di fatti, si sposa benissimo con la canzone, trasformata qui in una vera e propria colonna sonora.

Il terzo brano, “Veins” ha un primo approccio più ritmato e diretto, rispetto alle altre canzoni. Di fatti la chitarra esplosiva non tarda a farsi sentire, dopo appena trenta secondi. La melodia principale continua a martellare frenetica nella mia mente di ascoltatrice, mentre tutto intorno si crea un ambient puro e potente. Circa un minuto di pace viene a seguire, con una sola chitarra, come un pianto nelle mie orecchie. E successivamente accorrono gli altri strumenti a dargli quasi conforto.

Il mio ascolto favorito di questo EP, registrato al Bombanella Soundscapes, è stato senza ombra di dubbio “Veins”, anche se devo ammettere che “Follow Me When I Leave”, il brano che ha dato il titolo a questo EP, rappresenta sicuramente meglio il genere che appropria questi ragazzi, creatori di un progetto che vale davvero la pena ascoltare, in un mondo musicale dove oramai davvero in pochi hanno le idee chiare. La tematica principale, infatti, è l’assenza di movimento, di definizione e di significato. Un’assenza che va esplorata con cautela e senza pregiudizio, per potersi rivelare un terreno fertile ad una nuova rinascita.

Voto: 7

Membri:

Giordano Calvanese: batteria
Gabriele Manzini: chitarra e voce
Matteo Vezzelli: basso
Edoardo Zagni:chitarra

Tracklist:

Morning Birds
TGD
Veins
Follow Me When I Leave

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/babelfishofficial/
Ufficio Stampa: [email protected] 

J. Postorock.it

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I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!

Windbreak

Define Us
I Windbreak portano il loro sperimentale Post Rock dal Portogallo, con “Define Us”!


I Windbreak sono una band portoghese che abbracci diversi generi, proprio come è di mio gradimento. Si definiscono post rock/post Metal, ma mi azzardo ad aggiungere che la loro musica esclusivamente strumentale ha diverse influenze anche progressive, come è di mio gradimento.

L’album che sto ascoltando in questo momento, il loro primo e unico attualmente, si intitola “Define Us”. Il modo migliore per recensire un album, a mio parere, è farlo proprio mentre lo si ascolta. Perché ti lasci cullare dal suono nella sua essenza, fin dalla prima nota, senza lasciarsi influenzare da pensieri o paragoni. Semplicemente musica.

Si intuisce fin dalla prima traccia, Native Soil, che non è una semplice canzone scritta e pubblicata, ma è il punto di partenza di una storia. E man mano che continuo ad ascoltare, mi accorgo di quanto la loro musica sia un viaggio tra mille luoghi, forse concreti, forse personalizzabili per ogni ascoltatore. “Hidden Cross”, la continuazione, più ambiente, più melodiosa, i synth sembrano la carezza delle onde del mare, tra venti e rumori di sottofondi affatto casuali. La chitarra parte morbida, pulita, in quello che sarà la continuazione di questo viaggio, fino a raggiungere “Magnolia”, terza traccia dalla partenza più ritmata, dalle note taglienti e dall’atmosfera combattiva. Ecco che la parte post rock inizia lentamente a lasciare spazio a qualcosa di più progressivo. Si intuisce da questo incipit, fin quando la canzone non raggiunge un finale più aggressivo, che continuerà di fatti con “Klameth”, dove la chitarra distorta dona il suo primo avviso di quanto possa essere aggressiva la musica nella sua progressione. E di fatti questo brano evidenzia la loro influenza Post Metal più di ogni altro, probabilmente, di tutto l’album. Si distaccano dagli altri generi sopra citati, in questi ultimi due minuti di canzone, sia per l’assolo di chitarra, sia per la cavalcata finale che, chi ama la sperimentazione comunque, non dovrebbe disprezzare. “From The Ashes” ha una partenza aggressiva, con l’inserimento di una voce e di una linea vocale. Un urlo che lascia comunque trasparire, seppur celata, una linea melodica facilmente tracciabile.





Personalmente preferisco la musica strumentale, ma le sperimentazioni sono sempre ben accette, soprattutto da band che amano osare, come i Windbreak. Ritorniamo però intorno al quarto minuto di ascolto nel paradiso dell’influenza post rock che fortunatamente non ci ha abbandonato del tutto, con le chitarre più lente, melodiche, cadenzate ma mai noiose, così come la batteria, fino all’esaurimento dell’energia iniziale, con un finale lento e riassestante, che ho apprezzato davvero molto. Arriviamo così all’ultima traccia “Stargazing”, l’apertura con un arpeggio accompagnato da un giro di basso che ha questa volta maggiore valore rispetto al resto dell’album, è un punto a favore, così come la scelta di aggiungere il suono di un sax, tornando così sulla scena prog.

https://www.youtube.com/watch?v=cpGts0sXB6c


Tutto sommato è un genere che mi piace, vedo nei Windbreak del potenziale e attendo con ansia altri loro lavori.

Voto: 7 e mezzo

Tracklist:

  1. Native Soil
  2. Hidden Cross
  3. Magnolia
  4. Klameth
  5. From the Ashes
  6. Stargazing

Membri:

Sérgio Pinho – Chitarra, voce
Hugo Amorim – Batteria
Eduardo Pinho – Basso
João Almeida – Chitarra

Label:

https://www.facebook.com/OutroRecordsLabel/

Contatti:

Bandcamp: https://windbreak.bandcamp.com/releases
Spotify: https://open.spotify.com/album/0feTOnKvfndh3FlHZfXETO
Instagram: https://www.instagram.com/windbreakband/
Twitter: https://twitter.com/windbreakband
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Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo

Harmonices Mundi

Norma Cluster
Harmonices Mundi dei Norma Cluster, nella piena armonia del mondo


Un EP che merita davvero di essere ascoltato.

Sto parlando dei Norma Cluster.

Ottima presentazione di partenza con il loro “Harmonices mundi”, e già il titolo devo dire che mi attirava, prima ancora di cominciare a sentire i tre brani.

Partiamo dal primo, 1572 Supernova, con cui la band di Vercelli decide di aprire la triade. E non solo, in quanto è stato il vero e proprio singolo d’esordio un paio di anni fa. GIà, perché dopo ben due anni, i Norma Cluster hanno dato vita ad Harmonices Mundi, precisamente il 15 febbraio del 2017.

Chitarra pulita, nitida, un sottofondo di immancabili synth che rendono atmosferico tutto l’ambiente sonoro in cui ci troviamo in questo momento. E da cui faccio, personalmente, fatica ad uscire. Soprattutto quando a pochi secondi dal terzo minuto, arriva la tanto attesa apertura del brano, che si completa qualche secondo più avanti con la scelta di un synth ulteriore che diventa protagonista, con una melodia predominante. La chitarra in tutto questo accompagna, senza mai risultare noiosa, fino al termine del brano, degno di una colonna sonora. Non ci delude neanche la seconda scelta, Tychonian, nonostante i suoi sette minuti. Già, perché cari lettori, se siete tra quelli convinti che la musica debba durare non oltre i tre minuti di ascolto, avete proprio sbagliato genere musicale da seguire. La musica non durata, la musica è musica e scorre nei nostri animi e nei nostri strumenti, nelle nostre orecchie, nel nostro corpo. E i Norma Cluster ci sono riusciti, con un sound sconvolgente, molto simile ai God Is an Astronaut, soprattutto durante l’apertura sonora dei brani, come avviene al minuto due di Tychonian, dove synth melodiosi si intrecciano come un docile disturbo alle chitarre, mentre la batteria in tutto questo non fa altro che donare una ritmica semplice ma cadenzata, fondamentale per il genere che non occorre di virtuosismi quanto invece di sentimento.

E niente parole per l’ultimo brano, “Primum movens”, in assoluto il mio preferito. La descrizione ed il sentimento che ha evocato in me è stato molto forte, come tutte le band che hanno la capacità di trasmettermi qualcosa di profondo. Attualmente i Norma Cluster sono a lavoro per del nuovo materiale e personalmente non vedo l’ora di poter ascoltare le loro nuove uscite.

I tre brani si collegano perfettamente tra di loro, i suoni sono stati accuratamente scelti e si sente, così come la qualità di registrazione. Forse avrei preferito sentire una maggiore dinamicità all’interno dei brani, più cambi e maggiori evoluzioni sonore. Ma non è detto che non si riesca a sentire questo piccolo tassello mancante nelle nuove registrazioni in arrivo.

Buon lavoro quindi ai Norma Cluster, attendiamo tutti le nuove uscite!

Voto 8

Membri:

Eugenio Nicolella: Chitarra
Emanuele Peluffo: Basso
Marco Massa: Batteria
Nicolò Zappariello: Basso
Giacomo Pirovano: Chitarra 

Contatti:

Facebook: https://normacluster.bandcamp.com
Bandcamp: https://normacluster.bandcamp.com

Tracklist:

  1. 1572, Supernova
  2. Tychonian
  3. Primum movens

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