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OAK: Forests precede people Desert follow them

OAK

Forests precede people Desert follow them
Un album dai sapori ancestrali. Sonorità che si perdono nella notte dei tempi. Sciamani e sonorità spaziali: questo sono gli OAK
È con molta curiosità che mi appresto ad intraprendere questo nuovo viaggio. 

Questa volta nel mio stereo sta suonando il CD degli Oak. Già il nome mi fa pensare a un qualcosa di leggendario, di antico. Una leggenda di cui si è perso ogni ricordo. Cosa ci vogliono raccontare gli Oak? non resta che ascoltare.

Andrea Melosi  (Lead Guitar), Damiano Borri (Bass Guitar, Synth Programming) e Matteo Sereni (Drums) ci conducono lungo questo viaggio nel tempo, alla ricerca delle nostre origini.

L’inizio è scintillante, morbido. Vedo foglie cadere tutto intorno a me. Si avverte una sorta di rito propiziatorio per quello che sarà il resto del CD.  Un brano molto importante, tanto da dare nome a parte dell’album. Ci sembra di partecipare ad una danza, vediamo gente intorno al fuoco danzare e spargere fiori sul cammino. Noi li seguiamo fedelmente.

Cullati da questa danza, vediamo improvvisamente comparire davanti a noi lo sciamano del villaggio. Il brano cambia forma, siamo al cospetto di qualcosa di importante, di solenne. Ci inchiniamo rispettando il rito magico, le chitarre aprono il rito, le percussioni introducono una batteria psichedelica che ci porta a seguirla in questo rito magico.

Desert Follow Them. l’altra parte del titolo, già.. così come la sonorità. ora più grave, più solenne. Un grido quasi quello delle chitarre di Andrea, che vengono incalzate dalla batteria incisiva e pulita di Matteo. Gli effetti di synth sono ovunque, e aiutano a tessere una trama di album sicuramente ben riuscito già dalle prime onde sonore. Il pezzo chiude con un interessante assolo di chitarra, per niente scontato, poi improvvisamente il silenzio.

Nemerosa. Il synth ci apre le porte di quello che sembra essere un altro pezzo molto interessante. Un maestrale utilizzo di delay ed effetti digitali crea un ritmo incalzante, che richiama suoni della natura, come gocce che risuonano all’interno di una caverna. Lo sciamano ci ha portato fin qui.

Simboli lungo le pareti di questa caverna. Tracce di uomini primitivi. Essi ci raccontano qualcosa. Lo sciamano ci invita a guardare mentre intona una preghiera misteriosa.

Le chitarre titaniche si susseguono e il basso riempie tutto lo spazio della grotta. Ed ecco che il brano cambia, a 4:30, repentinamente. È chiaro ormai che questi non sono semplici brani, ma racconti, preghiere, e così vanno interpretati.

Un simbolo all’interno della grotta ha atttirato il nostro sguardo, lassù, sopra tutti gli altri. Un essere soprannaturale forse? una divinità, o semplicemente Madre Natura? non lo sappiamo, ma ci lasciamo cullare da questa storia magica.

Il simbolo diventa più luminoso, si apre un vortice, noi veniamo attirati al suo interno. Tutto diventa buio.

Siamo giunti così a metà del nostro viaggio. Siamo fose all’interno, nel cuore del Album. Un pianoforte ci accoglie malinconico, quasi materno, abbracciandoci e invitandoci ad alzarci. Quando sentiamo di aver ripreso conoscenza, ecco che una chitarra squarcia il cielo e la batteria irrompe monolitica, come un lampo, un fulmine, a disegnare tracce indelebili. Il basso non ci lascia tregua, sostiene e scalda l’ambiente.

Ed ecco che gli OAK si presentano a noi come ambasciatori di una musica che vuole trasmettere tutta la potenza e la maestosità della natura.

Una forza elastica, versatile, come l’acqua che può accarezzarci ma al tempo stesso spazzarci via in un attimo.

Black autumn. Le stagioni si susseguono, il sole compie il suo giro molte volte nella volta celeste, e questo brano ci fa vivere tutto il suo frenetico susseguirsi. Gli effetti digitali utilizzati in modo magistrale guidano la danza incessante degli altri strumenti.

Athelas. Il viaggio della natura assume forme a tratti scavate, a tratti senza contorni, quasi informi. Uno stupendo assolo di synth ci accoglie a metà del brano quasi come una fenice, un animale leggendario, che solca il cielo di questo mondo primitivo. Basso, chitarra e batteria marciano imponenti. Un suono caldo e luminoso ci riporta in superficie, sul finire del brano. Dove siamo? dove ci troviamo? È stato tutto un sogno? Lo sciamano è scomparso, la grotta non c’è più.

Questo viaggio onirico si conclude con Enchèlados. Non sapiamo se il nostro sia stato un viaggio o un sogno, ma ora abbiamo maggiore consapevolezza di ciò che ci circonda. Ed è così che ci guardiamo intorno, assaporiamo la pioggia che accarezza il nostro volto, Guardiamo gli alberi delle foreste che ci parlano silenziosamente, immersi nella nebbia di Novembre.

L’aria sembra avere un nome proprio, gli animali, le foglie, il vento , tutto fa parte di un mondo più grande, di cui noi non ci sentiamo più protagonisti, ma spettatori.

Un complimento agli Oak, per averci regalato questo lavoro davvero molto interessante. Un album che di sicuro non può rimanere solo, e che richiama un suo seguito, un secondo capitolo di questa storia che noi attendiamo con sincera curiosità e con la voglia di immergerci ancora in questi suoni così particolari.

VOTO: 9

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Paul – Postrock.it

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The Journey of Eric Taylor: Reroute

REROUTE

The Journey of Eric Taylor
La forma artistica di Reroute è molto intensa, un grido anarchico che rompe gli schemi della tradizione, immergendoci in un mondo a tratti onirico, a tratti pittorico.
The Journey of Eric Taylor.

I toni cupi si sentono già dalla prima traccia, “Prolog”. Un prologo ci introduce in un mondo lento e cadenzato per poi assumere una forma impulsiva, di piena forza che si scioglie solo nell’intro del primo vero brano, “In Distance”.

Ritorna il ritmo volutamente ripetitivo e che si fonde con una melodia dall’atmosfera avanguardistica.

La sensazione di qualcosa che sta per esplodere ci avvolge costantemente ma non arriva prima del minuto 2:41, dove ci invade completamente con una cavalcata graduale fino alle armonizzazioni delle chitarre che scompaiono di colpo in un finale nuovamente tetro, dalle luminescenze oscure, espressioniste.

Luci e ombre si alternano nuovamente in “Hysteria”, arpeggi che lasciano presagire, anche qui, un qualcosa di ultra terreno.

L’attesa ritorna straziante, ricrea un habitat volutamente pittoresco, una città onirica in cui è facile perdersi. Le melodie si intrecciano, non si percepisce la realtà dalla finzione, il sogno dal reale. Un cenno di realtà lo abbiamo dal minuto 2:32, dove ci si sveglia dall’incubo, si cercano spiegazioni che culminano in una vera e propria isteria di suoni che ci accompagnerà fino al finale. Un finale che ci dice “voglio svegliarmi”.

Il mondo onirico ci cattura nuovamente in “Memo”, un suono nuovamente ripetitivo, la lancetta di un orologio, una campana che tenta di svegliarci, un metronomo, un pendolo che ci ipnotizza.

E quello dell’ipnosi non è un mondo onirico, ma ci assomiglia. Un mondo interiore, iniziamo a graffiare cercando l’uscita, dal minuto 4:02 iniziamo ad urlare, vogliamo andarcene anche da qui.

“912” ci convince per qualche secondo che forse, abbiamo trovato l’uscita. E allora iniziamo a correre. Corriamo, saliamo delle lunghissime scale. Continuiamo a correre come la donna che sale le scale, nella celebre opera di Legèr. Allora aumentiamo il passo, ma non vediamo mai l’arrivo, le scale non finiscono. E allora al minuto 3:45 ci arrendiamo, passiamo dalla corsa al cammino, per poi riprovarci più avanti. Ma l’arrivo non si vede.

“Decay of Dream” ci accoglie con degli archi malinconici, l’arpeggio suggessivo ci riporta nella tetra ambientazione di un film dal tratto pittorico, dal sapore nuovamente espressionista. Toni cupi, tetri, ombre che si fondono con fioche luci. Un brano di ben 11:14 che lascia trasparire la pesantezza del tema ma non dell’ascolto. Martellante il finale che manifesta e sottolinea la presenza di un’arte nuova, urlando la sua esistenza in un mondo dissacrante.

Più triste che malinconico è l’inizio di “Shutter”, come una presa di coscienza. L’intera traccia è un evolversi in maniera equilibrata, si aggiunge sempre un pezzettino nuovo che completa l’opera. Perde un po’ il suo ambiente pittorico, ma esce dal coro con intelligenza, dando una ventata di cambiamento però mai fuori luogo, mantenendo una linea anti convenzionale, anti naturalistica.

“Awakening” ci sussurra che siamo alla fine di questo viaggio e ci riporta con i piedi per terra.

La forma artistica di Reroute è molto intensa, un grido anarchico che rompe gli schemi della tradizione, immergendoci in un mondo a tratti onirico, a tratti pittorico. Consigliato.

VOTO: 9

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J. – Postrock.it

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Artura: Drone – Il mondo visto dall’alto

Artura: Drone

Il mondo visto dall’alto
Avete mai immaginato di volare?

No, dico sul serio. Pensate di trovarvi di fronte ad una scogliera, in una notte gelida d’inverno. Immaginate le onde gigantesche di fronte a voi, la brezza marina che sferza il vostro viso, i capelli al vento. Immaginate di aprire le braccia, di chiudere gli occhi…e ora, lanciatevi.

Ecco quello che suscita fin da subitto l’ascolto di questo album profondo e intenso degli Artura. Un album che mischia suoni artificiali e analogici con grande abilità, e ci proietta in un mondo in cui la tecnologia diventa parte di noi.

Artura, è la nuova creatura musicale creata da Matteo Dainese aka Il Cane, in collaborazione con Tommaso Casasola e Cristiano Deison.

In quest’epoca in cui la tecnologia si fonde con la realtà, e il nostro punto di vista diventa inevitabilmente quello delle macchine che noi stesso abbiamo creato, ci sentiamo di fonderci ulteriormente nell’ascolto di Drone, e grazie alla fusione di immagini e sensazioni, sorvoliamo le onde sonore immersi in questo oceano di Realtà aumentata.

Artura, la mitica gatta de La Cuccia Studio, Drone, il titolo ma anche lo strumento utilizzato perregistrare i video che accompagneranno diversi brani del disco, ed infine lo Space Echo, l’ effetto,attraverso il quale sono stati processati tutti gli strumenti del primo album. Questi sono i tre elementi che creano l’alchimia, sentiamo le fusa risuonare, osserviamo il mondo dall’alto con le bellissime immagini regalateci da questi tre ragazzi, ascoltiamo interessati l’evolversi di quest’album.

Un primo lavoro che ha dell’interessante. A tratti ci ricorda qualcosa di già sentito, saranno le sonorità un pò anni ’70, questo basso imperante un pò Pink Floyd, a tratti ci regala qualcosa di inaspettato, e capiamo che la band non si volta indietro, ma guarda al futuro. Se gli anni ’70 sono sicuramente un punto di partenza, qui c’è molto, molto altro, e sicuramente c’è una volontà di sperimentare aldilà del semplice album.


Sorvoliamo questo album, iniziamo da Estranei: Sonorità misteriose, suoni spaziali, aperti, onde sonore, un cielo inesplorato. Fusa: Un ambiente che ha del magico, un basso corposo, suoni digitali ammalianti. Un suono che nel complesso ci fa pensare a forme eleganti che si muovono nel buio della notte, come quelle di un gatto. Sarà per suggestione, sarà per la gatta de La Cuccia Studio, e poi troviamo la conferma nelle ipnotiche fusa che si diffondono durante la traccia. Mona, questa volta si respira qualcosa che ha dell’esotico, forse le percussioni sono le magiche responsabili di questa sensazione.

La Chitarra canta e voci metalliche suonano un motivo che è a dir poco psichedelico.

Tutto scompare e ci troviamo alle porte dell’ignoto con Ostica: qui ci troviamo catapultati in un film di Kubrick, viaggiamo dispersi in un vuoto cosmico che lentamente ci soffoca. Segnali radio ci attraversano da parte a parte, qualcosa si muove nell’oscurità, qualcosa viveva e respirava molto prima di noi, ma non ci è dato sapere. Artengo è un simpatico gioco di suoni analogici e digitali, qui siamo sulla terra, molto piu’ di quanto non ci fossimo già prima. Ci lasciamo ipnotizzare da suoni apparentemente banali, come quello di una pallina da ping pong che rimbalza ripetutamente e si trasforma in ritmo sonoro per nulla scontato. Zeno è la svolta: ora corriamo a bordo di una moto futuristica per le strade di una Tokyo cyberpunk.

Siamo immersi in un anime dal carattere decisamente orientale, qui le pagine le leggiamo al contrario e ci sentiamo sottosopra, qui a grande velocità corriamo.


Rojo, diventiamo riflessivi, i circuiti rallentano, gli occhi robotici ci fissano con inespressività, e noi restituiamo lo sguardo chiedendoci se c’è coscienza dall’altra parte, l’eterno dilemma, l’eterna ossessione della civiltà del ritorno al futuro. Gurken prosegue con un gioco di colori, ci manda su e giu’ come su un altalena. Suoni allegri, ci sentiamo quasi bambini, e giochiamo con il ritmo e con le nostre scarpette da doposcuola. Massive, lo dice il nome stesso, è un pezzo importante, massivo, e ci ipnotizza subito con l’alternanza dei suoni digitali e le melodie un pò lounge da film anni ’80. Chiudiamo in sospensione con Hostess, che ci lascia con un interrogativo importante: dove ci porterà tutto questo progresso? dove ci porterà la sperimentazione, dove siamo diretti, la società, le regole, i suoni, i rumori, i robot, le orchestre classiche, è finito tutto dentro un gigantesco frullatore, e ci ritroviamo shackerati, tanto che non sappiamo, non pensiamo, ma allo stesso tempo siamo e sappiamo.

Se il Post Rock, come abbiamo già raccontato in un nostro precedente articolo, è l’assenza di regole,  gli Artura seguono alla lettera la nostra descrizione.

Non li possiamo ingabbiare, non li possiamo ingrigliare, sono sfuggenti, svolazzanti, ma allo stesso tempo pulsa un cuore elettronico. Gli effetti digitali ci raccontano qualcosa di importante, lo sguardo al passato è importante se vogliamo dedicarci al futuro. Complimenti agli Artura, rimaniamo in attesa del vostro prossimo lavoro, un “In bocca al lupo” da tutti noi della redazione di Postrock.it

Matteo Dainese aka Il Cane: Drums, drum machine, percussioni, space echo, voce, basso,chitarre, piano.

Tommaso Casasola: Basso.

Cristiano Deison: Processing, sounds.

Paul – Postrock.it

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Ropsten – Eerie: alienazione e degenerazione di un mondo tra uomo e macchina

ROPSTEN – EERIE

“Eerie” è uno stato d’animo 
“Eerie” è uno stato d’animo, il racconto in musica della degenerazione tecnologica, un disco dai suoni alienanti che mescola kraut rock, elettronica e space rock con derive psichedeliche.”
Ropsten Eerie cover album

I Ropsen sono una band formatasi nel 2009 come quartetto strumentale. Hanno pubblicato due EP ed hanno partecipato allo Sherwood Festival, aprendo i concerti di God Is An Astronaut e Blonde Redhead. Un bell’inizio che ha dato vita ad “Eerie”, un viaggio sonoro e visivo nei luoghi più nascosti della mente, dove a fatica si distingue la differenza tra umanità e macchine.


Partiamo da Y.L.L.A., unico brano dell’album con qualche accenno di sonorità vocale, se così possiamo chiamarla. Una distopia sonora che viene messa in risalto dagli effetti metallici della chitarra, dal suono crudo dei piatti, dalla cadenza di un basso martellante.

“Grandma’s Computer Games”, dall’inizio che penetra nel cervello, si apre con melodie apparentemente più docili, dando sfogo poi ad alle sonorità space rock, per chiudersi in un finale volutamente caotico. Anche “Globophobia” ha un percorso simile come sonorità, se non fosse per il finale che sembra quasi porre fine a questo caos prodotto dalla tecnologia in un mondo fuori controllo dalla natura umana.


“Batesville” spiazza subito con un inizio apparentemente fuori dal mondo.

Che sia la melanconia di uno spiraglio d’umanità?

Forse, sta di fatto che la chitarra acustica regna sovrana nell’intero brano, con l’aggiunta solo di successivi synth a mantenere l’ambient di un mondo che non ci appartiene più.



“Kraut Parade” ci riporta con i piedi in un mondo che non ha più illusioni, che non può più essere quello di un tempo. Note aspre, acide, sonorità volutamente confusionarie che riportano al caos descritto in precedenza. Il brano è comunque segnato da una ritmica continua e cadenzata che non da segno di mollare la presa se non nel finale.

“Brain Milkshake” mostra un’inquietudine generica, un caos emotivo e di sonorità che spesso sembrano cozzare tra di loro in un’unione di note che tendono alla dissonanza. La situazione rimane stabile fino al finale dove ci sembra di essere all’interno di un videogioco anni ottanta che va a spegnersi, game over.

C’è ancora un ultimo brano, però, “180 mmHg”. Tamburi iniziali annunciano l’ingresso dell’apice di un turbine inquieto, una sonorità travolgente e continua, un sottofondo spaziale e che tende a voler specificare quanto l’umanità sia incomprensibile innanzi alla presa di potere della tecnologia.



https://www.youtube.com/watch?v=EC2M0C74LxQ

La band è meritevole, l’idea è originale: non è il solito viaggio nella psiche umana, è qualcosa di più. E questo è da apprezzare.

Personalmente, però, prediligo il post rock che rispecchia un animo sognatore come il mio, prettamente romantico, che lascia comunque un barlume di speranza per un futuro migliore.

In ogni caso, consiglio vivamente a tutti gli amanti dello space rock e del kaut rock, oltre che del post rock chiaramente, di ascoltarli con attenzione. E soprattutto con lo spirito giusto.


Voto: 6 e mezzo

Tracklist:

1.) Y.L.L.A.

2.) Grandma’s Computer Games

3.) Globophobia

4.) Batesville

5.) Kraut Parade

6.) Brain Milkshake

7.) 180 mmHg

CONTATTI:

Sito:http://rpstn.net/

Pagina Facebook:www.facebook.com/rpstn

Canale Youtube:https://www.youtube.com/channel/UCMinQ8awkL6B5h94U2ILkLA?view_as=subscribe

Formazione: 

Simone Puppato (guitar, keyboards)

Claudio Torresan (guitar, noise, keyboards)

Leonardo Facchin (bass guitar, keyboards)

Enrico Basso (drums)

J. Postrock.it

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ABCD | I am Wolves, il Post Rock dalle armonie sognanti

ABCD dei I Am Wolves

I Am Wolves, band post rock che ci porta
a caccia nella psiche umana.
La scelta degli I Am Wolves è stata quella di affrontare una “caccia” più che un viaggio attraverso la psiche umana.

Ogni recensione cerca di essere oggettiva quanto più possibile, almeno io ci provo sempre, ma è il tocco personale che fa di una recensione, quella giusta da leggere.

Dopo aver rilasciato due EP, la band si è finalmente decisa a debuttare con un album. Ed è stata la scelta giusta.

Gli “I am Wolves”, sfornati direttamente dal Belgio, bilanciano il post rock melodico, armonico, quello che ti  fa sognare dalla prima nota… con un post metal che non stona mai nell’insieme. Non crea quella frattura che possiamo immaginare, anzi, completa il tutto rendendo l’album qualcosa di davvero meritevole.

Si sentono le chiare influenze di band post rock di un certo calibro come Explosions In The Sky, Russian Circles, Sigur Ros, Mogwai… ma con un tocco di tecnicismo che rende le loro note differenti. 


“Collapse of Worship” introduce magicamente il disco con un inizio sognante, magico, per poi lasciare spazio alle chitarre dal groove marcato. Una spaccatura stilistica tra post rock e post metal, come descritto in precedenza, che fa di loro una band dal suono già definito.

Lo stesso effetto lo possiamo sentire in “I’m Not Dead”. Il mio orecchio ha iniziato a fremere gioiosamente all’ascolto delle armonie delle chitarre, terze e quinte che si incrociano perfettamente sulla tonica, senza lasciare spazi vuoti alle orecchie, donando una sensazione di completezza. Il tutto, volutamente appesantito dal basso che rende le melodie più aggressive grazie alla sua ritmica cadenzata e costante.

“October” riprende la magia del riverbero come nel primo brano, per poi esplodere successivamente ma sarà “Ortus” a regalarci un’atmosfera davvero degna di un buon post rock. Ed è proprio da qui che la parte più dannata dell’album giunge alle nostre orecchie. La batteria è cadenzata, meritevole, perchè la bravura si vede nel saper fare il giusto al momento giusto e non nello strafare. Eppure, non si tira mai indietro nelle parti più aggressive, come possiamo notare in “Die, Ignorance, Die!” e in “Second Breath”.

La scelta degli I Am Wolves è stata quella di affrontare una “caccia” più che un viaggio attraverso la psiche umana.

Raccontano di come la sofferenza, la morte, le tragedie possano influenzare totalmente la ragione e la mentalità umana. Raccontano di quanto in realtà possa essere piccolo l’uomo quando impara ad affrontare se stesso. Una scelta davvero impegnativa e che hanno saputo portare a termine molto bene a mio parere, passando da canzoni che evidenziano un crollo psicologico come “Collapse of Worship” al tentativo di ritrovare un’identità con “Second Breath”.


Se devo proprio trovare una pecca, le canzoni nel mezzo fanno disperdere un po’ il loro percorso, per poi ritrovarlo solo alla fine. Considerando che questo è il loro primo album ufficiale, secondo solo a due EP, direi che è una partenza ottima.


Sicuramente una band da continuare a seguire nei prossimi anni.

Voto: 8

CONTATTI:

Bandcamp: https://iamwolves.bandcamp.com/track/im-not-dead

iTunes: https://apple.co/2GUlfgS


Youtube: https://youtu.be/KPyJcc4i5q0

Spotify: https://spoti.fi/2GQsczv

Soundcloud: https://soundcloud.com/user-243927227

ALTRO:

Website: https://iamwolves.wixsite.com/iamwolves

Facebook: https://www.facebook.com/iamwolvesband/?ref=br_rs

Instagram: https://www.instagram.com/iamwolvesband/

Soundcloud: https://soundcloud.com/user-243927227

J. Postrock.it

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Atletico Chipset – Il post rock nel paese delle meraviglie

Atletico Chipset – Vol II

un sogno che va vissuto così com’è 
A volte recensire un gruppo può non essere facile, ci sono momenti in cui è difficile trovare nella tua mente un’immagine che rivesta appieno un concetto, una sensazione.
Atletico Chipset - Vol II
Ci sono volte, invece, dove dal primo all’ultimo brano, la tua mente prende il volo e fa un viaggio. Sai dove stai andando, sai perché ci stai andando, e sai dove vuoi arrivare.


Postrock.it lascia per un attimo il territorio nostrano, e si proietta in un mondo etereo, dai contorni sfumati, in cui il sogno prende il sopravvento. Ci troviamo in Argentina, con una band forte, seppure nelle sue sonorità soffici: loro sono gli Atletico Chipset, e questo è Vol II.

Il nome della band è un gioco di parole, e allude un pò alle sue origini. i quattro ragazzi spagnoli hanno messo insieme qualcosa di tecnologico e qualcosa di sportivo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, ed ecco così Atletico Chipset. Tutto è iniziato con una squadra di calcio…anche se ai quattro ragazzi sembra strano pronunciarlo, è proprio così.


Vol II prende il posto del precedente Vol I, e ci regala un viaggio. Un viaggio che io ho voluto immaginare in modo astratto e indefinito. Alice rincorre il bianconiglio, lo insegue nella tana e poi giù per il tunnel segreto, fino ad arrivare al mondo nascosto. Alice cade nel tunnel, si lascia trasportare nel mondo magico, fatto di creature e di piccoli segreti, e così si svolge questo album, che ci prende e ci culla nelle sue sonorità.

Vol. I, essendo solo il primo EP, divenne una sorta di racconto di quelli che erano stati i primi anni della band. Nel percorso di due anni, a partire dalla concezione fino al mixaggio di questo primo album, i ragazzi definiscono il loro sound.

Vol. II affronta temi che sono nati quasi con l’idea di essere registrati.

Atletico Chipset - Vol II


In questo album non troverete colpi di scena. L’ambiente si svolge nel modo che potete intuire già dal primo brano. La batteria estremamente morbida e sognante di Mariano Refojos fa da sfondo ad un pattern di suoni psichedelici di chitarra di Juan Alberto Badaloni, uniti alle linee di basso pulite e calde di Federico Bianchi che lasciano tracce di Pink Floyd ovunque. David Vinazza ci regala un universo fatto di immagini sonore, di suoni che si diffondono nell’aria circostante e ricoprono gli altri strumenti, talvolta si intrecciano, e ci regalano il viaggio che perdura fino alla fine.


Impossibile recensire traccia per traccia, proprio perché, come abbiamo detto, il viaggio ha un inizio e una fine, ma non ha dei capitoli che si possano definire. Questo è un album che va ascoltato per intero, senza interruzioni, come si faceva una volta col buon vecchio giradischi.


E sarei davvero felice in questo momento, di poter avere qui davanti a me il vinile di questo album, per poter posizionare la puntina sulla prima traccia, accendere un incenso, e lasciarmi trasportare fino in fondo al tunnel.

Un album che lascia spazio a poche critiche. Forse ci aspetteremmo un epilogo, un finale che possa dare la risposta alle nostre domande: Alice arriverà in fondo al tunnel? Troverà la regina di cuori? Non lo sapremo mai, perché gli Atletico Chipset, seppure con estrema maestria, ci lasciano in sospeso, scelgono di non creare un finale o un susseguirsi preciso di eventi.

È un sogno che va vissuto così com’è, e noi lo seguiamo apprezzando tantissimo il lavoro di questi ragazzi spagnoli. Vogliamo dare il nostro miglior incoraggiamento a questa bravissima band che emerge dal caos quantico con qualcosa che vale sicuramente la pena di ascoltare.

Si sente il bisogno di un’evoluzione a questo punto, di un Vol III che ci dia la risposta, che possa rappresentare la maturità musicale che abbiamo avvertito in queste tracce. Ma questa sarà un altra storia…

Per il momento: In bocca al lupo Atletico Chipset!

Voto: 7,5

Paul – postrock.it

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The Great Saunites – Brown: L’ossessione in musica.

The Great Saunites – Brown

L’ossessione in musica. 
Un album denso, saturo, ma con qualcosa in più.
The Great Saunites
È con molto piacere che ascoltiamo “Brown”, questo lavoro dei The Great Saunites, un duo proveniente da Lodi.

Il gruppo ci propone un album denso, saturo di sonorità scure e psichedeliche, dal sapore Pink Floydiano, ma con qualcosa di più. Non ci sono schemi, non ci sono linee ben definite, ma tutto sembra amalgamarsi. Ritmiche e suoni talvolta martellanti, talvolta sottili e pacati, ci accompagnano per tutta la durata dell’album.

La band si forma nel 2008 e intraprende un percorso stilistico basato sull’uso ossessivo del ritmo e la circolarità ipnotica del riff. Le atmosfere spaziano dalla psichedelia kraut tedesca degli anni ‘70, all’hard/space rock di scuola Hawkwind e Black Sabbath.

Atto conclusivo della trilogia “cromatica”, Brown si ispira alla materia terrena e al fascino della sostanza. L’incedere meccanico di rumori, fruscii e dia- loghi, filtrato e manipolato su nastro, si fonde con il sound The Great Saunites in un viaggio oscuro e frammentato.


La prima traccia “Brown” da il nome all’intero lavoro, e ci propone una intro estremamente ansiogena, con sonorità quasi da American Horror Story, e che nell’insieme creano quel gusto psichedelico che sembra piacere alla band. Si avverte compattezza, si sente che il lavoro è nato con passione dalla mente di Atros(bassi) e Leonard Layola(tamburi). Ci sono voci liriche, suoni che provengono da tempi e luoghi dimenticati: il tutto si unisce e ci trasporta fino alla fine del brano.

Passiamo così al secondo brano, “Respect the Music”, un brano che non modifica l’andamento ossessivo dell’intero album, anzi lo rafforza e crea un tappeto sonoro destinato a riempire l’ambiente dell’ascoltatore. il basso incalza la ritmica con un suono pulito e caldo, mentre una voce recita la frase “Respect the music” ripetutamente. Una chitarra acida entra in scena aumentando l’aria densa di inquietudine e ossessione. Ago, terza in scaletta, si apre invece con un piano digitale e scarno, che suona solitario in un pattern formato da synth e rumori indefiniti. Difficile comprendere quello che sta succedendo, ma il piano continua la sua incessante armonia e noi la seguiamo lasciandoci trasportare.


L’ossessività prosegue anche in questo terzo brano, anche se molla un pò la sua morsa all’inizio, per poi perdersi in sonorità che sembrano essere casuali, forse improvvisate. Il brano prosegue fino alla fine senza sconvolgere il ritmo, senza cambiamenti, con una apparente casualità di sonorità e percussioni.

Con il quarto brano, “Controfase” ci aspettiamo un cambiamento dal nome, che infatti arriva. Finalmente un suono armonico e caldo, che ci accoglie riposandoci le orecchie dopo il brano precedente. Il basso torna a suonare instancabile, alcuni suoni elettronici si stagliano nell’ambiente circolare che continua fino alla fine del brano.


L’ultimo brano, Brown (reprise) riprende come promette il titolo e conclude quello che ha cominciato, portandosi avanti nella tematica del primo brano d’apertura.

Il livello di questo album è sicuramente buono, estremamente sperimentale anche se a volte un pò troppo caotico. La band punta sull’ossessività, e riesce certamente nel suo intento, anche se in alcuni momenti, come ad esempio durante Ago, ci sentiamo di doverci chiedere: “il caos è musica?”. Sulla linea di questa domanda i TGS ci hanno dato un buono spunto di riflessione.

Sicuramente una buona premessa per un salto di qualità che attendiamo per il prossimo album, che siamo certi non tarderà ad arrivare.

Seguite la band sui seguenti canali:


Sito Web: http://thegreatsaunites.blogspot.com
Mail: [email protected]
Labels:
totenschwan.altervista.org
www.ilversodelcinghiale.org
neonparalleli.blogspot.it
facebook.com/hypershaperecords www.villainferno.it
Voto: 6
Paul – Postrock.it
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Charun: “Mundus Ceneris”, viaggio tra le anime

Charun: “Mundus Ceneris”

viaggio tra le anime
Questo pomeriggio ho ascoltato “Mundus Cereris” dei CHARUN, quartetto postrock/postmetal di stampo strumentale.


Ho pensato che fosse sicuramente un lavoro degno di nota già prima di ascoltarlo, quando ho letto che il master è stato curato da James Plotkin (Amenra, Isis, SunnO))), Earth).

Ma mi sono detta… andiamo, non sono mica una di quelle che bada solo ai nomi, no? Ascoltiamo! E così è stato. Una conferma, fin dal primo ascolto.


Già il titolo dell’album, “Mundus Cereris”, fa riferimento ad un antico rito di tradizione romana e, da brava amante della storia e del latino, questo non può aver fatto altro che affascinarmi. Il “Mundus Cereris” è l’apertura del mondo in due spicchi, un’apertura che permette il collegamento tra le anime e le ceneri terrene, un’avvicinarsi alla luce tramite una vera e propria purificazione. E se iniziate ad ascoltare l’album mentre leggete le mie parole, in questa breve e personalizzata spiegazione sono sicura che troverete parecchie conferme di ciò che sto dicendo.

“Malacoda” inizia con quel suono buio, scuro, a tratti demoniaco. Quel sottofondo di voce elettronica che ti tiene incollato all’ascolto, un po’ come se stessi guardando un film horror, ma di quelli belli però, quelli senza splatter casuale. Quelli che, quando la canzone si apre totalmente, tra le stridenti chitarre come urli di anime dannate, ti sembra di vedere spiriti, fantasmi, spettri, il tutto in una dimensione forse parallela alla nostra. E non riusciamo più a capire quale sia il bene e quale sia il male.



Situazione che si rafforza e si fortifica con il secondo brano, “Mae”. Un tocco scuro, aggressivo, volutamente ripetitivo. Se dovessi trasformarlo in immagine, penserei ad un vortice di anime che continuano a girare, girare, forse sperare, in un vortice che sanno, sono coscienti, di essere senza meta. Una specie di girone dell’Inferno. E questa sensazione si prolunga per gli otto minuti della canzone che, per gli amanti del genere, non risulteranno mai troppo lunghi. Cadenzate le ritmiche a partire dal secondo minuto, un tocco doom che si sposa perfettamente con il genere. E’ intorno a metà del quarto minuto che la canzone si addolcisce, di alleggerisce quasi con delle armonie spezzate, mentre la ritmica ripetitiva lascia presagire un’esplosione a breve. Aumenta, aumenta sempre di più fino al settimo minuto, come un climax ascendente… e poi si placa, lasciando un senso di incompletezza.

Inizia così “Laran”, la terza traccia dell’album. Intorno al secondo minuto ci soddisfa a pieno, riempiendo le nostre orecchie di pura essenza post rock. Lanciandoci nel cosmo e nel vuoto a vorticare assieme alle anime, tra volute dissonanze arrabbiate che si placano al quinto minuto circa. Alterniamo questo senso di pace fittizia a quella che invece è l’ansia che ci crea questo viaggio burrascoso ed allo stesso tempo affascinante.

“Nethus” è un brano di puro ascolto che ho personalmente trovato molto affascinante. Ricorda lo scorrere del tempo, lo scorrere della natura, di una forza maggiore che non siamo in grado di controllare. Una forza maggiore che non sappiamo neanche identificare in qualcosa, ma sappiamo semplicemente che c’è, che esiste. Cauta la musicalità, cadenzata, sperimentale a tratti, tra effetti e melodie dolciastre.

“Menura” prosegue con l’intenzione di Nethus, melodie rese gentili e carezzevoli questa volta dalle chitarre, arpeggi delicati che ci accompagnano fino alla fine del brano, per quasi dieci minuti.

“Vanth” cambia radicalmente scenario, caotico, apocalittico. Qui si annusa facilmente un arrangiamento post metal più che post rock già dai primi secondi d’ascolto. Con le sue melodie distorte, personalmente Vanth è la mia traccia preferita dell’album, in quanto corona perfettamente il senso profondo di tutto questo viaggio della durata di circa quaranta minuti.

Un ascolto che consiglio a tutti gli appassionati del genere post rock con uno stampo un po’ più heavy del classico viaggio spirituale. Questo è un viaggio di natura differente. Da goderselo tutto.

Voto: 8.5

Membri:

Nicola Olla – chitarra
Valerio Marras – chitarra
Simo Lo Nardo – basso
Daniele Moi – batteria

TRACKLIST:

1.Malacoda
2.Mae
3.Laran
4.Nethuns (feat. Stefano Guzzetti)
5.Menvra
6.Vanth


Masterizzato da James Plotkin (Amenra, Isis, SunnO))), Earth), mixato da Nicola Olla al Blacktooth Studio (Drought, December Hung Himself), e registrato da Simo Lo Nardo, Nicola Olla e Daniele Manca al DIY Studio (Scornthroats, My Own Prison, Second Youth). Grafica a cura di Andrea Marcias.

LABEL: THIRD-I-REX (UK)

Contatti:

Facebook: https://www.facebook.com/charunband/

https://www.youtube.com/watch?v=OLeVSH782bI

J. Postrock.it

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Recensioni

DOM dei SAN LEO, parlano la natura, l’alchimia e l’esoterismo medievale

DOM dei SAN LEO

parlano la natura, l’alchimia e l’esoterismo medievale
Oggi postrock.it parlerà di DOM dei SAN LEO.


Come è mio stile fare, scriverò questa recensione durante l’ascolto dei brani. Già prima di fare play, comunque, sono rimasta molto stupita dalla scelta delle tematiche di questo duo. Leggere l’introduzione al loro album e la loro biografia è stato sufficiente per attirare la mia attenzione. Il duo di Rimini, infatti, attivo dal 2013, si è da sempre ispirato all’esoterismo medievale, all’alchimia, alla forza primordiale degli elementi naturali. E con queste nozioni appena lette, mi tuffo nell’ascolto vero e proprio.



La prima traccia si intitola “L’antico monile era custodito all’interno della tempesta di sabbia: a causa del suo fascino molti non avevano fatto ritorno”. Interessante innanzi tutto l’idea di mettere un breve riassunto, una spiegazione di quello che si andrà ad affrontare durante l’ascolto.

Il brano simula, spiegazione data dai musicisti, una tempesta di sabbia che si raccoglie, dopo il turbinio musicale iniziale, in una melodia. Un pacifico arpeggio prima della tempesta, infatti, attira l’attenzione dell’ascoltatore. Il suono è mio parere volutamente sporco, ibrido “kraut-rock”, lo definiscono loro, in salsa post-hardcore. Dal quinto minuto circa, infatti, ritorna la tempesta, ritmiche particolari, sound aggressivo che si conclude con l’eco di una calma apparente. La forza della natura si percepisce come innata, si percepisce come qualcosa di indomabile, lontana dalla nostra umana prospettiva delle cose. Molto lontana.


La seconda traccia è “Riportati alla vita dal freddo severo dell’alba, si risvegliarono nella distesa di erba inaridita: un incendio di colori in cielo, i palmi delle loro mani aperti in un gesto di totale determinazione”. La calma apparente del brano precedente sembra continuare con questo inizio melodico, riflessivo, sinistro. Inquietante il messaggio musicale che viene percepito, atmosfere cupe, quasi “doom”, eccezione fatta per la scelta dei suoni. Anche in questo brano, bisogna attendere il quinto minuto circa prima dell’esplosione, nuovamente le ritmiche capovolgono la situazione, i riff lenti s’intrecciano con le creative percussioni, per poi lasciar stridere le corde come le unghie su una lavagna. Accenni di synth verso la fine danno un tocco più sperimentale al crudo suono iniziale

“Il tuffo nell’acqua gelida e giù attraverso filamenti di luce liquida, affondando nelle tortuosità di un antico tormento” è un ascolto decisamente differente dagli altri due. Le sonorità sono più limpide, più pulite, selezionati riff che ricordano il free-jazz fusi ad un rock psichedelico non tradizionale. Forte senso di inquietudine viene trasmesso nel finale, forse si tratta proprio del tormento citato nel titolo.

Concludiamo con “Intrappolato in un sogno ricorrente, percorrendo l’oscuro corridoio su un tappeto di ossa, richiamato da echi di voci lontane”. Il brano mostra perfettamente la creatività ritmica del batterista, cosa che tra l’altro avevo appreso anche durante i precedenti ascolti. Le ritmiche sono particolari, mai scontate, un approccio quasi da percussionista d’orchestra più che da batterista di un duo. Si percepisce ill feeling con la chitarra in una serie di numerosi botta e risposta tra i due strumenti, distorsioni elettriche si miscelano con sonorità crude e sporche.




Consiglio di ascoltare questi ragazzi soprattutto per l’inventiva, la creatività ed il coraggio di esprimere loro stessi e la loro arte con un prodotto così selettivo ma davvero valido. Un ascolto di nicchia che consiglio a tutti coloro che vogliono soffermarsi qualche secondo in più sul classico ascolto. Un ascolto non basta, un po’ come la lettura impegnativa di un buon libro. Bisogna leggerlo più volte per assaporare ogni dettaglio, ogni particolare, ritrovandosi su una pagina e dicendo: “Però… questa parte non ricordo di averla mai letta!”.

Ed è questo il bello degli ascolti più impegnativi. Forse non sono per tutti, forse non sono commerciali, forse rimarranno di nicchia per sempre, ma a noi piace rimanere tra “quei pochi” che non vanno subito oltre ma si soffermano. Un pochino di più, a volte… basta solo un pochino, per andare oltre.

Voto: 8

Tracklist:

  1. L’antico monile era custodito all’interno della tempesta di sabbia: a causa del suo fascino molti non avevano fatto ritorno.
  2. Riportati alla vita dal freddo severo dell’alba, si risvegliarono nella distesa di erba inaridita: un incendio di colori in cielo, i palmi delle loro mani aperti in un gesto di totale determinazione.
  3. Il tuffo nell’acqua gelida e giù attraverso filamenti di luce liquida, affondando nelle tortuosità di un antico tormento.
  4. Intrappolato in un sogno ricorrente, percorrendo l’oscuro corridoio su un tappeto di ossa, richiamato da echi di voci lontane.

Membri:

Marco Tabellini / m tabe – chitarra
Marco Migani / inserirefloppino – batteria

Registrato e mixato da Luca Ciffo / Fuzz Productions agli studi M24 di Milano
Masterizzato da Riccardo Gamondi al Fiscerprais studio Novembre 2016 Artwork / inserirefloppino

Prodotto da – BleuAudio (http://www.bleuaudio.com) / E’ un brutto posto dove vivere (https://eunbruttopostodovevivere.wordpress.com) / Brigadisco (http://www.brigadisco.it) / DreaminGorilla Records (http://dreamingorillarecords.is/wordpress/) / Vollmer Industries (https://www.facebook.com/VOLLMERindustries/) / Tafuzzy Records (http://www.tafuzzy.com) / Upwind Production (https://itsupwindproductions.tumblr.com)





Contatti:

http://sanleo.bandcamp.com/

https://www.facebook.com/sssanleooo

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Booking:

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J. – Postrock.it

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Insight dei Distant Landscape di Roma. Date un ascolto!

Insight dei Distant Landscape

Date un ascolto!
Sto ascoltando “Insight”, il disco dei “Distant Landscape”.


Partiamo con la recensione di oggi, quindi, scritta come al solito durante l’ascolto, in cui sono già totalmente immersa da un po’.


Il primo brano immediatamente mi trasporta in un ambiente gotico, l’influenza infatti del sound Gothic si sente fin dalle prime note, confermandosi poi con l’ingresso della voce del cantante.

Le ritmiche lente e cadenzate, comunque, non abbandonano la linea guida del genere post rock, che continua ad accompagnarmi durante tutto l’ascolto, a partire dalle atmosfere intense di “Same Mistake”. E questa idea permane anche durante l’ascolto di “Cage Inside Us”.

Ombroso l’inizio, chitarra scura e Doom, lentezza e sospensione per poi generare l’apertura del brano al terzo minuto. Qui l’influenza gotica scompare per i primi secondi, lasciando stridere i suoni tipici del post rock, tra gli effetti e le atmosfere che trasportano l’ascoltatore in altri mondi. Riappare l’ambient caratteristico della band con il ritorno della voce nel ritornello.


Apprezzo personalmente le armonie selezionate da questi ragazzi, armonie che si vengono a creare sia tra gli strumenti che tra le voci. Una caratteristica corale che manca nello scenario italiano musicale degli ultimi anni, forse considerato fuori moda dalla critica, chi lo sa. Dal mio punto di vista, l’uso delle voci e degli incroci tra queste, è uno dei punti di forza dei Distant Landscape. Ne ho avuto conferma, infatti, ascoltando la successiva traccia.

“First Inisght” ha un inizio inaspettato, ci illude che sia quasi una ballata acustica, fin quando l’ingresso dei synth non danno l’incipit al cuore della canzone, poco dopo il secondo minuto. L’ingresso della voce femminile accarezza delicata la voce maschile in un susseguirsi di botta e risposta dal tratto quasi angelico, una voce delicata e potente allo stesso tempo che scompare dopo circa un minuto, lasciando spazio al susseguirsi di armonie, una miscela di suoni che ci riportano con i piedi nel post rock più classico, allontanandoci dalla ballata iniziale e allontanandoci dalle forte influenza gothic che abbiano incontrato nel resto degli ascolti. E’ indubbiamente il brano più “romantico” tra questi ascolti, ma non la considero un punto a sfavore, anzi.

“The Desire” ha una partenza più decisa, non lascia interrogativi su quale sia il genere predominante di questi otto minuti. “The Change” ci dona ulteriore conferma di questo confine labile tra i generi: doom, gothic, post rock, Metal melodico, è davvero molto difficile dare una definizione, ma sono dell’idea che… insomma, perché bisogna darla per forza, questa etichetta?

Il mondo del “post-“ è già qualcosa di estremamente generico, difficilmente etichettabile in qualcosa di più preciso e mi piace così.

“The Love of a Mother for Her Sons” ipnotizza grazie agli arpeggi ed alla voce della cantante e tastierista che sembra quasi recitare una poesia, un inno, mettendo la propria emozione e trasmettendo a noi emozioni intime, fino al quarto minuto inoltrato. Una scia di malinconia scorre in tutto il brano e si annusa in tutti gli altri ascolti, fino alla fine.





“Distand Landscape”, è una conferma a tutti i pensieri e le aspettative che si sono create durante l’ascolto. Trovo che il progetto sia molto valido, pur non presentando elementi elettronici. Da brava amante del “classico” quale sono, ho apprezzato la scelta nella composizione, semplice ma sempre efficace e di impatto. Lo stesso vale per la scelta delle armonie vocali e strumentali. E’ un progetto in continua evoluzione, si sente dalla varietà di messaggi che hanno voluto indicarci in tutto l’album. Questi ragazzi hanno sicuramente molto da dire e con questo primo album stanno cercando di dircelo. Forse devono ancora trovare la direzione che accomuni tutti e fare alcune scelte stilistiche più definite (ricordando che il progetto era nato dalla sola mente di Marco Spiridigliozzi e che solo in seguito è stata formata l’intera band!).

Ma non manca la personalità ed il talento.


https://www.youtube.com/watch?v=qf4LeBgRB7c


Un altro ascolto consigliato da postrock.it!

Voto: 7 e mezzo

Membri:

Marco Spiridigliozzi [Vocals/Guitar]
Francesca Giuditta [Vocals/Keyboard]
Alessio Rossetti [Backing Vocals/Guitar]
Andrea Biondi [Drums] rimpiazzato da Matteo Massitti nel dicembre 2017
Fabio Crognale [Bass]

Tracklist:

1. Same Mistake
2. Cage Inside Us
3. First Insight
4. The Desire
5. The Change
6. The Love of a Mother for her Sons
7. Distant Landscape

Contatti: 

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J. Postrock.it